Specchio, specchio delle mie brame

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Mi pare ancora di vederlo. Sì, lo vedo, il riflesso degli specchi. Frammenti di luce che si incontrano e si intrecciano come radici, destinate e rimanere nascoste, nell’umido del profondo.

Nell’umido trovano nutrimento, affamate di sguardi e di pelle.

Ogni volta che attraverso la tortuosa strada che conduce, a strapiombo, da Patti a Brolo, mi soffermo con l’anima sulle pietre della Torre di Guardia delle Ciàvole.

Immersa nel fascino che esercitano su di me le pietre, sopratutto quelle che arrivano dritto dritto dal Medioevo, non ho voluto, per molto tempo, sapere di cosa si trattasse. Mi bastava il rapimento est-e-tico di una solitaria costruzione che ha attraversato i cieli, un po’ malmessa, forse stanca, sotto i continui colpi delle onde del mare e le nidificazioni delle Ciàvole, appunto, gli uccelli che l’hanno, nei secoli, assediata.

E la mia mente metteva in scena immagini, nitide e remote memorie, come già mi è successo altre volte, di duelli all’ultimo sangue, grida e languidi abbracci pieni di sospiro.

Il “caso” ha strani modi di operare. Con i suoi causali ritorni, mi manda messaggi che non sempre sono in grado di cogliere. Mi invia indizi che spesso apprendo a scoppio ritardato. E ora, dopo l’ennesimo trillo, accolgo l’invito e cerco di scoprirne di più.

Piraino è una piccola cittadella che sorge  a strapiombo sul mare. La torre si trova a Gliaca, una frazione del comune, ed è letteralmente arroccata in bilico su una roccia che sporge dal mare.

Nasce dal progetto di un architetto siciliano chiamato Camillani tra il 1590 e il 1630 e rientra nell’ambizioso progetto di fortificazione delle coste siciliane, iniziato dal 1500.

La torre fu sotto la deputazione dei duchi Denti che dovevano provvedere al suo armamento e al mantenimento delle guardie.

E’ da qui che parte la storia che diventa leggenda.

La torre era presidiata da quattro soldati che controllavano i vascelli in transito e lanciavano l’allarme in caso d’incursioni piratesche o di bastimenti infestati. I turni di guardia si susseguivano incessanti. Mantenere il ritmo era molto faticoso. La salsedine, il mare impetuoso e il sole testardo moltiplicavano i vaneggiamenti dei soldati. Soli, lontani da casa, da un abbraccio caldo, dal conforto di un focolare domestico.

La base quadrata  della Torre si sviluppava su tre elevazioni. La facciata principale era rivolta a sud e aveva tre aperture.

Ancora oggi, accanto a una finestra si vede  la campana per l’allarme.

Una notte, un soldato si avvicinò a una finestra per la manutenzione del bronzo.

E lucevan le stelle: all’improvviso, fu costretto a riparare gli occhi con una mano, perché il riflesso di una di loro gli penetrò le pupille.  Proveniva dalla facciata della Torre del Castello dei Principi Lancia a Brolo.

Incuriosito, riuscì a trovare un frammento di vetro per rispondere a quel riverbero.

L’interesse per questa stravaganza aumentava di notte in notte e il soldato  scoprì che nella Torre vi abitava la bellissima castellana Maria Lancia, figlia di Francesco I e di Francesca Settimo, soave fanciulla celebrata, nei dintorni, per la sua grazia e avvenenza, l’unica di tre sorelle destinata alla vita monacale.

Il guardiano si riempì di ardente desiderio e attendeva, impaziente, il ritorno ciclico degli astri notturni.  Era noto a entrambi l’elaborato linguaggio degli specchi che usavano per comunicare. Ma solo se la notte era chiara.

Quindi soffiavano via, in sincrona passione, tutte le nuvole con ripetuti sospiri, mano mano che i loro aneliti si facevano sempre più ravvicinati e i gemiti più bramosi.

I due si scambiavano espressioni d’amore talmente ardenti che non seppero resistere oltre al desiderio di incontrarsi di persona.

Dopo mille sotterfugi, la bella Maria riuscì a fuggire dal Castello e, cavalcando la roccia che precipitava nel mare,  abbracciò, finalmente, l’amato rivelato.

Il fratello di Maria, Fabrizio, insospettitosi una notte scura e senza stelle, infuriato di rabbia e vendetta, decise di rispondere all’offesa dell’insidia subita, eliminando il guardiano.

Si appostò, dunque, sullo scoglio antistante Brolo (chiamato forse per questo motivo “scoglio del pianto”) e lo ammazzò violentemente, lasciando il suo corpo, chiuso in un sacco, scivolare impotente e inflessibile sul fondo oscuro del mare.

Lì, le stelle non lucevano più. Ogni frammento di luce rimbalzava sulla superficie dell’acqua e non riusciva a raggiungerlo. Lo specchio non aveva riposte. Il respiro rallentava, con lentezza, dondolando fra le correnti sotterranee.

La brama si è sciolta. Il cuore si è spento.

Maria la Bella, ogni notte di stelle, ritorna alla Torre in cerca dell’abbraccio del suo amato. Appare ai pescatori, ancora oggi, augurando loro una buona pesca, in attesa che dal fondo riemerga, presto o tardi, il suo grande amore.

Oggi la torre appartiene a privati, ma, nonostante ciò, è scandalosamente abbandonata, crollata, diroccata.

Dopo una serie di sopralluoghi e riunioni, pare che la Provincia di Messina abbia deciso finalmente d’intervenire, nell’ambito degli interventi per il ripristino del litorale eroso, per realizzare una barriera preliminare e difendere lo sperone roccioso dai marosi che provengono da ponente.

E chissà che durante i lavori, quel sacco che trattiene il guardiano sul fondo del mare non si sfaldi e lasci che il suo cuore, sospinto dalle mareggiate, possa riunirsi alla bella Maria, trovando la pace in un barlume rifratto.

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