Il Caso Cattelan vs il Caso Aylan: trova le differenze

saluti da rimini

Parlare di Cattelan è un’impresa quasi impossibile. Si potrebbe rischiare di parlare all’infinito o meglio ancora si potrebbe tacere. Ecco perché ho deciso di scrivere, che è un parlare tacendo.

Poteva succedermi, come d’altronde è consentito, di incorrere nella pericolosa svista di scambiarlo per un imbecille, un idiota che si è svegliato una mattina decidendo che fare l’artista avrebbe potuto rivelarsi un buon modo di scansare le fatiche quotidiane. Il che, probabilmente, corrisponde alla realtà.

Quello che non va frainteso, però, ciò che è veramente importante, oltre ogni considerazione che si possa avere nei suoi riguardi, è il punto di partenza.

Innanzitutto, la prima domanda che mi sono posta, guardando i suoi lavori, è stata: cosa significa essere un artista? Rimasta senza risposta, me ne sono posta moltissime altre, tutte ancora in ostentata e teatrale sospensione.

Come si giudica un’opera d’arte? Cosa ci fa distinguere un’opera d’arte dal lavoro di un incompetente? Sono la preparazione e la cultura a renderci in grado di giudicarla? E che cos’è la cultura? La conoscenza dei fatti della storia e dell’arte o una sensibilità tecnica? E che cos’è la tecnica? Il saper equilibrare i colori, i volumi, gli spazi o il saper esprimere direttamente e genuinamente l’anima? E che cos’è l’anima, se esiste? E se l’arte è espressione di questa presunta anima, chi è in grado di stabilire quale anima sia meglio dell’altra? E perché? Ci si basa sul talento? E che cavolo è il talento?

È stato quando ho lasciato da parte le risposte che ho capito il punto di partenza.

Non essendo possibile, com’è noto dall’origine, stabilire cosa sia giusto o sbagliato, cosa sia bene e cosa male, cosa stia sopra e cosa sotto, cosa dentro e cosa fuori, pare che l’unica soluzione sia smettere di inseguire una soluzione e soddisfarsi di tutte le domande, già di per sé enigmatiche custodi della sola chiave utile.

Il punto di partenza di Cattelan è, dunque, l’ autenticità, in cui la finzione si trasforma in suggestiva catarsi. La consapevolezza di essere umano e per questo imperfetto e in costante stato di crisi lo porta ad accettare la molteplicità non come oscuramento dei sensi e perdita della rotta, ma come gradita compagna provocatoria e ricca di sense of humour.

Ogni così detto artista strepita per dire la sua, vuole affermare il suo personale, quanto assolutamente privo di interesse punto di vista; da presuntuoso si considera sentinella di una bellezza virtuale e, per questo, folle, si accanisce contro il mondo perché il mondo non è come lo dipinge lui.

Cattelan. Cattelan non dice niente.

In silenzio, racconta dei fatti, senza commentarli. Vive nel mondo e lo utilizza, senza condannarlo e mette in risalto la miserevole condizione di chi inutilmente spera di cambiarlo. Così gli eroi, i santi e i miti muoiono, rivelando di sé soltanto l’ ombra comica, privata dei superpoteri. Il fine è strappare gli stracci di dosso a Venere, mettere in discussione tutto quello che abbiamo passivamente imparato.

Questo, com’è prevedibile e previsto, crea disagio in quanti, nella vita di tutti i giorni ripetono sempre le stesse cose, in uno schizofrenico rito dai ritmi assillanti a cui non si può mancare di attenzione nemmeno per un secondo, pena pericolosi ribaltamenti dei predefiniti schemi sociali.

Cattelan non si propone di abbattere muri o di svelare verità superiori. Semplicemente segna, acciaio su granito, che ci stiamo lucidando le sbarre della nostra gabbia di cristallo, convinto che l’arte, e così la vita, sia come l’acqua del lago, dolce ma ingannatrice.

Il concetto stesso relativo all’essere artista, a tutto oggi profondamente ancorato ad uno spirito romantico, viene demolito. L’artista non deve necessariamente dire qualcosa, non deve per forza logorarsi per trovare un linguaggio innovativo. L’artista potrebbe essere solo quello che guarda la realtà e la restituisce, fedele, con un sottile e cinico senso dello spettacolo e in maniera talmente verosimile da farci confondere il reale con la finzione, la vita vera con l’opera.

L’ intensa consapevolezza dell’irresolubilità delle contraddizioni e della impossibilità della scelta nella realtà dei nostri giorni vanifica tutti i conflitti, trasformandoli in commedia tragicomica, malinconica eco dell’ ambiguità dell’essere, per sottolineare l’insufficienza di molti tentativi di superarla.

Impossibile trovare una sola risposta e chi ci prova si accanisce e si perde in giri di parole che restano sospese nell’aria, come seducenti ed effimere bolle di sapone.

Una cosa è certa: arte non è estetica, arte non è bello. Arte è problematicità. Trascende i valori tradizionali che la rendevano insana ed inappropriata custode della bellezza.

L’arte deve essere scomoda, come scomoda, spesso, è la vita quando è attraversata da dinamiche alienanti, quando si perde la possibilità stessa di sperimentare autenticamente il reale.
I paradossi della trasgressione, il limite della tolleranza, provocato e sfidato, l’ironia e lo humour, il grottesco e la parodia sono intorno a noi ogni giorno, ma se non ci sono messi su un palco, mossi da esperti burattinai, non siamo in grado di riconoscerli e quindi, di scandalizzarci.

Come in uno spettacolo personale, in una privata rappresentazione teatrale, il nostro mangiafuoco lascia che la violenza più sofferta si insidi nelle nostre menti con inaspettata lascivia, attraverso pupazzi di lattice e stoffa, fantasmi spettrali, ammassi di stracci e luci pallide e crudeli, feticci antichi di suicidio e morte.

Ed è sempre un uomo, con le sue incertezze, le sue paure, le sue illusioni e il suo essere a metà tra il divino angelo e il bruto animale, un essere fragile e affascinante, crudele e indulgente, umano.

Egli intende abbattere gli argini di un Cosmo apparente e affrontare un viaggio imprevisto e imprevedibile nel pozzo, per riappropriarsi del Caos, il primo a generarsi, inteso come l’insieme di fenomeni in contrasto fra loro che, non a caso, hanno impresso tracce immense nell’uomo. Ma questo lo ha lasciato avvolto in una silenziosa profondità, appeso tra ingegno e stoltezza, incastrato nel suo stomaco oscuro.

Lo scopo: aprire quel vaso e studiarne lo straordinario contenuto.
Il suo esclusivo teatro dell’assurdo, sospeso tra realtà e finzione, simula e sovverte le regole della cultura e della società in un continuo gioco di scambi, atti di insubordinazione e furti simbolici. Rifiuta di prendere qualsiasi posizione ideologia o morale, concentrandosi invece sulla riproduzione della realtà nella sua complessità. Ferisce a morte i miti, gli eroi e le metafore della cultura popolare al limite dell’illegalità, annotando l’assurdità delle strutture sociali costruite dai media e sui preconfezionati principi di giusto, sbagliato o di inflessibile moralità.

In un tempo straordinariamente insensato e grottesco, l’impresa eccezionale è essere normale.

“Potrei aggiungere moltissimo altro, senza mai arrivare ad una fine, ma “non potrei certo dare alcun contributo migliore se non tacere”(*) e dare inizio allo spettacolo.

“Invece ingiustamente all’artista si vuol negare il diritto di allontanarsi dal modello e perciò anche di creare.” (Paul Klee)

(*)Cattelan o chi per lui nella mail del 20 Novembre 2006, h. 14.23 4

(Bidibibodiboo, l’arte della provocazione, tesi di laurea, Nina Nista, 2007)

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