Il triangolo no! non l’avevo considerato: riflessioni metàfisiche metà serie.

1 Il mondo è tutto ciò che accade.

Non mi piacciono gli inizi. Sono troppo sbilanciati, perciò mantenetevi  fermi e allacciate le cinture. Qui si va forte.

Questa mia riflessione parte dalla scoperta che il 26 settembre 2015 (e dura fino al 24 gennaio) è partita la mostra collettiva The Probelm of God” alla Kunstammlung Nordrheinwestfalen di Dusseldorf.

L’esposizione  si pone l’obiettivo di esaminare la sfera socio-economica del Cristianesimo contemporaneo, ritenendo inattuabile l’indagine della sfera teologica.

Mi pare logico che dalla sfera voglio partire.

L'atronomo, Vermeer, 1668
L’astronomo, Vermeer, 1668

Sulla sfera, e solo sulla sfera, è possibile che esista un triangolo con tutti gli angoli retti. O comunque con la somma degli angoli interni diversa da 180°.

Il triangolo, a ragione, può essere definita la struttura primordiale, la forma base in quanto non scomponibile in nessun’altra figura geometrica.

Il Cristianesimo, quando affronta il “problema di Dio”, in effetti, è un fiume in piena di allegorie: il  triangolo con il vertice verso l’alto simboleggia la natura Divina di Cristo, mentre il Triangolo Rettangolo  rappresenta l’Uomo, il mondo terreno e tutta la generazione che si concepisce dalla divisione.

Pavlev Buchler
Pavlev Buchler

Una  lente inserita tra le pagine di un libro ingrandisce la parola “invisibile”.

Ma qual è, allora, ‘sto problema con Dio?

Nella soffice culla newtoniana,  l’armonia della legge della natura geometrica e misurabile risuonava con il benessere dell’uomo.

Le cose, tra le altre, stavano così:

  1. Tra due punti qualsiasi è possibile tracciare una ed una sola retta;
  2. Si può prolungare un segmento oltre i due punti indefinitamente;
  3. Dato un punto e una lunghezza, è possibile descrivere un cerchio;
  4. Tutti gli angoli retti sono congruenti tra loro;
  5. Data una retta r e un punto p non appartenente a essa, è possibile tracciare per p una e una sola retta parallela alla retta r data.” 

I primi quattro punti potrete praticamente verificarli col semplice uso di una matita su un foglio.

Il quinto punto, invece, ha rappresentato, anche per lo stesso autore – Euclide – un costante imbarazzo per la non immediata dimostrabilità.

Che cosa significa, in parole povere? Significa che, dato un piano, non  si possono condurre per un punto due parallele alla retta data, ma solo e soltanto una.

Il V postulato di Euclide
Il V postulato di Euclide

Tutta la cultura, la filosofia e l’arte, per un periodo abbastanza lungo, si sono costruite su questo presupposto. E l’uomo era disegnato al centro e al di fuori – super partes – di un meraviglioso progetto della Natura creato apposta da Dio. L’essere è e non può non essere; il non essere non è, altrimenti sarebbe. Tutto è chiaro, al fascio di luce.

Un giorno, però, di punto in bianco, un Principe Germanico, supportato da un paio di amici, cominciò a sostenere che i concetti geometrici sono, invece, creazioni artificiali della nostra mente, tratte dalle proprietà del movimento e non proprie dell’oggetto statico.

Questa teoria determina come mai lo spazio in sé separatamente, per noi, non esiste.

Il mondo, d’altronde, non si dispiega sullo stesso piano in cui si svolge la geometria.

Lo spazio del mondo non è bidimensionale. E, quindi, aivoglia che, un dato piano, per un punto p potevano passare due e più parallele alla retta data!

Un fatto inaccettabile, inimmaginabile. No, davvero! Provate solo a pensarlo. Vi verrà difficilissimo.

Ecco la stra-ordinaria Geometria Non Euclidea, un sistema alternativo in cui sono dimostrate proposizioni apparentemente strane.

Se già risultava difficile dimostrare l’indimostrabilità del V postulato di Euclide, figuriamoci quanto astruso poteva essere dimostrare l’esistenza di una geometria basata su quest’idea.

Fatto stava che, a quel punto, dopo aver detto ciò, non si poteva più tornare indietro: la geometria  eulcidea non poteva più essere definita una scienza “apodittica”, basata sull’evidenza aprioristica dell’intuizione spaziale.

La corsa alla verifica della geometria della sfera si trasferiva, come naturale conseguenza, dalla matematica alla logica. Bisognava quindi che la geometria  fosse rappresentata dalla correttezza logica delle dimostrazioni, mediante le quali i teoremi venivano dedotti dagli assiomi.

Si parla di verità logica quando una  proposizione K risulta vera in ogni possibile interpretazione del linguaggio. La conseguenza logica A avviene quando ogni realizzazione che rende veri tutti gli elementi di K, rende vera anche A.

In pratica ora è la proposizione, e la sua verità logica a esibire il fatto.

La geometria della sfera, dunque, spostando il pensiero verso l’esistenza di  un triangolo la cui somma degli angoli interni sia maggiore o minore di 180° e comunque non uguale, ha posto un problema intorno  all’esistenza di un mondo basato su princìpi differenti, di un anti-mondo di natura geometrica.

E il discorso è caduto in seguito inevitabilmente, sul piano della teologia.

Si è discusso, perciò, sull’essenza di Dio: se da una parte c’è un Dio assoluto che ha creato un mondo perfetto e armonico, conoscibile e misurabile per mezzo della geometria euclidea,  dall’altra c’è un Dio (o forse un’essenza divina?) infinito che ha creato altri mondi incommensurabili e diversi da questo universo, fondati sulla geometria non-euclidea.

Giardino all'italiana
Giardino all’italiana

1.2 Il mondo si divide in fatti.

L’indimostrabilità del V postulato di Euclide, non solo a livello matematico ma anche a livello logico, ha suggerito a Einstein l’intuizione che lo spazio tridimensionale  del mondo sia curvo appunto, e non piano, a causa dei campi gravitazionali prodotti dai corpi dotati di massa.

La scoperta mette in stretto rapporto i concetti di spazio e di tempo che variano sia tra loro che in relazione all’energia dei corpi, negando così l’esistenza di cose statiche e assolute o di uno status esistente che si perpetua identico nel tempo.

(L’energia, a sua volta dipende dalla massa per il quadrato della velocità della luce. Vabbè.)

Per raffigurare il mondo, insomma, non basta indicare le cose che esistono, bisogna mostrare i modi in cui queste sono connesse tra loro.

Per esempio,  in una stanza buia ci sono degli oggetti. Per descrivere l’ambiente non serve solo nominare gli oggetti, ma collegarli in un reciproco rapporto spazio-temporale.

Posso dire che esiste tra di essi un’intrinseca inter-connessione?

Non si concepiscono gli oggetti spaziali al di fuori dallo spazio, né gli oggetti temporali al di fuori dal tempo. Così non si concepisce alcun oggetto senza la possibilità del suo nesso con gli altri.

Posso dire che tutto è uno?

E lo dimostra il fatto che i corpi dotati di massa deformano lo spazio-tempo che li circonda, condizionando in tal modo il moto di altri corpi vicini.

La dimensione spazio-tempo di Einstein
La dimensione spazio-tempo di Einstein

Posso dire, sì lasciatemelo fare, che il corpo è al tempo stesso particella e onda, essere e non essere, in armonica coincidenza e congiunzione.

In sostanza, nella meccanica moderna la parola assoluto scompare e fa il suo ingresso l’idea della relatività.

L’uomo non può più porsi al di fuori di un dato sistema quando lo studia e, d’ora in poi, dovrà tenere conto anche della sua posizione personale, umana, che determina appunto la sua soggettività. E non è più al centro, né  al di fuori del  meraviglioso disegno della Natura creato apposta da Dio.

L’oggettività assoluta è stata solo un’illusione: non esiste.

Essere e non essere non co-esistono in un’assurda aporia, ma coincidono.

Secondo la concezione pitagorica dei numeri, per dirne un’altra, ogni numero è formato da un elemento pari e uno impari. Ecco svelato perché nell’uno c’è sempre il due.

Ma qual è, allora, sto problema con Dio?

Ora Dio è anche tutto ciò che non è. Proprio perché l’unità rappresenta la relazione armonica, dinamica e inseparabile degli opposti, Dio è tutto ciò che non è, in un’estetica  coincidentia oppositorum.

Il no, la negazione è all’inizio di ogni creazione. E’ la vibrazione della volontà che origina l’azione.

Dire no alla materia significa sperimentare anche il non-essere e spogliarsi dall’illusione del corpo.

Però dire che Dio è tutto ciò che non è, è una contraddizione,  una proposizione logicamente falsa a qualsiasi condizione.

E allo stesso tempo, omnis determinatio est negatio.  La realtà compiuta non è data da una singola cosa, ma dal Tutto.

Non credo nella fissità, nell’immobilità, nell’assenza di movimento.

Tutto è in continua metamorfosi, tutto si influenza reciprocamente, inevitabilmente. È impossibile rimanere nello stesso modo più del tempo necessario che serve per cambiare. Avere un’idea significa prendersi il tempo per trovarne un’altra.

La persistenza della memoria, Dalì, 1931
La persistenza della memoria, Dalì, 1931

L’unica libertà è il continuo divenire, perché ciò che comincia e finisce ci imprigiona.

“Il ritorno è il movimento della Via. Allontanarsi significa tornare.” (Tao te Ching)

La geometria alla base dell’universo è non euclidea.

2.1 Noi ci facciamo immagini dei fatti.

Picasso si arrabbia, perciò: “Non è possibile che siano state le linee curve e i triangoli della geometria non-euclidea a ispirare Manet a dipingere la curvatura realistica dell’orizzonte in una veduta marina! Siamo sempre stati circondati da geometrie non euclidee e gli artisti ne apprezzavano il valore ben prima che i matematici le identificassero!”

Magritte, infatti, dipinge una pipa. Nona caso la pipa. Un simbolo.

La trahison des images, Magritte, 1929
La trahison des images, Magritte, 1929

La dipinge perfettamente, teatralmente sospesa e astratta da ogni contesto. Questa raffigurazione è accompagnata da una didascalia che ci avvisa, attenzione! – “questa non è una pipa”.

Come è possibile mai?

Non potendola fumare, possiamo solo ammirarla nella sua inesistenza. In confidenza, sussurrandocelo all’orecchio, il pittore belga ci svela un importantissimo segreto: questa è una rappresentazione, una figurazione della pipa, non la pipa. L’immagine ci ha traditi.

Il primo concettuale nella storia dell’arte occidentale ci ha spiegato che ciò che è rappresentato tramite la pittura o l’arte in genere non è la realtà, ma l’immagine che noi abbiamo di essa attraverso la percezione sensoriale, un’astrazione tipicamente mentale (come la geometria ecuclidea, d’altronde, di cui è appunto figlia).

I triangoli non esistono, sono un’invenzione della mente.

Ciò che è dipinto sulla tela o estratto da un blocco di marmo non si può sottrarre al suo contesto rappresentativo, in quanto non può essere utilizzato secondo la sua vera natura.

L’arte, anche quella con le migliori delle intenzioni, è finzione. È finzione come la realtà che circonda l’uomo o, per essere più precisi, come la percezione che l’uomo ha della realtà, rinchiusa in gabbie linguistiche e ragionamenti e misurazioni teoriche.

Già Platone, filosofo degli albori del pensiero occidentale, pioniere del pensiero estetico, ci ammoniva sulla menzogna dell’arte e sulla sua incapacità di condurre alla verità. L’approccio alla realtà fisica, già nel IV secolo a.c. , era problematico, visto che considerava enorme la distorsione dell’informazione percepita dai cinque sensi o da uno di essi.

Non sempre quello che riusciamo a percepire solo attraverso i sensi è vero o vero del tutto.

Non è vero che ciò che non vediamo con gli occhi non esiste.

La realtà vera esiste indipendentemente dalla nostra capacità di percepirla in tutta la sua verità.

Pensiamo a due magneti: tra i poli opposti si scatena una attrazione violentissima, che permette alle calamite di attaccarsi, riuscendo a resistere anche a una certa forza di trazione. Nonostante questo, sotto i nostri occhi, non accade proprio nulla. Nulla di percepibile con nessuno dei magnifici cinque. Per quanto ci sforziamo, non riusciamo affatto a vederla, la forza che si scatena e si sprigiona dagli oggetti, dai corpi. Eppure, esiste. Certamente. È una questione di fisica.

Dunque la Fisica, pur chiamandosi così, dimostra l’esistenza fisica di qualcosa che noi non riusciamo fisicamente a percepire.

“Il niente sembra – proprio – essere la cosa più potente al mondo”. (R. Barry)

Ed eccolo lì all’orizzonte, compare Cartesio, per gli amici Certesio, a dire la sua sul rapporto problematico col mondo.

Secondo Reneè occorre rispettare l’idea che non è lecito accettare come vera una qualsiasi affermazione inquinata da una qualche possibile perplessità. E’ sufficiente prendere in esame i princìpi su cui si fonda il sapere tradizionale. Se cadono i princìpi, cadono le conseguenze. Il filosofo ci dice: “Guardate  gente, che esiste un genio maligno, astuto e ingannatore che, beffandosi della nostra imperfezione, ci fa ritenere evidenti cose che tali non sono”.

Dopo aver dubitato di tutto, anche di sua madre, in un delirio alcolico, Descartes si rende  finalmente conto che almeno lui, lui che aveva pensato di dubitare, almeno lui dico, doveva rappresentarla, una verità. L’unica certezza dunque è nel vomito, ergo sum. Eh pardon, cogito. (oppure rogito, ma comunque…)

Kant, che ti pass, un beldì, dice a Reneè: “Senti Reneè, non basta mettere in discussione i princìpi del sapere tradizionale. Bisogna scavare più in profondità. Mettiamo in discussione proprio i metodi di apprendimento delle conoscenze della nostra mente!”

Immanuel – che bel nome poi – confessa che la mente, quando elabora le percezioni sensoriali del mondo, fa qualcosa di strano: organizza le informazioni raccolte in un archivio di modelli  pre-costituiti, acquisiti dalle esperienze passate. Cioè essa ha un bisogno di stabilire un rapporto di continuità col passato, attraverso la categorizzazione delle informazioni.

Gli
Gli “specchi magici” di Escher

La mente (‘sta stronza) possiede dei cassettini a scomparti in cui inserisce le info e le percezioni e le sensazioni che raccogliamo dal mondo. A causa di questa strategia, è sicuro che sussista un’enorme differenza tra il mondo esistente così come è e la conoscenza che noi invece ne abbiamo.

Viene così confermato, caro  il mio Certesio, che quel genio maligno, astuto ed ingannatore altri non è, che l’Io, avido accumulatore seriale di notizie sbagliate.

Quindi se vomito non sum, se cogito non sum e nemmeno se rogito, sum. Ergo, sum aut non sum?

E l’uomo ora?  È al centro? Al di fuori? Che ne è del  meraviglioso disegno della Natura creato apposta da Dio?

L’uomo è un osservatore del mondo, cui è stato negato, di deafult, l’accesso alla Realtà Vera. Non è possibile utilizzare la fallace evidenza dei sensi come unico strumento di indagine del mondo, l’abbiamo capito, no?

Mi domando se sia più fallace la percezione dei sensi o più distorta la convinzione che ciò che vediamo sia davvero la realtà.

Che cos’è l’apparenza, poi? Che cosa scatta nella nostra mente dall’impatto visivo?

Scatta la prospettiva. Un’elaborazione geometrica che serve a creare un inutile spazio tridimensionale su una superficie bidimensionale. Col solo risultato di allontanare lo spettatore, celebrando inutilmente l’inutile capacità di riprodurre una realtà statica.

Ecco: più che una elusione è una elisione, l’apparenza.

Tutta la nostra arte è ancora fortemente euclidea, ahimè.

Il pagamento del tributo, Masaccio, 1425
Il pagamento del tributo, Masaccio, 1425

Mi meraviglio di come, nonostante  menti brillantemente pensanti si siano nei secoli interrogate su questo rapporto ambiguo tra immagine visiva percepita ed essenza della realtà, ancora oggi abbiamo troppo bisogno di categorie. Di identificarci con ciò che di corporale e materiale ci portiamo dietro, tralasciando quasi totalmente ciò che ci portiamo dentro.

Quando basterebbe un origami: la carta è l’immagine, non solo la superficie su cui l’opera giace. Non vi è separazione tra essere e non essere.

La missione umana è by-passare questa impostazione predefinita, comprendendo i trucchi che la mente prestigiatrice e illusionista sa giocarci perfettamente, costruendo senza sosta distinzioni di categoria.

“Il mondo vero, in attingibile. Comunque non raggiunto. E in quanto non raggiunto, sconosciuto”. (Nietzsche, il crepuscolo degli idoli)

6.432 Come il mondo è, è del tutto indifferente per ciò che è più alto. Dio non rivela sé nel mondo.

Qual è, allora, sto problema con Dio?

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17 thoughts on “Il triangolo no! non l’avevo considerato: riflessioni metàfisiche metà serie.

  1. Post Bellissim-issimo!! Se posso, ci avrei visto bene qualche ulteriore riferimento al pensiero orientale sull’argomento, oltre al veloce accenno che hai fatto al Tao Te Ching (magari specificamente sulla visione Zen/Chan della (ir)realtà)…
    Anyway…. awesome!!

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  2. Post bellissimo, complimenti 🙂
    Proprio pochi giorni fa, stavo leggendo della nuova teoria che considera il nostro universo un “banale” ologramma: difficile conciliare “realtà” e “concetto di realtà”.

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    1. Grazie! 😉
      Ne ho sentito parlare, ma non ho approfondito.
      Meraviglioso scoprire come gli scienziati contemporanei arrivino a dimostrare, se posso permettermi questo termine, anche se credo che in termini di assoluto e di universo l’uomo non può dimostrare un bel niente!, teorie appartenenti a filosofi dei primordi della filosofia come Platone.

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      1. Difficile trovare le parole giuste per risponderti. :/
        In realtà, mi sento di dire che sì, la realtà che ci circonda è esattamente come noi la pensiamo (io appartengo a quella schiera di creduloni che sostengono che sia il pensiero a generare la materia), ma, allo stesso tempo, immagino l’esistenza di una realtà altra dalle nostre capacità di percepirla.

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      2. Questo è un tipico discorso da cenone natalizio XD
        Io, invece, faccio parte dello schieramento opposto, infatti quando ci estingueremo l’universo continuerà a esistere (sarò l’unico testimone 😛 ).

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      3. Ahahaha vero, proprio me le immagino queste parole sul piatto di portata principale, perdere qualche lettera sulla tovaglia rossa e ritornare su, come un rutto trattenuto, con la tipa/tipo che ti piace seduto di fronte!! :X

        Non è che poi fai come gli altri testimoni che vieni a suonare il campanello a tutte le ore del giorno, eh?
        😉

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  3. molto ma molto bello 🙂
    alla domanda “qual’è il problema con Dio?” direi la risposta è già tra le righe del post: la necessità mentale di ricondurlo ad una categoria aggettivabile. Dobbiamo per forza immaginarlo concettualmente in maniera personale, mentre invece è esattamente l’estremo dell’impersonalità

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    1. Infatti, la domanda in conclusione é assolutamente ironica. Come a dire, perciò, dopo aver letto tutto questo, che problema hai ancora con Dio?
      Ps l’essere caustica, come dici tu, che é ancora più incisivo di quanto mi hai “affibiato”fino a ora, fa parte della personalità. É un gioco. Tra l’altro è un gioco molto ironico. Ovvero chi possiede abbastanza sagacia e senso dell’umorismo può comprendere dalle mie primissime battute che sono solo una divertita e deliberata iperbole che ricade su di sé in una fragorosa risata.
      Non c’è nessun intento esclusivo.

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