Enjoy the silence

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Raffaello Sanzio, Ritratto di donna muta meglio conosciuto come “La muta”, 1507,64×48

In principio era la Possibilità Universale, unica e sola degna di essere definita infinita, la quale conteneva in sé Essere e Non-Essere.

Il primo, transitorio e condizionato, espresso, si identificava col principio della manifestazione; il secondo, permanente e incondizionato, inespresso, conteneva in sé tutte le possibilità di manifestazione, quindi anche l’Essere nel suo potenziale espressivo.

Possiamo semplicemente dire che Essere e Non- Essere si limitano l’un l’altro in una antitesi che trova la sua totalità solo nella Possibilità Universale.

Sappiamo bene cos’è l’essere, dunque, perché noi, col nostro essere manifesti, ne facciamo parte, seppur transitoriamente e condizionatamente.

Per capire, invece, cosa si intende per non essere, dobbiamo tracciare dei paragoni più comprensibili.

Nella possibilità della non manifestazione troviamo il vuoto.

Ora, per deformazione culturale, ahimè, siamo soliti collegare il concetto di vuoto a quello di spazio, generando un’errata idea di “spazio vuoto” che di per sé è una contraddizione bell’e buona.

Il vuoto, infatti, non è il nulla, il quale invece si esprime nella pura impossibilità, nella mancanza totale di possibilità, non è nemmeno Non-Essere, ma solo una delle infinite possibilità che esso racchiude, diverse da quelle dell’Essere.

Il vuoto, dunque, non è vuoto. Giusto?

Altro esempio chiarificatore è il silenzio. Come il Non-essere non manifesto contiene e racchiude in sé l’Essere o il principio di manifestazione, così il silenzio contiene e racchiude il principio della parola.

Ma vi dirò di più, esattamente come nella Possibilità Universale, il silenzio non è semplicemente la parola non detta, inespressa. Esso nasconde anche tutto ciò che non è esprimibile in nessun modo, che non è cioè suscettibile in alcun modo di manifestazione. Ma che, comunque, è.

In questo meraviglioso, quanto indubbiamente complesso, viaggio negli stati molteplici dell’essere, si colloca il dipinto a olio che, con la Gioconda di Leonardo, rappresenta a mio parere, uno dei lavori più esoterici e magici della storia dell’arte italiana, La muta di Raffaello Sanzio.

E non sarà un caso se Giorgio Vasari nelle biografie di artisti raccontate magistralmente ne “Le Vite”, parlando di Raffaello, usi soltanto parole positive: grazia, bellezza, studio, modestia, ottimi costumi, queste alcune, fino a giungere alla conseguente conclusione che degli uomini come lui si può solo dire che siano degli dei mortali.

Il quadro, dalla committenza e provenienza incerta, è conteso tra gli Strozzi di Firenze e i Della Rovere di Urbino.

La critica contemporanea tende a dare per buona la seconda ipotesi, poiché identifica la donna ritratta con  Giovanna Feltria, figlia di Federico da Montefeltro e moglie di Giovanni della Rovere, oppure con la figlia di lei, Maria della Rovere Varano.

Chiunque ella sia, il segreto che porta con sé è senza dubbio affascinante e occulto, difficile da afferrare, poiché trattenuto dal filo delle labbra serrate che impedisce alla parola di farsi suono.

Pare, infatti, di percepire che l’essere muta sia quasi una scelta per la donna, piuttosto che una condizione da cui non può scappare.

Come se la femminilità includesse in sé un rigoroso silenzio, per evitare che le forze telluriche irrompano prepotenti fuori dalla bocca, sollevando impietosamente il coperchio del mitologico vaso.

La muta è la discreta custode di quell’energia divina addormentata, suprema e sottile, obnubilata dopo la creazione, in attesa di essere scossa con potenza e risvegliata: l’infinito potenziale dell’essere non manifesto, capace, perciò, di assumere qualunque stato, eppure ancora inespresso.

Gli occhi fissi, leggermente strabici, conducono lo spettatore in uno stato ipnotico, immobilizzandolo col movimento delle curve di un ovale perfetto, il viso, che ricorda, quasi senza equivoco, un uovo cosmico.

Le mani incrociate sul grembo, posa non nuova nei ritratti del tempo, protegge il suo presunto prezioso contenuto.

E’ dal grembo, infatti, che si leva Kundalini.

Ma la muta ci osserva e, radiosa tra la complementarietà cromatica del suo abito, risplende di una verità taciuta eppure risonante.

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8 thoughts on “Enjoy the silence

  1. dopo il post sui segreti, non dovrei più dirti niente… ma siccome sono in punto di morte per via dell’età… 😉
    quando, come nell’immagine del post di cui sopra, in un opera c’è un personaggio che si porta il dito alla bocca è indizio di silenzio iniziatico e di un messaggio occultato per i non profani. In questo caso il gesto non è evidente, però… il titolo più quel dito teso sembrano proprio alludere. A cosa? I colori del vestito sono quelli delle principali fasi alchemiche, nonché rimando a certi versetti biblici cui si ispirano e si sono ispirate quasi tutte le congreghe esoteriche europee

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