Venite, adoremus.

Si avvicina il giorno di Natale.

Vorrei puntualizzare, per pignoleria del tutto personale che, pur avendo ricevuto tutti i sacramenti (mi manca, a ‘sto punto solo l’estrema unzione) non mi ritengo Cattolica o, per lo meno, solo Cattolica. La spiritualità mi piace viverla nella totalità delle sue forme, abbracciando ogni trasformazione che attraverso i popoli, le aree geografiche e le culture essa compie.

Detto ciò, parto col sottolineare, per chi non lo sapesse, e col ricordarlo a chi dovesse saperlo già, che per la necessità religiosa di inglobare più anime possibili in questa nuova confessione imperiale, senza rischio di perderne alcuna sulla via, anticamente, si fece coincidere la nascita di Gesù con la celebrazione del romano Dies Natalis Solis Invicti. 

Altro non era il Natale, quindi, già dai suoi acerbi giorni, che la festività a conclusione dell’anno trascorso con la rinascita del nuovo sole.

Quale migliore strategia se non quella pia di far combaciare perfettamente la simbologia della luce legata alla stella più luminosa del nostro universo, il pagano culto solare, con la luce risvegliata nei cuori dalla nascita del Salvatore?

E fu così che ogni 25 Dicembre,  data approssimativa (22 dicembre) del solstizio d’inverno che si colloca tutta all’interno del profano festeggiamento del dio Sole, Maria dà alla luce il suo (primogenito/unigenito) bambino, Gesù. Le parentesi lasciamole a un’altra occasione.

Dopo aver faticosamente percorso con il suo compagno Giuseppe, le strade  che conducono da Nazaret in Galilea fino a Betlemme, in Giudea, per farsi scrivere al censimento ordinato dall’Imperatore romano Augusto, ed essere stata rifiutata da ogni osteria e albergo del posto, ella, la Vergine, trovò riparo in un’umile grotta, riscaldata solo dal fiato di un bue e un asino. E infine, partorì suo figlio.

Tutti in Giudea, non a caso, si rifiutarono di dare asilo alla copia in attesa.

Difficilmente un messaggio nuovo, diverso dalla tradizione, in effetti, riesce a essere  accettato dalla maggioranza.

I due trovarono riparo in una grotta, altri dicono una stalla, taluni la raccontano come una casa dirupata, ma qualunque descrizione riporta a un riparo senza troppe pretese, spesso rappresentato da architetture diroccate.

Perché architetture? E perché diroccate?

Probabilmente perché l’architettura da sempre simboleggia il lavoro dell’uomo, la costruzione di un edificio sta a significare la perseveranza, la fatica e la pazienza che ci vogliono per tirar su una magione che sta in piedi.

Quando è diroccata segnala una situazione di abbandono, di rinuncia, di perdita, di sconfitta e fallimento.

Ed è proprio in questo stato di caos che Gesù va a nascere.

Solo un bue e un asino, insoliti personaggi, abitano la struttura. Entrambi hanno un valore simbolico da non sottovalutare. Due concetti in antitesi, ma insieme riuniti per sostenere il nuovo progetto, riscaldare il bambino appena nato.

L’asino, una prova mal riuscita di prima mano del nobile cavallo, ottuso e incapace di comprendere la sua missione, è utilizzato per i lavori sporchi, pesanti. Schiavo sfruttato dal suo padrone fino allo sfinimento, è spesso poi lasciato ad una fine immeritata. Umile e incosciente.

Il bue, utilizzato anch’esso per lavorare, per trainare l’aratro e tracciare i solchi destinati alla semina (protagonista indiretto, tra l’altro, del Sator), è considerato in maniera più positiva. Fedele al suo padrone, è  il “cavallo” del carro di Apollo. La sua femmina è sacra in alcune religioni, poiché considerata la madre universale.

Questo piccolo bambino, perciò, il figlio di Dio, va a nascere proprio in un posto fatiscente, freddo, spoglio, buio? Occupato, inoltre, solo da due esseri in bilico tra diabolico e divino, tra spudoratamente materiale e tendente al sacro?

Affascinante mistero.

E un’altra cosa mi incuriosisce di questo pargolo. Com’è che sua madre e suo padre l’hanno concepito senza essersi mai sfiorati? Come è avvenuto questo incontro atipico?

Alla favola dell’Arcangelo che arriva sulla nuvoletta, chiesta in prestito a Dragon Ball, non ci credono più neanche gli scolari di prima elementare (vedasi mio figlio).

Risulta, dunque, chiaro, lampante, inequivocabile che non è il racconto di come si sono svolte realmente le cose. Pare ovvio a tutti che si tratta di una metafora! E non credo che qualcuno possa aver davvero pensato che un giorno qualcun altro avrebbe preso per reale questo raccontino!

La natività è un momento magico, alchemico.

E’ il punto esatto in cui maschile e femminile, senza contatto fisico, senza distinzione di particolare, piuttosto come possibilità di esistere al contempo, si incontrano, anzi di più. Si uniscono.

E questa unione ha un sapore sacro, perché avviene sì nel mondo fisico, ma in uno stato di coscienza alterato, altro, trasmutato.

Al di là, seppur all’interno, del mondo sensibile, attraverso il corpo, Gesù, rinasce bambino nuovo da se stesso. E non viene alla luce: porta alla luce.

Ma che meraviglia! Certo che così, anche a me viene voglia di gridare “E’ nato! Sono nata! Sono rinata.”

Gesù altri non è che il risveglio del fanciullo che è in ognuno di noi.

Dal legame dei contrari si genera l’Uno Nuovo.

A ragion veduta, non potevo non mostrarvi un’immagine della natività da una lastra di rame incisa con tecnica calcografica.

 

Il motivo è che non c’è nulla di più alchemico della calcografia.

L’incisione avviene su lastra di metallo,  solitamente zinco o rame, con una punta metallica.

La superficie, prima di essere incisa, deve essere debitamente preparata, sgrassata, lucidata e bisellata.

Esistono diversi metodi di incisione. Dall’acquaforte e acquatinta, che sfruttano la capacità  e i tempi di morsura di alcuni acidi, alla puntasecca, per esempio, strumento che scalfisce direttamente il metallo.

Come leggerete in didascalia, quella nelle immagini è un’incisione a bulino su rame a opera di Agostino Carracci il quale ha tradotto un disegno in chiaroscuro di Baldassarre Peruzzi, a tema “Adorazione dei Magi”. 

Il bulino è, appunto, uno di quegli arnesi che scavano e graffiano la lamina e, a seconda della profondità e della vicinanza dei segni, restituisce diverse gradazioni di colore.

Che alla fine, è quello dell’inchiostro.

Ripulita dall’eccesso, di modo che il nero sia presente solo nei solchi, è poi appoggiata su un tipo di carta porosa, a grana doppia, bagnata. A questo punto, coi dovuti accorgimenti, passa sotto il rullo del torchio et voilà.

E’ prodigiosa la trasformazione dell’idea in stampa. E’ ricca di passaggi, di fasi di mutazione, metamorfosi, di intrecci, fusione, incastri, odori.

E’ miracoloso il solco che in sé contiene tutto il pensiero dell’artista. Ancora mi ritorna in mente il Sator.

E’ un’inaspettata rivelazione la magia dell’impressione su carta.

Come magici sono i saggi che arrivarono per ultimi ad adorare il neonato. Solo, infatti, chi, attraverso deserti e tempeste di sabbia, conquista infine il dono della veggenza, ossia di leggere nella realtà tangibile i segni del futuro, è in grado di salire l’ultimo gradino della scala, afferrare la Luce e comprendere davvero che trina è l’antica origine dell’uomo: oro, ricco potenziale; incenso, divina natura; mirra, immortale energia.

 

E, quindi, venite, adoremus.

Fotografie scattate da me alla mostra “Venite, adoremus. Le immagini della Natività da Durer a Tiepolo” a Palazzo della Cancelleria, 10 dicembre 2004 – 9 gennaio 2005, Roma

 

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2 thoughts on “Venite, adoremus.

  1. Mi è piaciuta molto l’interpretazione data all’asinello e al bue, non ci avevo mai riflettuto. Poi, hai iniziato parlando del dio del sole per approdare al bambino che porta la luce… ma la domanda che mi sono fatta all’inizio, cominciando la lettura del post è, hai letto ho visto Vita di Pi?

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  2. Samantha, ma lo sai che mi sono accorta solo ora del tuo intervento? Credo di non averne ricevuto notifica.
    Comunque no, non l’ho visto o per lo meno non per intero, quindi non ho un’opinione precisa a riguardo.

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