Muarizio Di Feo, il Meccanico del Vapore

Bum, clic, din don, splash, ciuf, plop.

Stamattina è così, un mal di testa accerchiante. Onomatopee rindonanti: questa la causa. Sul fiume che scorre sotto il mio Giardino Pensile chiamato Nea, è stato aperto un cantiere navale. C’è qualcuno che ci sta lavorando da almeno tre giorni ininterrotti.

Odori, vapori,  saldature, metalli, segatrici.  Crac, bang, crash, rumble.

Oggetti pesanti, fogli di ferro, viti, cacciaviti, chiavi, chiavi inglesi, avvitatore elettrico rovinano rumorosamente nell’acqua. Snap, sniff, splash, vlan.

L’Operaio alza la testa, solleva gli occhiali schermanti e tra grasso e sudore, mi strizza l’occhio e arriccia le labbra. Smack. Dopo si rimette al lavoro.

Siccome, tutto parte dal basso e poi va su, immaginate cosa arriva nel mio Giardino. I vetri delle ariose finestre tremano a ogni colpo di martello. Le foglie dei miei gelsomini dondolano disperate. Persino le campanelle hanno smesso di sbatacchiare e si sono rin-chiuse in se stesse.

Bip bop. Devo far qualcosa. Vrooom. Il rombo di un motore.

Mi affaccio di sotto e l’Operaio mi mostra il pollice all’insù con un sorriso di soddisfazione.

Ffffffffff. Le grandi pale delle eliche girano vorticosamente.

Urrà! Yey! Whoopee!

Funziona. Il sommergibile funziona. Ma…perché sono emozionata anche io? Che cosa mi spinge a gioire insieme a lui?

“Hey tu…-la mia voce non gli arriva, alzo il volume-…tu, hey, mi senti?”

Mi fa un cenno con la testa. Allora allargo le braccia e lo esorto a salire su Nea.

Dopo pochi minuti, eccolo. Scopro che il suo nome è Maurizio Di Feo, dalle origini davvero bizzarre. Dice, con sfrontata disinvoltura, di essere un italo-italiano. Credo di non averne mai incontrato uno. Quindi gli domando di parlarmene.

 M.D.F.  Sorride. Infatti siamo quasi apolidi in via d’estinzione. Sono italiano e fiero di esserlo al contrario degli “italioti” dei social network.  Sono italo-italiano ma soprattutto…sudista.

C.N. Anche sudato, oltre che sudista, aggiungerei.

Scopro, con meravigliata allegria che è un artista anche lui. Un artista operaio. Come le api. Quindi perfettamente pertinente al tema del Giardino.

E qui realizzo che la vita è fatta di prodigiosi incontri che si intrecciano con la trama individuale in maniera a dir poco miracolosa.

C.N.  Sei un Operaio che si dedica a molte cose?

M.D.F. In realtà mostro solo parte della mia produzione. Mi cimento in vari linguaggi, altrimenti rischierei di diventare solamente un pittore. Bisogna concentrarsi sul “clima” del proprio fare.  Lo stile legato ad un solo codice induce al cliché.  Se fosse stato così anche per Dio, i cani avrebbero il viso da umani e gli uomini avrebbero una vera coda da mettere tra le gambe.

Si accomoda sul vimini e mi mostra alcuni dei suoi bizzarri oggetti che trasporta, anzi teletrasporta, con sé dentro un baule borchiato d’ottone.

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 C.N. Il tuo immaginario poetico mi attrae (vabbé che io sono facilmente attraibile!), perchè è popolato da strani personaggi e oggetti (non voglio parlare del ready-made, tu?), provenienti da epoche diverse che come mostri post-moderni ci guardano e a volte pare che ci giudichino. Da dove nascono? Cosa gli dai da mangiare? Come li convinci a seguirti?

M.D.F. Non parlerei di ready made in quanto la loro era un visione giustificata dal loro periodo storico, oggi sarebbe ridicolo emularli nella loro decontestualizzazione. La nostra è un società povera ma ricca di tecnologia. Il mio lavoro è stimolato dall’osservazione distaccata della frenesia quotidiana e della velocità immaginaria del web dove l’ incantevole, il disarmonico, l’arcaico, l’odierno, l’ eccelso ed il grottesco, si intrecciano senza ordine gerarchico in una agghiacciante tragicommedia contemporanea.

C.N. Non ti ho ancora offerto qualcosa da bere. Hai preferenze?

Mi accorda una tazza di vapore macchiato, mentre allestisce una proiezione improvvisata sul pavimento azzurrino di ardesia.

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 C.N. “A fist in the stomach” , questo il titolo. Un video breve, ma decisamente intenso. Mi fa pensare a un po’ di cose:

a-come si realizza un video in stop-motion?

b-quale programma si usa per fare una cosa del genere?

c-hai visto il video “Marajà” di Vinicio Capossela?

d-come scegli le musiche per i video? quali i criteri?

 M.D.F. Lo stop-motion é  una tecnica priva dall’esubero degli esiti digitali. Oggi lo stop motion è realizzabile con programmi facilmente reperibili. Per i più virtuosi esistono programmi di montaggio professionali, ma non sta nel programma la bellezza del risultato. In Nosferatu, il regista Murnau, con mezzi arcaici, fece muovere a velocità innaturale la carrozza del conte Orlok. Per sapere come realizzare simili diavolerie basta andare su wikipedia, non mi piace scrivere manuali tecnici.  Inoltre preciso che i miei non sono video ma semplici immagini in successione dove la musica  non surclassa la percezione visiva. Come sottofondo inserisco “rumori” calibrati. “Marajà” di Vinicio Caapossela? Video patetico. Plagio  alle animazioni di Terry Gilliam  ai tempi di Monty Python.

C.N. Ultimamente sono un po’ polemica nei confronti dell’arte performativa. Pur avendo amato la retrospettiva del Moma dedicata alla Abramovich, veramente la performance non so dove collocarla. Perciò, i suoni di sottofondo che hai utilizzato ricordano i versi ininterrotti di Ulay e Marina (veramente anche quelli di Yoko Ono ai tempi dei Fluxus e della Plastic Ono Band, ahimè) ed effettivamente sembrano un pugno nello stomaco (ma anche nei denti, volendo). E’ questo anche il tuo approccio? O me sò fatta ‘n film?

M.D.F. Sicuramente “A fist in the stomach”, non vuole rievocare la bellezza della bagnata Ofelia. È quello che si vede, un pugno dentro lo stomaco. Non vuole suscitare nessuna emozione se non quello che chiaramente esprime, senso del conato del vomito e rumore simile ad un sonoro rutto.

Maurizio, l’Operaio, sorseggia convinto la sua tazza di vapore, anche se in realtà, il vapore è ormai del tutto evaporato. Sembra uno di quei giochi di bambini in cui si faceva finta di.

All’improvviso, scatta in avanti ritmicamente, assomiglia a una delle sue macchine, e si sbatte il palmo della mano sulla fronte. Dal fondo più remoto del suo baule, come un misterioso mago, tira fuori una carpetta stracciata, al cui interno sono contenuti fogli e fogli scritti all’incontrario. Mi manda a recuperare uno specchio per poter leggerne qualche riga.

C.N. Hai uno stile narrativo davvero interessante.

M.D.F. Le mie sono storie “quasi” vere, con personaggi alquanto bizzarri intercalati in situazione che potrebbero apparire irreali. Il mio stile narrativo è semplicemente senza stile. Scrivo come parlo, con chiarezza e senza forbite citazioni snervanti.

C.N. A parte il sommergibile, a cosa stai lavorando in questo periodo?

 M.D.F. Evolvo ciò che ho fatto sinora. Alcune mie opere richiedono anni a volte anche secoli di lavoro.

 C.N. Se fossi un’opera d’arte (contemporanea o classica, vedi tu) quale saresti?

 M.D.F. Io sono “Teletrasporto carbon fossile”, un mio macchinario realmente funzionante.

C.N. Qual è la domanda che vorresti che ti facessi?

 M.D.F. Il miglior periodo artistico?

 Sicuramente il paleolitico. L’artista era un animale, le gallerie erano caverne ed il critico d’arte non esisteva.

Finora su Nea ho sempre ospitato Giardinieri che lavoravano  con la meccanica umana. Maurizio Di Feo è un Operaio e non mi era ancora capitato, uno che lavora con la meccanica metallica.

Ma d’altronde, qual è la differenza?

Non importa il materiale su cui si lavora, importa il lavoro. La meccanica è, in effetti, se non ricordo male, quella parte della fisica che si occupa della descrizione dei fatti, delle cause e dell’equilibrio alla base del movimento dei corpi.

Alla fine, tutto intorno è in continuo movimento. E a pensarci bene, neanche noi siamo tanto stabili.

Ciao, Maurizio. Si congeda così come si è presentato.

Lo guardo andar via. Si mette in testa un casco da palombaro e alle mani guanti di dacron. Trascinandosi dietro un enorme magnete, percorre, a passo di draisina, il sentiero che conduce alla Luna.

C.N. Maurizio…-la mia voce non gli arriva, alzo il volume-…Maurizio! E il sommergibile?

Nessuna risposta.

Va bene. Va bene. Me la vedo io. Ora lo dico a quei quattro. Ma questa è un’altra storia.

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