Seconda “MultiSocialTasking” Intervista. La pittura invisibile di Angela Lomele: quando la vita percorre la materia.

Anche nel  Giardino Pensile chiamato Nea capitano, a volte, queste cose.

Capita che un Floricultore trascorra mesi e mesi, per la precisione nove, a innaffiare ogni giorno il suo fiore  e a posizionarlo sotto il sole, per farlo crescere forte e robusto.

Capita, pure, che un giorno, qualcuno gli dica: “Guarda,  le nuove tecnologie agrarie prevedono l’inserimento nel tuo piccolo bocciolo di una porzione d’altra pianta della stessa specie, allo scopo di migliorarne la qualità ” E lui si fida, non può fare altro.

Ma lo stelo si spezza, il movimento è stato troppo brusco. Quell’innesto, alla fine, non ha assicurato l’upgrade promesso, anzi, ha solo causato la frattura insanabile del gambo di un fiore prezioso.

Da allora, il Giardiniere investe tutte le sue forze (e nemmeno immaginate quante ne abbia!) per trovare la cura adatta alla sua meravigliosa creatura.

La sua forza è la sua Forza.

PQR1 (2014)
PQR1 (2014)

Oggi, la mia “MultiSocialTasking Sky-ap” intervista è con Angela Lomele: un Giardiniere speciale che, amando il suo fiore, cura la sua anima. E questo personale “condimento”, come lo chiamerebbe lei,  percorre dolcemente il suo lavoro, temperandone la drammaticità.

Essere un artista con un approccio problematico alle cose è una delle scelte più coraggiose che si possano fare. Molto più semplice affidarsi a un’arte conservativa e rassicurante, agganciata a una tradizionale visione del mondo. Invece Angela crea scompiglio, pone domande, mette a disagio con le enormi dimensioni dei suoi lavori. Ci mette di fronte all’impercettibile dettaglio materico delle sue opere senza darci la possibilità di afferrarne la pittura. E’ lì, quel particolare. Ma noi possiamo soltanto coglierlo e non toccarlo in maniera tangibile. La sua pittura è sotto i nostri occhi, eppure è invisibile. “L’essenziale – d’altronde –  è invisibile agli occhi”.

MRE/1 (2014)
MRE/1 (2014)

Quasi a sottolineare il movimento intellettivo e ideale che l’arte deve provocare, soprattutto quando si colloca in maniera complessa nei confronti dell’esistenza e dell’esistente. Perché ricordiamo che il dovere sociale dell’arte non è essere “bella” ma “stimolare la materia grigia”. E, quando possibile, partecipare al risveglio dal sonno profondo che ci fagocita, senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Una colossale balena dallo stomaco oscuro. Un’enorme bocca affamata dai denti serrati.

Angela, ti conosco personalmente da tanto tempo, so bene quanto tu sia riservata e discreta, perciò mi sento privilegiata. Sono davvero onorata che tu abbia accettato di partecipare a questo singolare dialogo a distanza con una svalvolata come me.

Iniziamo, perché le domande sono incalzanti.

C.N. Nella pagina del Blog “Storia vera e nascita del Giardino Pensile chiamato Nea”, espongo il mio personale punto di vista sul mondo dell’arte. Testualmente: “Io vedo il mondo dell’arte, e non vuole essere retorica, è la verità, io vedo il mondo dell’arte tutta dicevo, come un mondo viziato, sporco, (apparentemente) pieno di luci e lustrini. Quei lustrini tanto luccicosi e quei sorrisi whitening, però, hanno dietro dei compromessi inenarrabili, inimmaginali.” Tu, per iniziare, come ti definiresti, “sorriso whitening” o “outsider”?

A.L. Non mi definisco in nessuno de i modi, semplicemente sono nata così. L’arte per me è fisiologica, è come mangiare, respirare, vivere! È un percorso che coincide con la mia vita, o meglio ne è parte integrante.

C.N. Da studentessa all’Accademia di belle arti, quando durante le interminabili lezioni di morsura e bisellatura sognavi di fare l’artista, al sistema dell’arte contemporaneo, in cui pian piano e meritatamente ti sei ritagliata il tuo spazio, partecipando a workshops e a lezioni tradizionali, organizzando tu stessa molti eventi espositivi. Ora che hai visto entrambe le facce della medaglia, puoi ancora parlare del “sogno d’artista”?

A.L. Si, è inevitabile parlare del sogno, già la vita lo è, in quanto apparenza, un sogno! L’arte si fa veicolo del sogno, è un mezzo di trasporto della comunicazione, ma anche un’esigenza, quella di ricercare cosa può esserci oltre il sogno!

C.N. Parliamo delle esposizioni a pagamento, una metodologia espositiva  che si sta diffondendo con una velocità impressionante e che se mal gestita – io credo che non sia sempre un male –  rischia di provocare dei danni irreparabili alla selezione della qualità e alla meritocrazia. Quali sono, secondo te, le circostanze in cui si può accettare di pagare per esporre?

A.L. Nessuna. Non deve esistere un criterio del genere nell’arte. Gli artisti non sono gli addetti ai lavori, ma fanno sì che gli addetti ai lavori, come i curatori, i galleristi, i mercanti, i critici, i giornalisti, ecc., possano costruire un business intorno all’artista per cui e di cui egli stesso può beneficiarne. Il sistema dell’arte non esiste se non c’è l’artista. Tutto ciò al quale si assiste, è il solito capovolgimento del quale siamo ormai vittime in ogni settore del mondo! Personalmente non ho mai pagato per esporre le mie opere, mi sentirei umiliata, derisa. Credo che pagare significhi vendere la propria dignità, e chi lo fa, distrugge se stesso e gli altri.

RSH/678
RSH/678

C.N. So di te che gestisci in prima persona la tua attività di marketing pubblicitario, mediatico e informativo. Da sola, cerchi gli sponsor, gli spazi espositivi adatti, i collaboratori giusti.  Autonomamente curi e finanzi le tue pubblicazioni. Tutto questo, crea una sinergica “collaboratività” che mette in circolo una vivacità di intenti pazzesca. Mi pare l’identikit dell’Artista Contemporaneo Ideale, no?

A.L. Si tratta di credere vivamente in ciò che si fa, e soprattutto non aspettare che gli stimoli, gli spunti, le situazioni congeniali arrivino: vanno creati! Bisogna proporsi, modificarsi, e quindi crescere. È sempre la consapevolezza a fare la differenza! Non posso permettermi di trastullarmi aspettando l’occasione, il tempo è mio, il sogno è mio, la vita è mia e sono io che devo costruirmela! (e cavolo, sì! N.d.R.)

C.N. Dai cubi alla tela. Generalmente, il percorso poetico evolutivo di un artista

Sala Giochi (2010)
Sala Giochi (2010)

passa dalla bidimensionalità allo spazio. Il suo movimento, quindi è un andare. Il tuo percorso, invece parte dallo spazio, il tuo tanto amato cubo bianco, per riappropriarsi della tela. Il tuo movimento, a me sembra un tornare. C’è qualcosa che dovevi recuperare?

A.L. In verità non è così. Ritengo che i passaggi dal piano al volume e viceversa, siano uno strumento necessario esattamente come la conoscenza delle tecniche, dei materiali, ecc… Nel mio caso, il proseguo dei cubi è stata un’operazione contemporanea, non un ritorno. Il bianco dei cubi è inteso come la somma di tutti i colori, l’energia in essi contenuta e tenuta volutamente nascosta è esplosa. Tutto questo ha definito un bianco che più non esiste, per cui è divenuto imperfetto. Questa esplosione ha generato 800 opere, di cui ne abbiamo selezionate 6 e portate in grandi dimensioni a getto d’inchiostro su pvc. Questa tecnica ha permesso la chiara lettura del movimento della pittura, nel suo dinamismo esasperato, infatti dipingo con le mani, muovo la pittura, estraendo dal risultato non soltanto un’iter artistico, concettuale, ma anche scientifico.

C.N. L’ultima tua “fatica”, “L’imperfezione del bianco”: una personale che hai tenuto nell’estate 2014 presso la Sala Murat di Bari, in Piazza del Ferrarese, curata dal critico e curatore pugliese Roberto Lacarbonara, patrocinata dal Comune di Bari, coordinata e organizzata da Ugo Molgani. Ideazione del progetto  a cura dell’Associazione Culturale AYFA.

Rubo dalla pagina Facebook dell’evento alcune importanti info:

“Un progetto site specific, definito negli spazi della sala espositiva barese attraverso il ricorso a opere di grande formato (320 x 485 cm) collocate su due lati del perimetro. Si tratta di lavori prodotti dall’artista per mezzo di una elaborazione tecnica e concettuale che, partendo da una ricerca pittorica estremamente gestuale e istintiva, frutto di una vigorosa manipolazione della materia, approda ad un modello comunicativo impersonale, freddo, affatto istintivo: la stampa dell’opera stessa su PVC, gli enormi teli gommati normalmente usati per le affissioni pubblicitarie da cantiere.

Allestimento mostra personale
Allestimento mostra personale “L’imperfezione del bianco”, 2014

È così che piccoli dettagli tratti dalla trama pittorica vengono impressi a stampa sui supporti industriali dichiarando una decisa intenzione di incomunicabilità tra opera e comunicazione, tra gesto artistico e riproducibilità tecnica/digitale. 
Non si tratta tuttavia di un semplice intervento critico nei confronti della tecnocrazia del sapere e della comunicazione. L’artista infatti esplicita un interesse ben differente ponendo la questione del cortocircuito tra ragione e inconscio, tra calcolo e istinto, tra codice e sangue. Oltre a privare lo spettatore dell’opera pittorica “originale” mostrandone soltanto la sua riproduzione, l’artista introduce anche una piccola scultura all’inizio del percorso espositivo: un cubo bianco collocato in una teca di cristallo. Il cubo, elemento da sempre ricorrente nella figurazione della Lomele, definisce pertanto l’esattezza formale, il rigore compositivo dell’intero progetto espositivo, ovvero la volontà di rendere decifrabile e perfettamente codificabile l’ineffabilità di fondo ed il tormento che ogni gesto artistico reca nella profondità del proprio concepimento. È questo il senso di una imperfezione delle superfici, dei bianchi, delle ragioni solide e irrevocabili che, tuttavia, celano l’instabilità delle strutture, la materia tellurica di una profondità cromatica e vitale.”

“L’imperfezione del Bianco” Personale 2014, Sala Murat, Bari

Quindi in mostra non c’erano le opere originali, bensì le copie digitali. A me sembra che tu abbia un voglia grandissima di manifestarti, ma allo stesso tempo un bisogno incontenibile di mantenere intimo e al sicuro il tuo furor creativo.
Il pubblico, come ha reagito?

A.L.  L’esposizione nella Sala Murat a Bari, è stata, appunto, un site specific, per cui le opere dovevano soddisfare le esigenze di quello spazio che presenta dei varchi enormi tra la nuova struttura e la preesistente. Tre delle sei opere, le ho installate in sospensione nei tre varchi, in modo da poter avere come cornice il vuoto. Il pubblico ha reagito come speravo, entrando nella sala, rimaneva sgomento, e per le dimensioni, e per la forza energica del colore, e per il dinamismo che le opere presentavano, ma subito dopo si ritrovavano a giocare con le stesse, nel senso che si divertivano a scorgere forme e significati, esattamente come fanno i bambini, spontaneamente!
C.N.  In occasione del 150° anniversario dell’Unità di’Italia, nel 2011 la Puglia, nello specifico Bari presso il complesso monumentale di Santa Scolastica, ha ospitato il Padiglione Italia della 54° Esposizione Biennale d’Arte di Venezia, fortemente voluta e curata da Vittorio Sgarbi. Tra tutte le polemiche di rito, legate, ahimè alla gestione delle risorse artistiche pugliesi a detta di Sgarbi (e anche mia) in mano a una saccente e politicizzata oligarchia (oddio!), è avvenuto il tuo incontro-scontro con Vittorio: una fantastica scoperta umana, mi hai raccontato. Ma davvero?

A.L. Basta dire Vittorio Sgarbi e chiunque sa già di cosa stiamo parlando! Anche a me è accaduto di imbattermi nelle sue manifestazioni convulse più che irrazionali! È accaduto quando mi ha invitata nel 2011 ad esporre alla sua Biennale di Venezia. Sintetizzo. Le mie opere come quelle di tanti colleghi, il giorno della conferenza stampa, non erano ancora state sistemate, e quando ho chiesto la motivazione, mi ha risposto in malo modo, non aspettandosi le risposte che meritava. Questo evento mi ha fatto conoscere un altro uomo, paterno, attento, disponibile e “mattacchione”. Umile anche, infatti ricevere le sue scuse durante l’inaugurazione, mi interdisse.

C.N. Quali suggerimenti ti senti di dare agli aspiranti artisti che escono dalle Accademie e a quelli che seguono un percorso formativo alternativo?

A.L.  Quando si termina il percorso accademico, si ha la sensazione che il mondo dell’arte stia attendendo solo te, ti senti carico, forte, deciso, ma poi ti accorgi che nessuno ti aspetta se non sei tu a metterli nella condizione di attenderti! Allora capisci che se il sogno è reale, vero, devi rimboccarti le maniche e affrontare il tuo percorso senza pensare a ciò che gli altri fanno. Non è necessario mettersi in competizione, stare nervosi nel vedere che altri, secondo te meno meritevoli, hanno un percorso più dignitoso del tuo! Ognuno di noi è tenuto a priori a seguire la propria strada. Ciò che conta è farlo in armonia con il mondo, in pace con se stessi, con umiltà ma anche con carattere risoluto, con amore e passione. Perché tutto ciò che noi portiamo avanti con questi “condimenti”, inevitabilmente gioveranno coloro che fruiranno di noi e delle nostre opere. È la stessa cosa nella vita, gli ingredienti siamo noi a sceglierli: le pietanze troppo salate fanno male a tutti, è l’equilibrio che ci salva!

Auguro ai miei colleghi un percorso illuminato, fatto di consapevolezza della vita, di buon senso, autocritica e  amore verso gli altri.

C.N. L’ultima domanda è quella che tu fai a me.

A.L. Che senso ha l’arte se i fruitori sono pochi eletti?

C.N. Eh, domanda complessa che in realtà contiene molte risposte. Prendo spunto dalla tua opera “Leone di Venezia o Grifone di Puglia?”, nata proprio dalle vicissitudini legate all’esposizione della Biennale di Venezia. L’opera è rimasta imballata e quindi, mai svelata. Hai trasformato un impedimento in una possibilità, creando un’opera nell’opera dal contenuto impenetrabile. Ecco il valore dell’arte contemporanea: un’opera nella grande opera insondabile che è la vita. Questo, in realtà, permette a tutti di avvicinarsi ad essa. Ognuno con gli strumenti che possiede è in grado di portarsi a casa un pezzo di qualcosa di cui aveva bisogno e che ha trovato. Ciò che rende l’arte fruibile solo da pochi eletti, invece, è quell’atteggiamento snob e pseudo-intellettualoide che il sistema, volto oggi più che mai alla monetizzazione a discapito del valore, assume e promuove, relegando al di fuori del proprio perimetro chi non può, economicamente, permetterselo. Il fine? Creare un circolo d’élite di clienti coi soldi e, fondamentalmente, assoggettare l’artista al pari di un manovale, possederne idee e anima, in un delirante ritorno al mecenatismo. Solo formale, aggiungerei (visto che i contenuti moderni si distanziano non poco da quelli dei cenacoli antichi, no?). Ma non è ovunque così nera. Scorgo ancora qualcuno tra gli artisti e gli addetti ai “valori” che crede nella funzione sociale e pedagogica dell’arte che, come un cerchio giapponese, racchiude in sé il principio esoterico della creazione.

C.N. Cara Angela, siamo giunte al termine di questo rendez-vous multimediale. La prima tra gli artisti di un esperimento social un po’ folle. Credo che dovrai darmi un link per il tuo curriculum espositivo. Ho visto che ce n’è uno su Exibart, va bene quello o ne hai di più dettagliati?

A.L. Usa quello, non ho il computer con me, al momento.

C.N. Ok.

A.L. Forse mancano le esposizioni nei Balcani.

C.N. Forse mancano tante altre cose. Che un curriculum non basta. E manco serve.

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