Più o meno come fa un artista

“In primo luogo se la saggezza consiste nell’esperienza, chi merita di più che gli venga attribuito il nome prestigioso di saggio, il sapiente, che rinuncia a qualsiasi iniziativa vuoi per ritegno vuoi per viltà, o l’insensato, che né ritegno che gli manca, né il pericolo che non valuta, trattengono da alcuna avventura? Il sapiente si rifugia dai suoi libri antichi e ne impara soltanto sottigliezze linguistiche. L’insensato ricava una autentica saggezza, se non mi sbaglio, andando incontro alle cose e affrontandole da vicino. Sembra che questo l’abbia visto Omero, anche se era cieco, quando dice: “Avendone fatto esperienza anche lo stolto sa”. Infatti gli ostacoli principali per farsi un’idea delle cose sono il ritegno che annebbia lo spirito e la paura, che mostrando i pericoli distoglie dal prendere iniziative. La follia libera magnificamente da entrambi. Tra i mortali sono in pochi a capire per quanti altri vantaggi riesca utile non vergognarsi mai ed essere pronti a tutto.”

Voglio iniziare proprio così, oggi, con una citazione da “L’elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam.

Perché?

Ho riflettuto molto su cosa significhi essere realmente pazzo. Se è più pazzo colui che rifugge gli schemi sociali prestabiliti, che mette in discussione ogni tipo di sapere imposto o colui che decide, forse involontariamente, di seguire dei ritmi che non gli appartengono, dei ruoli confezionati su misura per robots telecomandati a distanza da fili invisibili, molto più sottili di quelli delle marionette, molto più resistenti di un nylon da pesca. Sono i fili psicologici del controllo mentale, quelli che ti tengono stretto in un pugno serrato senza che tu ne abbia la benché minima consapevolezza, anzi, che alimenta la certezza fallace di poter allentare la morsa in qualunque momento. Illusione, pia aggiungerei, perché la mano che ti blocca non è la tua. E la libertà di movimento non la decidi tu.

In questo scenario orwelliano, fatto di mani più grandi di quelle di Gianni Morandi, di orecchie imperanti, di occhi tecnologici che ci osservano, con la scusa della sicurezza personale e sociale, che ruolo ha l’artista?

Domandone da un milione di dollari! Risposta di difficile formulazione.

Dunque, abbiamo due possibilità. E premetto che considero entrambe valide, anche se, in via del tutto personale, propendo per una in particolare.

Dicevo, la prima possibilità è quella di ingannare la mente con opere allettanti, “belle” a vista o a orecchio, piacevoli, senza troppo impegno, come escamotage dall’oppressione che il quotidiano esercita sul nostro animo.

La seconda è quella di prendere una posizione, sociale, politica, filosofica e utilizzare l’arte come mezzo comunicativo ed espressivo per intavolare un ragionamento di senso compiuto ed, eventualmente, spronare gli altri a, quanto meno, farsi un’idea, a raccogliere lo spunto di riflessione e se non proprio condividere lo schieramento, nutrire curiosità per la ricerca di una verità. Qualunque essa sia.

Oggi vi parlerò di Giuseppe Povia. Sì, i bambini fanno oh, ok.

E ora tutti a dargli addosso come se questa canzone non fosse una poesia in musica.

Va bene, tralasciando le polemiche relative, spesso provenienti da fans chessò di Tiziano Ferro o Fabri Fibra (non per criticare i gusti musicali, massimo rispetto, ma non è che proprio ascoltiate Chopin!),  voglio parlarvi dell’artista che c’è in questo uomo e dell’uomo che c’è in questo artista.

Ebbene Povia ha un sito, ma, ancora meglio, Povia ha una pagina facebook.

E, attraverso il potentissimo social, Giuseppe entra ogni giorno in contatto diretto con tutti, ammiratori e, ancor di più, detrattori.

Indipendentemente dall’idea e dal gusto personale nei riguardi delle sue composizioni musicali, di una cosa dobbiamo dargli assolutamente atto: Povia ci mette la faccia. E non solo la faccia. Ci mette proprio tutta la sua vita.

La dedizione al suo impegno sociale, politico e musicale, quindi artistico, è totale e completa. E lo sforzo è centuplicato se consideriamo che è fondamentalmente “solo”, non appoggiato da gruppi di contorno, di sostegno, ma affronta la battaglia come un valoroso soldato di fanteria di linea che procede impavido verso il nemico, mosso da quello spirito di gloria che solo in “guerra” emerge così fortemente.

Sì, ho detto guerra. Perché questa in cui siamo inconsapevolmente (?) immersi, è una guerra ideologica, culturale, sociale, non combattuta solo con le armi, gli attentati, il terrore, ma soprattutto con l’ingegno, la lucidità e l’onestà intellettuale, la conoscenza della storia e dell’economia europea, e occidentale in genere, con l’ammissione di responsabilità storiche verso il resto del mondo e, nello specifico, verso il nostro vecchio scarpone.

Giuseppe si prodiga, si consuma, si batte per spingerci a riacquistare la nostra consapevolezza.

Ripeto, possiamo non gradire la sua musica e nemmeno condividere i suoi pensieri, ma si mette in gioco e balla fino a quando il Dj pompa musica in pista.

Io non mi definisco un’ammiratrice accanita di Giuseppe Povia. Conosco le sue canzoni, mi piacciono, ma non sono una patita. Nonostante questo, sono una sua sostenitrice. Magari non in accordo con ognuna delle sue dichiarazioni, ma almeno, porca miseria, riconosco che è uno con cui si può aprire una discussione.

Io credo che ci vorrebbero più artisti che escano allo scoperto, che si espongano in prima persona, esprimendo democraticamente il proprio pensiero, che non si vendano al miglior offerente o che non si perdano, strada facendo, in un noioso sabato qualunque, un sabato italiano.

Non soltanto dedicando un singolo di gruppo a tragedie nazionali, ma investendo  l’intera carriera, mettendoci tutta la propria arte.

Condivido con voi il suo ultimo lavoro.

Bel progetto. Video ben fatto, a mio parere. Testo denso di argomenti importanti.

Buona riflessione, come direbbe lui, a chi è “sveglio”.

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8 thoughts on “Più o meno come fa un artista

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