Sono fuori dal tunnellellellel del divertimento-o-o-o: la luce in fondo di Angelo Barile

Quello che amo di più sono le storie da raccontare.

E qui, a Nea, come avete potuto ben vedere,  ne accadono di storie straordinarie.

Spesso, si affacciano Giardinieri bizzarri, maghi, stregoni e sacerdotesse, principesse con la luna tra i capelli, che mi offrono semi nuovi, sconosciuti.

E io mi fido, non si può far altro su Nea. Li accetto volentieri e li pianto, perché credo nella Magia.

“Come sarebbe bello se solo potessimo entrare nella Casa dello Specchio! Sono sicura che là dentro ci sono delle cose, oh! bellissime. Facciamo finta che lo specchio sia diventato morbido come tulle, in modo che possiamo passarci.”

Per parlare con Angelo Barile, attraverso una  liquida e luminosa nebbia d’argento.

Lui è uno che parla piano, con lentezza ma forte. E’ potente.

Incontrarlo, seppure virtualmente, è stata un’avventura singolare: mentre io volevo condurre la conversazione da una parte, invece lui la dirottava di continuo.

Bianconiglio
Bianconiglio

Mi ha trascinato nel suo mondo incantato e onirico. Il Bianconiglio col panciotto e l’orologio, e una foltissima barba imperscrutabile, ha spinto la mia curiosità fino a farmi precipitare nel buco.

Avrei potuto parlarci per ventiquattrorefilate, senza nemmeno rendermene conto. Alla fine, gli argomenti così legati, intrinsecamente uniti, hanno reso impraticabile il classico impianto domanda-risposta e si è trasformato in un interessante dialogo aperto.

Angelo ha una gran voglia di parlare, di far conoscere a tutti quella galassia interiore che anima il suo corpo, quell’esplosione di immaginazione che pervade i suoi occhi. Ha tanto da dire. E io ho una gran voglia di ascoltarlo. Voi, no?

La sua scelta stilistica appartiene a una sottocultura di nicchia, riservata agli appassionati del genere, ma con enormi potenzialità di riscuotere un successo di grande pubblico anche in Italia, considerato il substrato pop che dà corpo al movimento.

La Lowbrow Art, conosciuta anche con il nome di Surrealismo Pop, è un movimento artistico nato alla fine degli anni Settanta nell’area di Los Angeles, negli ambienti che ruotano attorno alle riviste di fumetti underground, alla musica punk e ad altre sottoculture californiane. Il termine lowbrow venne in contrapposizione a highbrow, che in inglese colloquiale significa “intellettuale” o “cultura alta”.

Spesso i surrealisti pop sono autodidatti e forse questo è il motivo per cui il movimento ha sempre trovato difficoltà ad inserirsi nei circuiti artistici tradizionali.

Gran parte di essi sono pittori, ma tra le loro opere non è insolito trovare sculture e anche giocattoli. Negli Stati Uniti, il movimento è tutt’oggi molto seguito da gallerie e riviste specializzate che lo sostengono e lo diffondono.
In Italia, la Lowbrow Art, per il momento, è conosciuta ed apprezzata solo da un pubblico di settore.

Nel 2010, presso il Museo Carandente di Spoleto, Alexandra Mazzanti cura una delle più complete mostre italiane su questo movimento, dal titolo “Pop Surrealism: What a WonderFool world”, radunando gran parte degli artisti americani ed europei. Due gli italiani presenti nell’esposizione: Nicoletta Ceccoli e Niba

Ma non è abbastanza. E’ che in italia il surrealismo pop si deve fare ancora le ossa e quindi magari i critici e gli spazi espositivi non rischiano, mettendosi in gioco con i suoi rappresentanti. O forse, il movimento è destinato a rimanere un lusso esclusivo per chi lo conosce.

A me non interessa. A me mi piace, assai. A me me piace ‘o blues.

A.B. Sai uso Skype per parlare con mia figlia che vive in Australia e con il mio manager a Chicago.

C.N. Sono una privilegiata allora! Come mai il manager ce l’hai a Chicago, così lontano?

A.B. Mi cura il lavoro negli Stati uniti.

C.N. Bene, perciò hai dei clienti anche negli States?

A.B. Devo andare a Chicago nei prossimi mesi.

C.N. Andrai a vedere Mark Ryden?

A.B. Mark Ryden?  Certo. Ho già fatto parte di una collettiva con lui, Marion PeckIn Italia (il surrealismo pop N.d.A.) non vale nulla. Ci prendono in giro.

C.N. Ma c’è Nicoletta Ceccoli anche che è un portento, io l’adoro.

A.B. Non è italiana, è di San Marino.

C.N. Ahahahahah dai.

A.B. Davvero, in realtà non è italiana, la Repubblica di San Marino è indipendente! Vabbé, scherzi a parte è bravissima. Ma ripeto, in Italia questa corrente artistica non funziona. Si pensa che siano quadri da cameretta per i bambini. Vi è una tale ignoranza. – ride con una emoticon su Skype –  Sai il mio progetto futuro è dare un senso alla corrente, modificarla e renderla tutta italiana, con le nostre tradizioni. Per questo sto facendo una serie di lavori sulle Sante. Siamo un Paese fortemente influenzato dalla religione Cattolica. Abbiamo un passato che gli americani non hanno, possono solo rubarcelo. Ma è nostro e io lo voglio costruire.

C.N. In pratica, non ti ho ancora nemmeno fatto la prima domanda che l’intervista è già partita. Fantastico! Ho ragione a reputarti un artista fuori dall’ordinario! Hai una tecnica pazzesca e una padronanza assoluta del disegno (mooolto praticato) con una poetica visionaria pop-noir, a metà tra Tim Burton e Lewis Carroll. Proprio per la tua scelta artistica, il pop-surrealismo, ti senti più un outsider dell’arte o un “integrato” nel sistema?

A.B. Sai non ho fatto studi artistici. In realtà io mi sento legato al disegno. Faccio parte del mondo dell’arte di questa corrente. Mi sento estraneo ad altro.

C.N. Quando hai cominciato a capire che l’arte sarebbe diventato il tuo mestiere?

A.B. Intorno all’anno 2000, quando c’è stata una svolta. Ho sempre disegnato, fin da bambino. Il primo giorno di scuola presi una nota dalla maestra perché non avevo fatto le “aste” come primo compito, ma una torta di compleanno con le candeline. Non so perché feci quel disegno, forse le candeline si avvicinavano alle “aste” che trovavo ridicole. Ho sempre avuto un modo strano di disegnare.  Ero curioso di sperimentare. Ad esempio disegnavo la figura umana partendo dai piedi e continuavo verso l’alto

C.N. La tua tensione verso l’alto. “Tutto parte dal basso e poi va su.” Infatti, i tuoi lavori fin dagli esordi , di dimensioni quasi murali, sono percorsi da un forte senso del grottesco accoppiato in modo originale con la freschezza dell’età che rappresenti sulla tela. Avverto un velo di oscurità nella pittura, no? Perché i tuoi bambini sono così “incazzati”?

A.B. Ho sempre voluto rappresentare il conflitto fra bambini e adulti. Gli adulti usano gli infanti per molti motivi. Gran parte della pubblicità è indirizzata verso il consumismo con attenzione dei bambini. I bambini chiedono le cose che vengono pubblicizzate ai genitori. Qualsiasi cosa: dal cibo ai vestiti ai viaggi, giocattoli, auto famigliari del papà…e sorridono. Per cui…

Palla Mia Angelo Barile
Palla Mia

C.N. Per cui dicono “ora basta…la palla è mia! la vita è mia!”

A.B. Dipingo personaggi infantili che chiedono agli adulti: ora tu guardi me emi chiedi cosa voglio davvero.

C.N. Ecco, ho provato molto disagio guardando quei visi ritratti in smorfie “antipatiche”. Questo abbinato alla grandezza delle dimensione è davvero alienante.

A.B. Questo devono fare! Era un progetto importante: le grandi dimensioni e la visione grandangolare erano necessarie.

C.N. Quasi volessi realizzare dei cartelloni anti-pubblicitari, giusto?

A.B. Si. Le grandi opere hanno il loro perché. E adesso inizierò nuovamente a farle. Nel 2016. Con altri temi ovviamente.

C.N. Come mai poi, dal murales (perché come grandezza siamo lì) sei passato alle piccole dimensioni del porta-fotografia, ?

A.B. Mi affascina la forma gotica. Inoltre, nel piccolo trovo attinenza alle 3fotografie, quelle in bianco e nero. Mi dà i  brividi vedere le foto dei post-mortem. Quelle vecchie foto, macabra usanza!

C.N. E in effetti a questo mi fanno pensare! A un rimaneggiamento pop delle foto dell’inizio secolo, un’ ulteriore variazione sul tema surrealista. Le tue sono suggestioni oniriche a metà tra Goya e Magritte,  dove follia e ordinario si incontrano e si scontrano in un connubio letale. Mi toccano nel profondo. Quindi la svolta stilistica era dietro l’angolo? Quando è arrivata? E come?

A.B. Mah, il passo in realtà non ricordo quando l’ho fatto.  Credo un sei anni fa. Rivedendo un film  un po’ datato, che tra l’altro,  non c’entra nulla con il pop-surrealismo. Un film del 1937 di Frank Capra, Lost Horizon. Le attrici erano così eteree con quei visi bellissimi. Grande film!

C.N. E le ambientazioni alla “Metropolis”… sì, quelle atmosfere post-umane che rimandano ai romanzi di Isaac Asimov.

A.B. Quelli con cui sono cresciuto.

C.N. Il surrealismo pop trasfigura queste atmosfere.

A.B. Il pop-surrealismo Non è solo Mark Ryden. È un insieme di universi interiori che combattono fra loro. Abbiamo sempre il bambino inside che combatte con l’adulto. A volte vince e a volte perde. Quando prevale il bambino, viene fuori l’opera degna. È un racconto di quello che sei stato, di quello hai vissuto e di quello che continui a vivere.

C.N. Quindi finalmente stai restituendo qualcosa a quei bambini che ci guardano dall’alto in basso nei tuoi primi dipinti?

A.B. Ci provo, anche se per adesso pochissimi si sono minimamente avvicinati al significato,  Interessa, più che altro,  il disegno. Che sia piacevole, stimolante, colorato. A me queste cose non interessano, le faccio perché io sono questo. È l’unico motivo per cui faccio queste cose. Questo sono io. Chi fa surrealismo pop mette in mostra se stesso, nascondendolo. Ogni lavoro di chi fa questo tipo di pittura, rappresenta inconsciamente il sé in un personaggio. Sembra che raffiguriamo favolette, e invece.

C.N. Beh, il colore direi che è fondamentale. Pensiamo ai lavori cinematografici di Tim Burton:  c’è un’esplosione cromatica pazzesca, una sovraesposizione incredibile e una saturazione accentuatissima. E certo, i tuoi dipinti non sono semplici dipinti. Sono creature, hanno un nome. E tu ti rivolgi a loro. Mi piace questo.

A.B. È un dialogo, muto a parole. Ma è un dialogo.

C.N. Un dialogo e anche un venirsi incontro. I tuoi personaggi sono così potenti che a un certo punto una di loro ha cominciato a prendere vita. Come è successo con il progetto  con I-cone Lab.

A.B. Vero. È un progetto che non sono riuscito a seguire. Colpa mia. Dare animo alle opere. Il progetto con I-cone Lab era iniziato un anno fa. Su un mio dipinto veniva applicata questa nuova evoluzione,  la realtà aumentata. Scaricando l’applicazione, sullo smartphone o tablet, inquadravi il dipinto e questo come per magia cominciava a muoversi. Poteva essere incredibile. Io con i miei mille impegni non ho potuto seguire il progetto. Colpa mia.

C.N. Credo che tu sia astato forse il secondo in Italia a usare la realtà aumentata nell’arte. Gli Studio++, con un’opera site-specific, l’hanno applicata alla facciata di Palazzo Riso a Palermo.

A.B. Ho fatto anche delle presentazioni a due mostre di questo progetto.

C.N. E come mai muoveva gli occhi la tua signorina? (si lo so, le ho seguite!).

A.B. Abbiamo iniziato con gli occhi, perché credo siano una parte importante del mio lavoro. Ma sai io sono prevalentemente un pittore ed in quel periodo avevo tantissimo lavoro da fare. Ti dirò due cose, per quanto mi riguarda, sul mondo dell’arte. Una simpatica. Ed una antipatica.

La cosa che mi dà fastidio è andare a vedere mostre fotografiche o concettuali (perché a me interessano comunque ) parlare con gli artisti e sentirsi dire : “ah ma tu fai solo pittura!”.

La cosa bella è riconoscersi negli sguardi di persone che non conosci appena dopo aver visto un tuo quadro, ripeto solo alcune persone. L’arte, chiunque la fa e qualsiasi cosa faccia, deve aiutare ad avvicinare le anime.

C.N. Questo lato di te mi colpisce molto, sai. Ho sentito in un’intervista che hai due studi: uno piccolo, privato, in cui realizzi i tuoi lavori e uno più grande dove organizzi collettive, incontri, eventi. Dai anche la possibilità agli emergenti di avere visibilità, portando le proprie opere. Le tue parole sono state “in amicizia”, cioè senza guadagnarci un centesimo. Credi davvero che possa esistere una leale reciprocità nel mondo dell’arte?

A.B. Sì, anche se ho smesso di organizzare eventi. Purtroppo. Stavo diventando troppo gallerista agli occhi di altri.

C.N. E no, i galleristi se fanno pagà.

A.B. Non è il mio lavoro fare il gallerista. La reciprocità nel mondo dell’arte è pura fantascienza. Io odio gli artisti come loro odiano me, ma amo tantissimo le loro opere.

C.N. Io spero invece in un mutuo soccorso tra artisti puri. La vera forza è nel gruppo. “No man is an Island”.

A.B. Mi spiace. Devo contraddirti. I gruppi servono come passaggi, gli amici sono altri. Almeno io sono stato sfortunato forse.

C.N. Ma non credo si tratti di amicizia. Riconoscere le qualità dell’altro è un arricchimento per tutti, per chi le possiede e per chi le ammira. Ci vorrebbe solo un po’ più di umiltà e meno egocentrismo, la quale cosa per taluni artisti moderni occidentali è inconcepibile.

A.B. Fino a quando non inizi a dare fastidio.

C.N. Cosa intendi per dare fastidio?

A.B. Non essere invitati a mostre dove fai pittura simile ad un suo assistito (parlo di galleristi ). Artisti che chiedono di non invitare altri artisti. Cose così. Cose terribili.

C.N. A quel punto non è meglio restare fuori dal grande mercato e crearsi dei clienti e amatori di nicchia?

A.B. Io sto facendo così da anni.

C.N. E fai bene, io preferisco gli outsiders consapevoli per scelta.

A.B. Non faccio parte di nessuna galleria di riferimento, come credo tu sappia. Se si divertono loro, quando gli dicono cosa fare e cosa va di moda…Io non ci sto.  Non a caso, la mia partenza verso gli Stati Uniti è prossima. Sono stufo di vedere sempre le stesse cose qui in Italia. Stesse persone, stessi vernissage….solite cose.

C.N. L’italia è  tutta una grande provincia. Vorrei  dire che è retorica, ma non posso.

A.B. Brava. Milano, pure, si sta omologando alla realtà italiana. Non è più la splendida eccezione di qualche anno fa. Non vedo nulla di nuovo.

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C.N. Ma parliamo di cose positive: la tua inesauribile creatività si espande dalla tela al design fino anche alla decorazione murale (il ritorno, appunto) di interni di locali a tema. Hai realizzato delle “converse” con due tuoi personaggi e hai portato Magà sui muri di un locale, di prossima inaugurazione.10

A.B. In realtà Magà è un progetto importante. Si tratta di un organizzazione polivalente. Non è un locale come tutti credono.
Tratta di food art , comunicazione, attività ludiche. 9È un complesso di tre piani dove c’è un ristorante-family, laboratori di fotografia, tecnici, studi di registrazioni musicali , un asilo all’interno. Sì, un progetto fatto a tavolino con loghi. Sarà pubblicato anche un libro , con la storia di Magà.

C.N. Ora tocchiamo un argomento delicato, la Madonnina che hai dipinto sul pilone: com’è questo rapporto improbabile tra religione e surrealismo pop? Tra un tema ritenuto intoccabile con la tecnica pop-surrealista, in un Paese così ipocritamente cattolico?

Madonnina del Pilone
Madonnina del Pilone

A.B. Voglio precisare che non faccio nessuna denuncia. È già da tempo che sto dirottando verso questo profilo. Allora, fare la Madonnina secondo il mio stile, azzardato come hanno detto da queste parti,  in qualche modo fa parte del proseguimento del mio lavoro: creare un’iconografia nostra con un tipo di pittura diversa, la mia; il mio prossimo cammino futuro nel mondo pop surrealista.  Vicino forse al fumetto manga, ma questo è successo in quelle giornate.  Dare un’ impronta tutta italiana. Con le nostre radici. Creare un movimento in cui si riconosca la mano italiana.

Sai perché il pop surrealismo non funziona in Italia? Primo perché non lo sentiamo nostro. La Storia di Alice

More Love
More Love

e cose simili è più indirizzata verso il pubblico anglosassone. La cosa più importante, però, è la assoluta mancanza di una mostra pubblica con uno spazio pubblico degno, accompagnato da una critica e una spiegazione di rilievo. Una consacrazione ufficiale.

Finché si faranno mostre e mostrine in spazi privati (galleria), le persone non porranno mai attenzione alla corrente. Non riterranno mai importante un lavoro, se non vi sarà una riconoscimento pubblico. Attualmente per il collezionista medio, mettere un poster o un dipinto di Alice nella cameretta della bambina è la stessa cosa. Perché è quello il posto dedicato ad un quadro di pop-surrealismo. Ovviamente, poi, il prezzo è assai differente.

C.N. Tra i tuoi colleghi italiani, a parte Nicoletta –  che per me fa una specialissima eccezione –  chi ritieni all’altezza di rappresentare il surrealismo pop ?

A.B. I miei colleghi italiani? Ce ne sono pochi e sono quasi tutte donne. Conosco ed ammiro Nicola Verlato, che è stato inserito nel pop surrealismo, ma non ne fa parte secondo me. Io adoro Luciano Civettini. Dilka Bear mi piace. Marco Mazzoni.

C.N. Andare a lavorare in America per committenti americani non significa “tradire” l’ideale della creazione di un pop-surrealismo tutto italiano, secondo te? I pop-surrealisti sono tutti costretti alla fuga?

A.B. I pop-surrealisti in Italia non esistono, vengono messi da parte. Lavorare in America è stimolante, porterei cose lì che loro nemmeno immaginano. È forse nemmeno qui lo possono immaginare. Porterei la nostra memoria storica.

C.N. Ok, Angelo, siamo giunti alla fine di questo bel percorso. In realtà potrei parlare con te h24, ma non è possibile. Avrei  voluto parlare della tua pittura speculare, ma tu, Bianconiglio, mi hai portato altrove.

A.B. Già…sai molti anni di lavoro non si possono raccontare in breve. Contento di questa intervista.

C.N. L’ultima domanda, anche se non ci conosciamo personalmente, è quella che tu fai a me. La prima che ti viene senza particolari mediazioni.

A.B. Ma tu pensi che io sia un animale strano? Che pensa in modo strano?

Diavolesso
Diavolesso

C.N. Ahaha bella! Fai la domanda giusta alla persona sbagliata. Io non contemplo il significato della parola “strano”, mentre adoro “animale”. Sì, penso che tu sia un animale, un unicorno alato, un drago a due teste, una salamandra caleidoscopica e fosforescente. E giustamente pensi di conseguenza. Questo è strano? Può essere. A me non interessa. A me mi piace assai. A me me piace ‘o blues.

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