La Fede nell’Arte

bambù kyoto

Vi propongo di seguito un testo che, a suo tempo, ha provocato in me una reazione a catena di riflessioni che ancora oggi continuano. Indipendentemente dalla personale scelta religiosa, consiglio una lettura aperta e libera da pregiudizi e sovrastrutture culturali, al fine di cogliere al meglio la vera essenza di queste parole.

Nina

“La Chiesa non può appagarsi dell’ordinario e dell’usuale: deve ridestare la voce del cosmo, glorificando il creatore e svelando al cosmo la sua magnificenza.” (J. Ratzinger, Fondamento teologico della musica sacra. in La festa della fede, Milano-1983)

Quando il Concilio Vaticano II pone agli artisti la questione del rapporto tra arte e fede, pone a se stesso, ma anche agli artisti e alla comunità culturale tutta, una questione che travalica in modo netto i termini del dibattito tradizionale su arte e religiosità, su libertà dell’arte e committenza.

La questione è quella di un’arte che, comunque si manifesti e declini, sia consapevole di doversi fare portatrice di valori.

Il ventesimo secolo proclama, in arte, una mistica del genio e di una libertà espressiva irrelata e condizionata che, alla lunga, si rivelano generatrici di straniamento: l’arte dice di se stessa, in modo sempre più autoreferenziale, e così facendo non si fa interprete d’altro che del proprio se stesso manifestarsi.

Posta in crisi la nozione di bellezza, posta in crisi la nozione di verità, l’arte proclama la propria “perdita di centro” (così Hans  Sedlmayr titolava un libro ormai celeberrimo) in una sorta di dissipazione orgogliosa.

Eppure più di un segno, in seno all’arte stessa, dice che tale atteggiamento, ancorchè il più conclamato, è ben lungi dall’essere esclusivo.

Da Georges Rouault a Gino Severini, da Henri Matisse a Mark Chagall, da Mark Rothko a Louie Nevelson, da Lucio Fontana a Yves Klein, tra molti dei maggiori del secolo scorso si manifesta la tensione a recuperare, all’interno di un operare pur indubitabilmente moderno, la necessità di fondersi su un valore umano universale, condiviso, riguardante l’interrogativo fondamentale della metafisica.

La questione del sacro, di un divino, della fede, man mano si afferma come uno degli snodi problematici autentici, di vero spessore concettuale, in seno alla deriva dell’arte moderna. Fede nell’arte è, per molti, fede tout court in un valore, in un’espressione che conosca ancora l’aroma di un fare, di un creare necessitato, capace di rimontare alle ragioni prime dell’esistenza.

Perchè come sapete, il Nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello Spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. (Omelia di Paolo VI alla Messa degli Artisti, Cappella Sistina-7 maggio 1964)

Nessuno meglio di voi artisti, geniali costruttori di bellezza, può intuire qualcosa del pathos con cui Dio, all’alba della Creazione, guardò all’opera delle sue mani. (Giovanni Paolo II, Lettera agli Artisti-4 aprile 1999)

E’ in questo concetto di commovente, di pathos che sta, intuisce la Chiesa d’oggi- e con lei ogni posizione artistica che non si voglia dipendente da un relativismo disperato del gusto- il punto straordinario in cui la Libertà dell’artista rivendica naturalmente la propria pienezza espressiva rispetto all’idea di valore. Per l’artista non si tratta di dar forma a verità di tipo dogmatico ma di contribuire alla ricerca inesausta di un’autentica, libera creazione che aspiri al segreto della Creazione.

E’ l’emozione, il sentimento, la luce della fede. Non l’enunciato, non l’iconografia. […] Solo quando l’avventura dell’arte è alta, vertiginosa può attingere alla luminosità che è del divino. […]

Dunque, non sono gli apparati esterni e normativi a far sacra un’opra, ma la spinta generatrice che anima l’artista e che si oggettiva nella materia formata. […]

Il secolo che ha tentato di fare a meno di Dio è, non casualmente, lo stesso secolo che ha ritenuto di poter fare a meno di un’arte di valori, di un’arte che si facesse capacità di pronuncia di una verità e dello stesso senso dell’umano.

“L’estetismo chiude l’arte in una torre d’avorio e crea una comunità esoterica; esso perde così ogni legame con la pienezza della vita”, si legge in L’arte nell’epoca dell’ateismo di Hans Sedlmayr. Compiere in questa deriva dell’unità di linguaggio e di visione, in questa mera teatralizzazione del gioco dell’intelletto, la scelta di ricostruire almeno la tensione verso tale unnità possibile dell’arte, è già tendere al sacro, è già dichiarazione e atto di fede: implicitamente o esplicitamente, è già ricerca della Luce.

In questa prospettiva è possibile rileggere gli elementi di continuità tra antico e moderno – una continuità che non sia passiva riproposizione di modelli, ma spinta elaborante a partire da conoscenza e sapienza acquisite – del Novecento, e notare come tali elementi non siano affatto minoritari, anzi ne rappresentino l’aspetto più vitale.

Ove l’arte non sia un processo relativo o relativizzabile, perchè pone al centro dell’esperienza effettiva dell’artista i valori fondamentali e non delle suggestioni momentanee; quando, soprattutto, non presuma di astrarre il valore del Bello dalle radici di universalità che ne hanno generato la concezione stessa; quando ancora e proprio per questo, non sia in gioco un paradigma di bellezza giudicabile in astratto […] ma si accolga l’idea che, bibblicamente, il buono e il bello coincidono sorgivamente: quando tutto ciò si verifichi, questa è arte sacra. […]

Nel vasto panorama culturale di ogni nazione, gli artisti hanno il loro specifico posto. Proprio mentre obbediscono al loro estro, nella realizzazione di opere valide e belle, essi non solo arricchiscono il patrimonio culturale di ciascuna nazione e dell’intera umanità, ma rendono anche – e soprattutto (n.d.r.)- un servizio sociale qualificato a vantaggio del bene comune. (Giovanni Paolo II, Lettera agli Artisti – 4 aprile 1999)

Flaminio Gualdoni, Art’è, 27 febbraio 2004

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