Se questa è un’arte

Hermann-Nitsch Hermann Nitsch in una foto recente

E’ giunta  quasi al termine indenne la mostra di Hermann Nitsch , Das Orgien Mysterien Theater, a Palermo fino al 20 settembre, presso i Cantieri culturali della Zisa. E ha riscosso anche un discreto successo di visite. E’ arrivato, dunque, il momento di sciogliere la polemica che ha infiammato i circoli artistici: la richiesta diretta al sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, da parte dell’Enpa,  attraverso una petizione on line, della cancellazione dell’esposizione.

Le motivazioni addotte dall’Associazione si riferiscono alla totale violazione messa in atto dall’artista austriaco, esponente dell’Azionismo Viennese, Hermann Nitsch, durante le sue performances, della Dichiarazione Universale dei Diritti degli Animali, redatta dall’Unesco a Parigi nel lontano 1978 e in particolar modo il riferimento è agli articoli 11 e 13 che recitano esattamente così:

Articolo 10

  1. a) Nessun animale deve essere usato per il divertimento dell’uomo; b) le esibizioni di animali e gli spettacoli che utilizzano degli animali sono incompatibili con la dignità dell’animale […]

Articolo 13

  1. a) L’animale morto deve essere trattato con rispetto […]

E’ stata  la lettura di questo testo a indicarmi la via da seguire nella scrittura sul rapporto uomo/animale e nello specifico animale/opera artistica umana.

Facciamo un po’ di chiarezza e cerchiamo di capire cosa è l’Azionismo Viennese e chi è questo “mostro”, Hermann Nitsch.

La corrente artistica affonda le sue radici in Austria, già a partire dagli anni ’60 e si protrae fino a tutti i ‘70 (giungendo fino a noi, a quanto pare). Ha tra i suoi principali esponenti Brus, Beuys (portavoce più blando)  e, appunto, il nostro Triste Mietitore.

Il gruppo si sviluppa e cresce in un momento storico, seconda metà del ‘900, appunto, in cui il corpo comincia a essere manipolato, per fini estetici e di salute; in cui le imposizioni dettate , ad esempio,  al corpo femminile – busti, corsetti, acconciature improbabili – cominciano a venir meno.

Questi cambiamenti si manifestano in tutti gli ambiti della vita, compresa anche la danza, da sempre ritenuta la più severa e rigida tra tutte le discipline. Anch’essa abbandona le punte e si abbandona al movimento fluido e naturale del corpo.

La nascita della psicoanalisi e gli studi di Freud e Jung sull’isteria, il clima culturale e sociale europeo influenzato da concetti derivati da pensatori del calibro di Nietzsche, come quello delle pulsioni vitali, i  coming-out nella letteratura, che con De Sade sfocia in una liberazione estrema e sfrenata dei  costumi sessuali, fanno da background, da humus fertile per la nascita di questo atteggiamento artistico. Atteggiamento che sarà alla base di tutte le tecniche performative, anche meno dissacranti, fino a oggi.

Per pratiche performative s’ intende, spieghiamo, una serie di “procedimenti” che coinvolgono direttamente e attivamente il corpo dell’artista, del pubblico e/o di entrambi.

E’ facile, quindi, comprendere quanto il passaggio dal romanticissimo e sublime ‘800 al dissacrante e provocatorio ‘900 passi direttamente attraverso l’esperienza assoluta del corpo, non più nella sua singola individualità ma nella delirante collettività (altrove spuntano le prime Comuni e compagnia bella).

Punto cardine dell’Azionismo Viennese è, infatti, l’abolizione dell’identità fissa a favore di quella collettiva che si perde e si ricrea tra archetipi, simbolismi e rituali primordiali.

Il corpo viene portato al limite della sua consistenza fisica attraverso azioni sadiche, masochistiche, autolesionistiche, violente, dissacratori, in una parola, raccapriccianti.

Che cosa fanno, in pratica, questi Azionisti?

Le performances si avvalgono di sostanze organiche appartenenti ad animali – pecore, vitelli e altri – che vengono squartati, sventrati, sgozzati. Continuano con crocifissioni dello stesso artista o di altri attori, completamente ricoperti dal sangue che il calpestamento delle interiora tremendamente riversate a terra dalle mani scavatrici dei partecipanti produce.

Il sangue, altro elemento chiave del gruppo, rappresenta quel simbolo iniziatico che apre la via ai misteri della vita e della morte e che viene, immancabilmente collegato a tappe fondamentali della vita femminile, ad esempio, come il ciclo mestruale e il parto.

Tutto questo spettacolo privo di pudore alcuno è intriso di una fortissima sensualità, quella sensualità che  solo un corpo mutante e ricombinato sprigiona. Una modificazione della libido, dunque, perversa e atroce ma  inevitabile.

La domanda che sorge a questo punto è, perché, inevitabile?

Per il gruppo, l’epoca di massa, che si va sviluppando non può non ridefinire i confini dell’identità personale, a dimostrazione di quanto le relazioni umane si siano patologicamente e irreversibilmente ammalate.

I sensi coinvolti, attivi e iperattivi, come menadi ubriache, ribollono di vitalismo e generano la liberazione dalle gabbie morali, psicologiche e sociali.

Per Nitsch, la collettività nelle sue aktionen è importantissima, perché permette di trasformare se stesso in un sacerdote e le sue performances in veri e propri riti.

Lo sconfinamento estetico di questi artisti ci conduce a pensare che ormai siamo di fronte a un’arte senza estetica, in cui non è più il bello, aurea armonia di proporzioni, l’oggetto di indagine, ma le lacerazioni, lo sbrandellamento, fisico e metafisico,  dell’individuo, messi in scena per esorcizzare i moti dell’anima inconsci di uccisione.

Le azioni sono come un sogno, in cui tutto è concesso, poiché la Ragione e l’Etica si allontanano a braccetto. E, come in un sogno, il delirio estatico di gruppo permette di superare le paure, le angosce e le tensioni umane.

Non dimentichiamoci che il ‘900 è stato teatro di uno dei  più spregevoli  genocidi della storia dell’umanità. E non erano artisti, quelli.

Ecco.

Dopo questo breve excursus su ciò che il nostro va facendo ormai da 40 anni, avvezzo a denunce, cancellazioni e arresti vari da tempi immemori, consideriamo se questa è un’arte.

Cerchiamo di capire cosa è accaduto a Palermo e perché.

A Palermo nessuna azione: solo foto, video e feticci di esibizioni ormai passate. Ma questo no, la richiesta non lo dice.

Che cosa avremmo dovuto, dunque, fermare, cancellare, abolire?

Il  punto della questione è che secondo gli animalisti e l’Associazione che ha lanciato la petizione, Nitsch viola i diritti degli animali, perché un animale morto va rispettato.

Non dobbiamo produrre giudizi personali di valore, perché credo fortemente che l’arte – contemporanea – debba astenersi da gusto e giudizio, che non debba allettare – solo – gli occhi.  Come diceva un Maestro, essa dovrebbe stimolare la materia grigia.

Viviamo, infatti, in un mondo di individualisti, in cui ognuno si batte per l’approvazione e il rispetto della propria personale dichiarazione universale dei diritti.

Soprattutto, viviamo in un mondo in cui nessuno (o quasi) pensa la prossimità dell’altro “in maniera etica, quale dimensione ontologicamente originaria e irriducibile dell’essere umano (Lévinas 1978)”.

Quanti mettono a tavola animali domestici e non, seduti, li vestono  e trasportano in borsette chic, li pettinano con bizzarre acconciature o li lasciano in piccoli recinti a far da guardia sentendosi  fermamente animalisti.

In questo ideale rapporto con l’altro, invece, la prossimità dovrebbe trasformarsi in ‘responsabilità’, coinvolgimento non intenzionale. Un coinvolgimento, che si configura come un essere-l’uno-per-l’altro, ognuno legato alla corporeità dell’altro.

Gli animali che Nitsch immola nei suoi spettrali e angoscianti “spettacoli” sono prelevati dai macelli, ancora caldi, dice lui, ma pur sempre cadaveri. Destinati alla macellazione.

Secondo la sua prospettiva essi vengono, in tale maniera, sottratti all’infausto destino e sublimati attraverso il rito “artistico”.

Ora, io non dico che questo sia “regolare”, chiaro, ma perché gli animalisti si sono dovuti  occupare di Nitsch a Palermo, quando ci sono ancora tanti circensi che sfruttano gli animali nei loro aberranti e tristissimi spettacoli itineranti?

Articolo 10

1 – Nessun animale deve essere usato per il divertimento dell’uomo.

2 – Le esibizioni di animali e gli spettacoli che utilizzano animali sono incompatibili con la dignità dell’animale.

E ancora, perché gli animalisti si occupano  di lui  a Palermo, quando ci sono ancora le sperimentazioni sugli animali anche delle cose più inutili al mondo, come per esempio del make-up?

Articolo 8

 1 – La sperimentazione animale che implica una sofferenza fisica e psichica è incompatibile con i diritti dell’animale sia che si tratti di una sperimentazione medica, scientifica, commerciale sia di ogni altra forma di sperimentazione.

2 – Le tecniche sostitutive devono essere utilizzate e sviluppate.

E non ho finito, perché gli animalisti si devono occupare di lui adesso, a Palermo, quando a Napoli, da non so quanto, esiste un Museo Hermann Nitsch in vico Lungo Pontecorvo 29/d, che ha come obiettivo quello di “ rendere il fruitore protagonista e parte attiva del Laboratorio, l’intento è preservare la memoria storica offrendo una serie di supporti e documenti in grado di disegnare il contesto storico-esistenziale delle opere stesse e degli artisti che le hanno concepite.
Rivendicando nessi profondi di consistenza antropologica, il Museo si propone come un posto diversificato (in fase progettuale sono, ancora, la Stanza del Gusto integrata al Terrazzo dei Sapori e dei Colori pensato da Hermann Nitsch) – dove conoscersi, distinguersi, parlare attorno all’essenza stessa dell’arte, dei suoi linguaggi, della sua drammaturgia, dei suoi fenomeni che, come teorizzato dal maestro Hermann Nitsch, “…sono colorati dal colore e hanno tonalità, disegno e definizioni differenti, riecheggiando policromi nella musica, nei suoni, nel dato di fatto delle armonie e delle dissonanze”
? (http://www.museonitsch.org/museo)

Lo dico? No, non lo dico.

E mentre, intenditori, cultori, addetti ai lavori, critici e ignoranti si dividono fra quanti reputano Nitsch un sorpassato che opera senza senso, al limite del pensionamento, chi lo innalza a degno successore di Caravaggio, autore di un’opera irripetibile e sublime, in grado di risvegliare la coscienza e, infine, quelli che lo accusano di essere un mostro che pratica contro natura, io mi limito a pormi la domanda e a trascrivere quanto segue.

“L’estetica italiana è malata del male melanconico dei provinciali dell’800. E’ malata di anemia. Dalla ricchezza del movimento e dall’ideologia letteraria dell’ultima metà del secolo scorso (‘800 ndr) ha ricavato una semplice formula e l’ha distesa sul telaio scricchiolante di un compiacente sistema filosofico: qualche altra formula più astratta e più vaga ha messo insieme droghe pesanti e dozzinali che tolgono finezza al palato. Ciò che manca è l’esperienza dell’arte, della realtà dell’arte, della sua complessità organica, della sua vita molteplice; è la curiosità e l’interesse per la sua struttura concreta, per la sua tensione, per il delicato fluire e rifluire delle sue intime energie di coesione e di sviluppo; e manca non soltanto ai teorici, che non ne hanno neppure un’idea – e si bisticciano se l’arte sia un momento dello spirito o l’attualità del trascendente nel soggetto o l’amore della vita o non so che altra finezza speculativa – manca ai critici, ai così detti uomini di gusto, che si fan prendere dall’ebbrezza delle astrazioni mentre diguazzano nella moda dei luoghi comuni”*.

Articolo 6

1 – Ogni animale che l’uomo ha scelto per compagno ha diritto ad una durata della vita conforme alla sua longevità.

2 – L’abbandono di un animale è un atto crudele e degradante.

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