(E io vi narrerò di un intervallo realE)

Le mie riflessioni estemporanee nascono sempre da dettagli piccolissimi. Questa, nello specifico, sorge naturalmente dalla singolare assonanza tra il Nome, anzi Cognome, di qualcuno con cui sono di recente venuta in contrasto e uno dei tre personaggi della storia che sto per raccontarvi, grazie alla quale ho avuto una delle migliori rivelazioni della mia vita.

Giorgio era un Cavaliere.

Ci ha raccontato di lui Jacopo da Varagine, nel libro LVIII della sua Legenda Aurea composta a partire dal 1260 circa.

Jacopo narra di una cittadella chiamata Selem, in Libia, in cui c’era un grande lago, profondo e oscuro. In esso, si nascondeva un drago malefico che uccideva, col suo putrido e fetente soffio, chiunque incrociasse la sua strada. Per placare la sua famelica brutalità, la popolazione gli prometteva in sacrificio due pecore al giorno. A un certo punto, però, le risorse cominciarono a consumarsi e gli abitanti furono costretti a offrirgli una vittima animale e una umana, estratta a caso.

Fu così che arrivò anche la sorte della figlia del Re, la principessa  Silene. Nonostante i tentativi del Padre di corrompere il suo popolo donandogli la metà del Regno (nulla può la ricchezza contro la vita), la fanciulla, tra lacrime, sgomento e lamenti venne tuttavia condotta, con lentezza, alla sua culla di morte.

Quand’ecco, su un possente cavallo e con lo scudo, un Lucente Guerriero si avvicinò alla principessa. La confortò, assicurandole di intervenire per salvarla. Dette che ebbe queste parole,  si inoltrò negli abissi stagnanti e cominciò la sua acerrima lotta col serpentone.

Dopo aver guadagnato vantaggio sull’anfibio, il Bel Giorgio – sì era proprio lui – lo ammansì, chiedendo a Silene di avvolgergli il collo con la sua cinta, chè il drago l’avrebbe docilmente seguita per il paese.

Tutti restarono allibiti, increduli e atterriti da quella scena.

Il Soldato Trionfante allora disse loro: “Nolite timere, ad hoc enim me misit dominus ad vos ut a poenis  vos liberarem draconis”.

Perché non l’ha ancora ucciso? (immagino si chiedessero tutti).

Perché  non si può sfuggire al lato oscuro, alla bestialità insita nella natura. Distruggere l’istinto, la parte materiale, eludere la traccia primordiale significa frammentare inesorabilmente l’essere in due brandelli distinti, condannarlo a una radicale e, per questo sofferta, realtà manichea.

Noi siamo Uno. Il “male”, lo chiamo così solo per convenzione (perché sono sempre più convinta che non tutti i mali vengono per nuocere, anzi nessuno), va appunto ammansito, addomesticato e tenuto sapientemente a bada, ben sapendo che è lì, dentro di noi, e non dietro, e che potrebbe prendere il sopravvento in qualunque momento.

L’unico modo per non soccombere al buio avversario è dotarsi di uno scudo resistente e di una lancia affilata e combattere, quotidianamente, un’estenuante battaglia: il nostro peggior nemico, sappiamolo, siamo noi.

Senza nondimeno arrendersi, senza spostare mai l’attenzione dal fine ultimo. Sforzandosi di non perdere le forze.

Fondamentale è difendere la fortezza, con verità e giustezza.

Non ammazzarsi invano (senza per altro neppure riuscirci davvero) con penosi sensi di colpa.

Per recuperare la sostanza divina, si deve comprendere e superare l’apparente separazione e tendere all’equilibrio costante, ubbidendo così, alla forza magica del Tre: la Pura Principessa e il Fetido Drago, Giorgio il “Moderatore”.

San Giorgio e il Drago, Paolo Uccello, 1470
San Giorgio e il Drago, Paolo Uccello, 1470

Il nostro pane soprasostanziale è anche il dinamico movimento degli opposti, che ci permette di essere vivi e presenti.

Ah, dimenticavo. Mentre per me la Storia poteva terminare in questa maniera, invece  poi è sopraggiunta l’Iniziazione Cristiana e quel povero dragone ha tirato le cuoia. Forse.

Allora che il re e la popolazione si convertirono, infatti, il  Fulgido Giorgio uccise il drago e lo fece portare fuori dalla città trascinato da quattro paia di buoi. Modificando inevitabilmente la trasparente linearità di tutta la storiella.

“Se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro.  Bisogna essere molto pazienti. In principio, tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba.  Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino.  Poi il giorno dopo ancora più vicino, finché mi potrai toccare. Saremo diventati amici, non avremo più paura uno dell’altro. Saremo felici di stare insieme.”

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8 thoughts on “(E io vi narrerò di un intervallo realE)

  1. Ciao cara,
    Questo tuo post mi era sfuggito nel lettore, lo vedo solo ora e… poggio il ginocchio a terra.
    Dal mio punto di vista… notevole, davvero notevole. L’equilibrio lo hai trovato tu con la modellizzazione più elegante ed armoniosa che si potesse fare di questa storia.
    Sei molto “orientale”, davvero.
    Complimenti ancora.
    PS: ho “privatizzato” il mio Blog, ma se tu chiedi di entrare ti autorizzo immediatamente

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