La deriva dei sedicenti: storia tragi-comica della nascita dell’arte contemporanea che non comprendo

C’era una volta, in un tempo assai lontano, che per affinità di tema chiameremo Pale-art-eozoico un supercontinente, denominato Pangearte, che, nel corso del cammino dell’umanità, si divise in diverse porzioni, indicate ognuna con il termine “sedicente”.

Questa terra unica e grandissima era bagnata da un altrettanto unico e altrettanto grande supermare, che definiremo, sempre per la solita assonanza di argomento,  Panthalassarte.

D’improvviso, senza un motivo scientificamente riconosciuto, il supercontinente cominciò a frantumarsi.

Inizialmente, i due “sedicenti” erano: il sedicente figurativo e il sedicente astratto. E fin qui, tutto ok. Da una parte, si spostarono gli estimatori della figura, della rappresentazione, della proiezione dell’immagine reale. Dall’altra, gli amanti dell’impulso, del gesto, dell’azione, dell’istinto, dell’irrazionale e dell’inconscio.

In seguito, in seno ai due nuovi “sedicenti”, si verificarono ulteriori spaccature, provocate dalle differenti correnti, di pensiero. Queste cerchie frantumate, col passare del tempo, si sono continuamente trasformate, trasmutate, modificate. Hanno attraversato le epoche storiche fino ad arrivare a noi con la configurazione attuale.

Ci sono stati gli Assiri, gli Egizi, gli Ellenici, i Romanici, i Gotici, i Rinascimentali, i Manieristi, i Caravaggeschi, gli Scientisti, i Romantici, gli Impressionisti, gli Espressionisti, i Dada, i Surrealisti, i Naif, i Cubisti, i Futuristi, i Performativi, gli Azionisti, gli Installatori, I Site Specifistics, I Digitali, I Video Artists e Dio solo sa quanti altri piccolissimi sottogruppi.

Tra quelli che non comprendo, ci sono quei “sedicenti” che non riesco a collocare in una categoria, gli Incompresi. Non perché io abbia bisogno di distinguere la categoria di appartenenza di un artista, menché meno perché i suddetti si collochino, per talento e bravura, al di sopra delle definizioni.

Ma perché, a volte, definire i tratti somatici di un’opera ti aiuta a comprendere meglio l’anima di provenienza e, quindi, a penetrarla nel profondo significato.

E’ come avere delle coordinate, seppur a me piace che queste siano anche solo abbozzate, per poter raggiungere una meta comune, che è il godimento estetico, pedagogico, culturale e storico dell’arte.

Oggi, vi narrerò di un sedicente su tutti, Giorgio Gost.

Di solito, non è mio stile, “parlar male”, se così si può dire, di un artista. Se non mi piace, semplicemente non ne parlo. Ecco tutto.

Stavolta, però, lo sgomento è tale che mi urge condividerlo con voi per dimezzarne il peso. Cercherò di non esporre giudizi di valore, ma solo mostrare alcuni suoi lavori e descriverli.

Filo conduttore della sua poetica più conosciuta (perché sì, è conosciuta!) è il futuro, o meglio il cibo del presente proiettato nel futuro. Che, di per sé, è un argomento molto interessante.

Ed è così, che da supposte premesse pop, di derivazione warholiana, cibi di consumo, anzi di consumismo contemporaneo, spazzatura, in pratica, non solo entrano a far parte dell’opera, ma diventano opere essi stessi. Cioè in linea di massima, il lavoro consiste in un supporto, spesso incorniciato, in cui sono letteralmente appiccicati pacchi di pasta, scatole di caramelle, vassoi di affettati, altre volte scatole vecchie di medicine, probabilmente scadute.

Ora, tutto ciò è davvero molto bello e, giuro, mi piace assai il concetto. Ma è proprio qui il punto, è un concetto.

Per quanto io abbia amato in maniera viscerale il concettualismo nell’arte moderna, devo dire, che di fronte a cotanta audacia, rimango senza parole.

Come dicevamo, le premesse sono appunto quelle dell’arte pop, in cui un oggetto, in questo caso un cibo e/o bevanda, della vita quotidiana, che si trova normalmente sullo scaffale di un comunissimo supermercato, viene estrapolato dalla sua originaria sede e piazzato in una teca, credo in plexiglass, a richiamare (con ardita presunzione, a mio parere) il tradimento dell’immagine di stampo magrittiano.

Diciamo che fino  a questo punto, ho, seppur a denti stretti, tollerato.

In seguito, la strategia si è raffinata. Vi prego non chiedetemi titoli, né cronologia, verso i quali provo totale disinteresse.

Lo scopo di questi assemblaggi apparentemente casuali, e qui si vuole fare, sempre a mio avviso, un’ulteriore forzata citazione colta al ready made duchampiano, è tramandare queste “prelibatezze” culinarie, tipiche dell’alimentazione scorrettissima degli anni 2000, a ipotetici futuri consumatori dell’anno 6000.

In un mondo iper-tecnologico, dove ci si sposterà con la sola forza del pensiero, in cui probabilmente neanche il corpo nella sua forma fisica e materiale esisterà più, ammesso e non concesso che l’umanità abiti ancora sulla faccia di questa terra, le opere di Giorgio Gost domineranno la scena.

Cito testuali:

E ANCHE QUANDO, fra 4.000 anni, quando noi non ci saremo più, i nostri discendenti avranno la possibilità, la fortuna di usufruire delle opere di Giorgio Gost perchè lui ha realizzato una corrente artistica che si chiama Stop The Time con la quale intende inserire all’interno di resina i prodotti industriali che NOI ABBIAMO SEMPRE CONOSCIUTO, con i quali SIAMO CRESCIUTI, con i quali SIAMO VISSUTI…. e grazie a lui non si perderanno…. Capite, la memoria è labile, ma l’arte no. L’arte è eterna nei SECOLI dei SECOLI e grazie a lui questi prodotti industriali saranno realizzati in senso artistico ed estetico e potranno convivere anche con le future generazioni… Giorgio Grasso (Storico e critico dell’arte).

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La massima espressione di colpevolezza di questo artista consiste non nell’aver pensato di realizzare un’opera simile, né tanto meno nell’averla, alla fine, realizzata. Sta nella recidiva, cioè, alla maniera di Mimmo Rotella, che ci ha abbondantemente fracassato i maroni co’ sti manifesti sttrappati, che d’improvviso mi metto a stracciar compulsiva la carta da parati di casa mia, tanto m’ossessiona, Giorgio Gost ne realizza in quantità industriali, in serie, forzandone e violentandone la poetica.

E ho capito che il senso è proprio quello, ma una volta che l’hai detta una cosa, bene o male che tu l’abbia fatto, è davvero il caso di ripeterla cento volte?

Infine, il mio intento non è massacrare l’artista in questione, perché ripeto, il percorso, l’excursus mi interessa anche.

La mia vuole essere una riflessione e un invito alla riflessione.

Quanto è diventata incomprensibile l’arte contemporanea, o parte di essa?

Quanto si è allontanata dal pubblico e dal suo linguaggio? Quanto è civettuola? Quanto è frivolo il mezzo espressivo scelto? Quale merito nel fare?

L’arte degli Incompresi utilizza presunti riferimenti colti, per poi agire come una zoticona e burina.

A conclusione, per ribadire e vantare un orgoglio tutto tricolore, possiamo sempre consolarci con questa:

gg13

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6 thoughts on “La deriva dei sedicenti: storia tragi-comica della nascita dell’arte contemporanea che non comprendo

  1. Non ho interesse ad esprimermi su Gost, ho trovato molto più interessante la tua premessa. A me piace sempre cercare di intuire cosa ci possa essere a monte di un comportamento.
    Ed anche esprimersi facendo arte è una forma di comportamento.
    “Nessun comportamento è immotivato” – disse tanto tempo fa qualcuno di importante.
    Cosa ha spinto quell’artista a “comportarsi” così? ad esprimersi con quell’opera?
    La risposta, di solito, è uno spettro molto ampio di motivazioni. Ma non penso che, per la maggior parte del tempo e dei casi, non ce ne sia una che comunque finisca col predominare su tutte le altre.
    E può essere che sia sul “lato oscuro”, se non inconfessabile.
    Desiderio di fama e gloria? Bisogno di riconoscimento? Soldi e successo? Consenso? Spazio nel mondo? Vendetta? Oppure no.
    Se “oppure no” allora, in Semmese, è arte. Persino una lattina in una teca di plexiglass. Così come l’intaglio nel legno fatto dall’aborigeno, da mettere davanti alla capanna.
    Se “oppure sì” in Semmese non è arte bensì mezzo, persino la Cappella Sistina commissionata a Michelangelo dal Papa, che aveva diritto di approvazione/disapprovazione.
    Troppo semplice, rozzo e approssimativo, tutto il mio discorso?
    Può darsi.
    Bacioni

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    1. Caro Sem,
      mi piace questa tua riflessione. A me non interessa essere in accordo o meno con i miei interlocutori, a me interessa la comunicazione, poi ognuno esprime liberamente, e io lo rispetterò, il suo pensiero.
      La stessa cosa vale per l’arte. Certamente, il sistema dell’arte e tutto il mercato influisce molto sul tipo di scelta poetica che poi un artista decide di condurre. Infatti, ciò che mi sconvolge è la ripetitività del genere. Cioè, posso apprezzare una, due volte al massimo un’opera di Gost, che segue la linea di cui ho parlato, ma, alla terza sbrocco. Ovvio, impossibile dare una definizione di arte, né tanto meno è mia intenzione bollare come non-artista Gost, però non posso fare a meno di percepire nelle opere di altri artisti qualcosa di più sottile, di più animico, qualcosa che mi spinge ad essere migliore.
      D’altronde l’arte è come la musica: c’è la dance che va bene in discoteca, la classica e l’opera per i teatri, la pop e la rock per i concerti, la folk per le vallate struggenti e così via. Chiaro che mettere Vasco Rossi in un teatro dell’opera, per quanto bene possa esibirsi, significa snaturarlo.
      Però, alla fine, tra le diverse forme musicali, e d’arte, quando devo fare i conti con me stessa, io, Camelia Nina, che se pur in macchina d’estate per andare al mare metto su D’Alessio Gigi, sceglierò Dvorak.

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      1. Compro tutto quello che dici. Niente da eccepire! Anche perché non è assolutamente in contrasto con quello che dicevo, anzi!
        Per me era importante sottilineare l’aspetto “motivazione sottostante”.
        Se uno compie “opere di bene” perché così è convinto di comprarsi il Paradiso da un eventuale padreterno… semplicemente l'”opera non è di bene”, anche se lo può sembrare.
        E, per la mia personale sensibilità, lo stesso vale per l’arte, dalla pittura al flamenco, dalla fotografia alla scultura…

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      2. Sì. La mia premessa era puramente esplicativa, perché non volevo che sembrasse che condanno senza possibilità di remissione Giorgio Gost, il quale, poverino, credo sia ignaro di tutto ciò.

        Soltanto una cosa mi preme dire. Il fortissimo individualismo contemporaneo a me, personalmente, fa davvero troppa paura. Mi sembra un modo, utilizzato da chi controlla le nostre menti, di permettere, da un punto di vista sociale, etico, artistico, politico qualunque cosa, promuovendola come espressione dell’individualità. E, in quanto tale, deve essere accettata e, perché no?, anche ammirata e imitata.
        Potrei citarti decine di esempi, soprattutto relativi alla condotta sociale, ma non voglio entrare nel merito.
        Restando nel discorso dell’arte, invece, io devo attenzionare due cose importanti: 1-molto spesso dietro un artista non c’è sempre una motivazione valida e, anzi spesso, si cela, neanche tanto bene, una scarsezza che rasenta la mancanza, di preparazione tecnica e/o culturale/umana; 2-il mercato, il cui intento è far soldi, non certamente promuovere il valore estetico di un’opera, influenza, per non dire determina le scelte poetiche degli artisti.
        Quindi, credo che sia doveroso distinguere e saper distinguere chi ci fa da chi ci è. Poi, come dicevo per la musica, ognuno sceglie, in base al proprio stato d’animo, alla propria destinazione, al proprio gradino di evoluzione interiore, quale mostra andarsi a vedere o quale opera, se se lo può permettere, acquistare.

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