Colorario 2015: “Tecno-genesi” delle galassie (interiori)

(E’ ufficiale: io non tollero l’alcool. No no, per niente.)

Ve l’avevo detto che Nea era un posto speciale, strano e magico. Dove accadono una miriade di cose discordanti; dove da un momento all’altro, l’ordine della realtà (quale realtà?) si capovolge e, attraverso un inverosimile viaggio nello specchio, ci ritroviamo in una dimensione con nessuna dimensione e tutte le dimensioni. In cui l’unico spazio che si può misurare è quello dell’immaginazione.

Oggi l’evento è a dir poco stra-ordinario: ho convocato per voi due personalità d’eccezione che ci guideranno lungo il sentiero del colore e della sua percezione fisica ed emotiva.

Un uomo, Lui. Una donna, Lei. Fisica, Barbara. Spirituale, Wassily.

Si sono inerpicati, su per il Giardino Pensile, giungendo indenni tra le blu gardenie e una volta sorseggiato un profumatissimo bancha fiorito, hanno cominciato a sentirsi a loro agio.

Sì, perché uno dei due, in particolare, ha impiegato tutta la notte per varcare il continuum spazio-temporale con le sole direttive di Doc e i pochi suggerimenti da Albert.

Mi piace citare Cicerone (è che mi piace proprio citare- voce del verbo Cita-la-scimmia) per introdurre questo singolare dialogo sui due massimi sistemi del colore:

“Così si comprende che la natura stessa non ama assolutamente la solitudine e s’appoggia sempre a qualcosa, come a un sostegno; a qualcosa di dolcissimo, quando si tratta di vere amicizie.”

Sono così, infatti, l’arte e la fisica: due inseparabili amiche unite da un imperativo “mutuo soccorso”.

Esordisce così il primo:

Lui: “Vediamo così che i problemi grandi e piccoli della pittura (e dell’arte N.d.A.) dipenderanno dall’interiorità. La sensibilità innata dell’arte è appunto il talento evangelico, che non deve essere sotterrato. L’artista che non sfrutta le sue doti è un servo inutile.”

 Io: “La vedo motivata, perciò cominciamo dall’inizio e quando arriviamo alla fine, fermiamoci. Qual è la natura fisica del colore?”

Lei: Dunque, prima di parlare del colore, bisogna necessariamente, obbligatoriamente parlare della luce e della sua propagazione.

La luce si propaga come un’onda elettromagnetica. La sua frequenza è definita come il numero di oscillazioni compiute in un secondo. La frequenza della radiazione visibile cade approssimativamente tra 790 THz (violetto estremo) e 395 THz (rosso profondo), con una lunghezza d’onda rispettivamente di 380 e 760 nmL’occhio umano è sensibile a una porzione assai piccola dello spettro delle onde elettromagnetiche. Tra zero e 380 nm e da 760 nm all’infinito si hanno altri tipi di onde elettromagnetiche che l’uomo non percepisce per niente visivamente (onde radio, microonde, raggi infrarossi, raggi ultravioletti, raggi X, raggi gamma).”

Io: “Meraviglioso! Questo ci fa riflettere molto sulla capacità ridotta dell’uomo di percepire la realtà attraverso i sensi. Alla vista, poi, nello specifico è destinata una porzione di verità davvero ridicola, a quanto dici.”

Lei: “Quando ci si limita alla regione visibile, la proprietà che più varia con evidenza con la lunghezza d’onda è quella che ai nostri occhi appare come colore. 
La luce del Sole contiene tutte le frequenze visibili più infrarossi e ultravioletti, eppure a noi appare completamente bianca per il fenomeno della dispersione. 
Sebbene il numero dei colori dispersi sia infinito, la sensazione visiva per l’occhio si può ridurre a sei colori principali, rosso, arancio, giallo, verde, azzurro e violetto (in realtà Newton parlò di 7 considerando anche l’indaco).”

Lui: “Mi pare opportuno intervenire.”

Io: “Ma prego, certamente Maestro.”

Lui: “Consideriamo innanzitutto il colore da solo, e lasciamolo agire su di noi. Ci si presenta uno schema semplicissimo. È evidente che un colore può essere: caldo o freddo, chiaro o scuro.

 Un colore ha dunque quattro suoni principali: caldo-chiaro, caldo-scuro; freddo-chiaro, freddo-scuro. È caldo o freddo il colore che tende generalmente al giallo o al blu. E’ un movimento centrifugo o centripeto. Se si disegnano due cerchi uguali e si colorano rispettivamente di giallo e di blu, basterà fissarli brevemente per notare che il giallo si allarga dal centro verso l’esterno e si avvicina tangibilmente a chi guarda. Il blu invece sviluppa un movimento concentrico (come una chiocciola che si ritrae nel suo guscio) e si allontana da chi guarda. L’occhio è abbagliato dal primo cerchio, mentre s’immerge nel secondo.

Si verifica allora un movimento orizzontale: il colore caldo si muove sulla superficie verso lo spettatore, quello freddo se ne allontana.

Oltre a far muovere e a muoversi in orizzontale questi colori hanno un altro movimento, che li differenzia interiormente. Se ne deduce, quindi che la tendenza di un colore al freddo o al caldo ha dunque un’immensa importanza.”

Lei: “In realtà all’interno di ciascuna gamma di lunghezze d’onda, il nostro occhio avverte una continua e graduale variazione di tinta. La tinta è la particolare sensazione visiva prodotta in noi da una radiazione luminosa. Le tinte possibili sono infinite, ma l’occhio umano riesce a scorgerne circa 200. I colori con una tinta sono detti cromatici.”

Lui: “A questo punto, cara Signora, dobbiamo discutere del secondo grande contrasto: quello che si crea fra bianco e nero. Anch’essi si avvicinano o si allontanano rispetto allo spettatore, ma in modo anti-dinamico, statico.

Lei: “È acromatico il bianco, miscela di tutte le tinte; è acromatico anche il nero, che corrisponde all’assenza di luce.”

Io: “Cosa c’è Maestro? Mi pare di intuire che Lei voglia aggiungere altro.” – lo vedo in effetti un po’ tirato in volto ma cos’avrà?

Lui: “Ovvio. In particolare sul bianco, che spesso è considerato un non-colore (soprattutto grazie agli Impressionisti che non vedono «nessun bianco in natura»).

Esso è quasi il simbolo di un mondo in cui tutti i colori, come princìpi e sostanze fisiche, sono scomparsi. È un mondo così alto rispetto a noi, che non ne avvertiamo il suono. Sentiamo solo un immenso silenzio che, tradotto in immagine fisica, ci appare come un muro freddo, invalicabile, indistruttibile, infinito. Per questo il bianco ci colpisce come un grande silenzio che ci sembra assoluto.”

Io: “Quindi il bianco è molto di più di un non-colore?”- è fantastico come sia tutto logico per Lui.

Lui:E’ chiaro! Interiormente lo sentiamo come un “non-suono”, molto simile alle pause musicali che interrompono brevemente lo sviluppo di una frase o di un tema, senza concluderlo definitivamente. È un silenzio che non è morto, ma è ricco di potenzialità.”

Lei: “Da un punto di vista tecnico e fisico, l’occhio ha tre tipi di rilevatori (chiamati coni) nella retina con pigmenti fotochimici. Registra, perciò, tre sensibilità visive separate che poi sono combinate e pesate per produrre la sensazione cromatica finale. Il buio e l’assenza di luce, per questo motivo, sono definiti nero.”

Io: “Qualcosa da sistemare?” – guardo Lui sempre più instabile nella poltrona di vimini.

Lui: “Il nero è qualcosa di spento, come un rogo arso completamente. È qualcosa di immobile, come un cadavere che non conosce più gli eventi e lascia che tutto scivoli via da sé. È come il silenzio del corpo dopo la morte, dopo il congedo dalla vita. Esteriormente è il colore con minor suono: su uno sfondo nero qualsiasi colore, anche se ha un suono flebile, sembra forte e preciso. Sul bianco, invece, quasi tutti i colori affievoliscono di suono, e a volte si dissolvono, lasciando solo una debole eco. Non a caso il bianco è il colore degli abiti che esprimono la gioia pura e la purezza immacolata. E il nero è il colore degli abiti di grave lutto, simbolo di morte.”

Lei: “E il grigio, miscela di nero e bianco? Anch’esso è acromatico!” – Lei parla sempre con una pacatezza controllata, tipica dell’ingegnere elettronico.

Lui: “Sì, nella sfera fisica non posso contraddirLa. L’equilibrio di questi due colori che si ottiene dalla loro mescolanza meccanica forma il grigio.

Ma il grigio ha qualità morali importanti: il grigio è silenzioso e immobile. La sua immobilità, però, è diversa dalla quiete del verde, che è circondata e prodotta da colori attivi. Il grigio è l’immobilità senza speranza. Più diventa scuro, più si accentua la sua desolazione e cresce il suo senso di soffocamento. Se diventa più chiaro, è percorso invece da una trasparenza, da una possibilità di respiro che racchiudono una segreta speranza.”

Lei: “A proposito del verde. I verdi delle foglie sono prodotti dalla clorofilla. La gamma di colori del mondo naturale scaturisce dalla presenza di pigmenti chimici e dagli effetti della dispersione.”

Lui: “Quando i movimenti orizzontali, quelli centrifughi e centripeti, si neutralizzano a vicenda. nasce la quiete del verde, in cui si nascondono il giallo e il blu: energie paralizzate, che attendono di riattivarsi. Il verde, però, ha una vitalità embrionale che manca totalmente al grigio. E manca perché il grigio è formato da colori privi di energia (di dinamismo), ma capaci di una resistenza passiva, e di una passività immobile (come un muro gigantesco, senza fine, o un abisso infinito senza fondo).

I due colori che formano il verde sono invece attivi e potenzialmente dinamici, e quindi si può dedurre dal loro tipo di dinamismo l’effetto spirituale che eserciteranno.”

Lei: “Se guardiamo verso il sole mentre tramonta, riceviamo fotoni di lunghezza d’onda maggiore (regione del rosso), che sono meno soggetti a fenomeni di dispersione lungo il cammino verso i nostri occhi. 
Quando le particelle disperse nell’atmosfera sono più voluminose tutte le lunghezze d’onda vengono in parte disperse in modo uguale e il risultato è uno scenario bianco o nebbioso.
Persino alcuni animali bianchi devono il loro colore a questo effetto. L’orso polare ha i peli che contengono minuscole bolle d’aria che disperdono la luce incidente.”

Lui: “C’è dunque una profonda affinità fisica tra il giallo e il bianco, come pure tra il blu e il nero, perché il blu può diventare profondo come un nero.

 Il giallo, colore tipicamente caldo, assume una sfumatura verde e perde dinamismo in entrambi i sensi (orizzontale e centrifugo) se si tenta di raffreddarlo. Diventa malato e assente, come un uomo pieno di ambizioni e di energie che viene inibito da circostanze esteriori.

Il blu, che ha un movimento diametralmente opposto, frena il giallo: se si continua ad aggiungere blu i due movimenti si annullano in un’assoluta immobilità e in un’assoluta quiete.”

Io: “Ecco perché non riusciamo a fissare il sole per più di mezzo secondo, allora!”

Lui: “Beh, pensiamoci un attimo: la visione diretta del giallo (in una qualsiasi forma geometrica) rende ansiosi, emozionati, eccitati e rivela la violenza del colore, che agisce prepotentemente su di noi.

La tendenza del giallo ai toni chiari può raggiungere un’intensità insopportabile per lo sguardo e per l’anima. Vedi il sole. Un giallo così intenso è come il suono sempre più acuto di una tromba o quello sempre più assordante di una fanfara.”

Io: “Quindi c’è una certa relazione tra la sfera psichica e il colore?”

Lui: “Direi proprio di sì. Da un punto di vista psicologico il giallo può raffigurare la follia, intesa non come malinconia o ipocondria, ma come accesso di furore, di irrazionalità cieca, di delirio.

Un malato infatti aggredisce la gente all’improvviso, getta le cose per terra, disperde inutilmente le sue energie in tutte le direzioni, fino all’esaurimento. Fa parte dei colori folli di energia, ma incapaci di profondità.”

Lei: “La profondità che invece, e non a caso, troviamo negli occhi azzurri delle persone. Essi sono tali perché nell’iride minuscole particelle proteiche disperdono la luce bianca incidente. Mentre, la colorazione gialla e castana degli occhi è prodotta dalla presenza di un pigmento, la melanina, che impedisce la dispersione (il verde appare al confine, dove il giallo si combina col blu).

Molta dell’energia radiante del sole viene assorbita dal vapore acqueo dell’ozono o dell’atmosfera.
La dispersione della luce da parte dell’atmosfera influisce soprattutto sulle radiazioni a lunghezza d’onda più breve (indaco, blu e verde): esse non raggiungono il nostro occhio e il disco solare ci appare giallo.

La luce blu dispersa fa apparire blu il resto del cielo.”

Lui: “Sì, Il blu è il colore tipico del cielo. La vocazione del blu alla profondità è così forte, che proprio nelle gradazioni più profonde diviene più intensa e intima. Più il blu è profondo e più richiama l’idea di infinito, suscitando la nostalgia della purezza e del soprannaturale. Se è molto scuro dà un’idea di quiete. Se precipita nel nero acquista una nota di tristezza struggente, affonda in una drammaticità che non ha e non avrà mai fine. Se tende ai toni più chiari, cui è meno adatto, diventa invece indifferente e distante, come un cielo altissimo.”

Lei: “I pigmenti carotenoidi sono, invece, responsabili di gialli e arancioni, osservati in piante e altri animali come i pesci. 
Gli altri colori comuni naturali sono il rosso e i viola.

I rossi sono dovuti principalmente alla presenza dell’emoglobina o suoi derivati. I viola, insieme con alcuni rossi e azzurri delle piante, sono dovuti a un pigmento antocianico presente nella loro linfa.”

Lui: “Il rosso che di solito abbiamo in mente è un colore dilagante e tipicamente caldo, che agisce nell’interiorità in modo vitalissimo, vivace e irrequieto. Senza avere la superficialità del giallo, che si disperde in tutte le direzioni, dimostra un’energia immensa e quasi consapevole.

Quando il rosso si avvicina allo spettatore, nasce l’arancione; quando si ritrae nel blu nasce il viola, che tende appunto ad allontanarsi da chi lo guarda.

Il viola dunque è un rosso fisicamente e psichicamente più freddo. Ha in sé qualcosa di malato, di spento (cenere di carbone!), di triste.”

Io: “A questo punto, però, una domanda nasce spontanea. Come mai quando guardo un colore spalmato su una tela o semplicemente osservo le variopinte gradazioni delle ali d una farfalla o delle piume di un uccello esotico, mi sento quasi trasportata in una danza interiore, in volteggiamenti mentali che mi sollevano i piedi dalla terra?”

Lui: “Questo accade perché esiste una risonanza spirituale tra il colore e la musica. Un’eco profonda che riverbera la percezione visiva e la trasforma in suono.

Possiamo infatti assegnare a ogni colore uno strumento musicale.

L’azzurro, per esempio, assomiglia a un flauto, il blu a un violoncello o, quando diventa molto scuro, al suono meraviglioso del contrabbasso; nella sua dimensione più scura e solenne ha il suono profondo di un organo;

il verde assoluto ai toni calmi, ampi, semigravi del violino;

il rosso ricorda il suono delle fanfare con la tuba: forte, ostinato, assordante. Assomiglia al suono del corno inglese, delle zampogne, e quando è profondo, al registro grave dei legni (per esempio del fagotto);

il bianco ha il suono di un silenzio che improvvisamente riusciamo a comprendere. È la giovinezza del nulla, o meglio un nulla prima dell’origine, prima della nascita.”

Lei: “In definitiva, per dare la giusta conclusione dal punto di vista della fisica al discorso, possiamo affermare che il colore è la percezione visiva generata dai segnali nervosi che i fotorecettori della retina inviano al cervello, quando assorbono le radiazioni elettromagnetiche. Il colore non è una proprietà dei corpi.”

Io: “I colori non esistono, allora?”

Lui: “Ah ah” – ride di gusto – “Come un grande cerchio, come un serpente che si morde la coda, ci appaiono i sei colori, che divisi in coppie formano tre grandi contrasti. A destra e a sinistra stanno le due grandi possibilità del silenzio: il silenzio della nascita e il silenzio della morte.”

Quando la fisica e l’arte s’incontrano, la magia che ne scaturisce è talmente potente da lasciarci senza fiato. Primi fra tutti, gli stessi scienziati che scoprono ogni giorno la bellezza delle galassie e quanto queste sembrino quadri dei grandi artisti.
O forse sono le tele dei grandi artisti che assomigliano alle galassie?
Perché quelle galassie sono dentro di noi e ciò che chiamiamo veggenza altro non è che il contatto diretto con la nostra essenza divina.

Io: “Grazie Wassily Kandinsky. Grazie Barbara Bubbi.”

(Alla prossima bottiglia di vodka.)

(Dialoghi liberamente tratti da “Appunti sul colore” di B. Bubbi, ingengere elettronico e “Lo spirituale nell’arte”, W. Kandinsky, Pittore)

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