Esperimento #1

In linea di massima, non sono molto attratta dal romanzo come genere letterario. Qualche tempo fa, però, in preda a un raptus creativo sorto da un sogno, ho scritto queste righe.

Ho deciso di condividere sul blog, perché infine si capirà l’attinenza con l’arte.

Per questi motivi, ho pensato di farlo creando un piccolo gioco. Continuerò la pubblicazione dei capitoli successivi solo se troverò un riscontro positivo. Mi sono data un budget di commenti, non stelline, solo per considerare il gradimento e quindi capire se ha davvero un senso continuare. Quindi, se avrò almeno dieci commenti positivi, allora proseguirò. Altrimenti o rimuovo il post o lo lascio sospeso. E così ogni volta a seguire.

Che ve ne pare?

Si parte.

Capitolo I – Lunedì

Nell’aria si diffondevano contagiose le note di una malinconica vita quotidiana.

L’odore dolciastro dei camini penetrava nelle mie narici, invadente come un amico indiscreto, eppure nuovo come un viaggio inatteso.

Passeggiavo, trascinandomi dietro la testa, piena di pensieri, pensieri leggeri, complicati, tanto da diventare una sorta di ancora, l’unica capace di riportarmi indietro su quelle strade, su quell’asfalto, fra quella gente.

Eppure, mentre fingevo di non essere assorta, il mio corpo si lasciava conquistare da un ritmo improvviso e coinvolgente, che si impossessava di me, creando movimenti nelle mani e nei piedi. Di là, da qualche finestra aperta in lontananza.

 

 

Nonostante tutta la tragedia appena lasciata alle spalle e ancora altezzosa negli occhi di tutti, avvertivo una spinta incredibile, che mi portava a credere che ci sarebbe stato qualcosa di buono per me, per noi che venivamo dal niente.

Il tempo non era dei migliori e, comunque, quando mai, era sempre così scuro d’estate, poi d’inverno e poi di nuovo d’estate.

Questo non aveva grande importanza, anzi, onestamente non interessava a nessuno se il cielo sopra le nostre teste fosse scuro o chiaro.

Non era questo il punto.

Il punto era che c’era un cielo, ogni giorno.

Un pugno rumoroso di gabbiani cominciò a volare basso e a sgabbianare nevrotico. Chissà per quale strano motivo, quel verso mi ricorda le inquietanti risate dei clown, che si aggirano intorno ai bambini con l’originale convinzione di divertirli, ignari che da piccoli ciò che è truccato, travestito, mascherato, spudoratamente finto, non fa affatto ridere.

In fondo, seguendone gli odori,  troneggiavano le altissime ciminiere delle fabbriche della vecchia zona industriale, dalle quali sbuffavano lunghe colonne di fumo che, secondo l’agente chimico, si accendevano dei diversi colori dell’inquinamento.

Di giorno, erano nere, come monito dell’amara esistenza, a seguire di un bel grigio denso oppure di un bianco corposo. Al tramonto, invece, lo spettacolo si faceva più interessante: sulla città si alzava una nube psichedelica. Da verde acido, diventava di un intenso blu cobalto che, in ultimo, si tuffava in un focoso rosso carminio.

Questa esplosione continuava fino a quando il buio calava e nessuno, ormai,  era così sobrio da non scambiarla per un’allucinazione.

Prima di proseguire il mio cammino, però, mi fermai al solito posto.

“Buonasera signor pagliaccio!” – Dissi all’uomo col nasone rosso.

“Buonasera a lei, signorina! Ma così conciata, cosa ci fa in un negozio di antiquaglie e oggetti strambi?”  – Mi chiese davvero turbato.

“Oh… beh… io – che a malapena riuscivo a nascondere un evidente imbarazzo, per essere stata colta in flagrante – io veramente…- mi intrecciavo le mani con frenetico nervosismo – e va bene! Non è il caso di continuare a mentire!”

“Bene, bene…finalmente è pronta a confessare! Hey là, vecchio Lucio, vieni un po’ a sentire.” – Si rallegrò il pagliaccio.

Lucio era un anziano signore di passaggio sull’altro marciapiedi. Un vecchietto strano, a dire il vero, con un nerissimo occhio di vetro, oh ma Dio solo sa ce ci vedeva lontano, lui!

“Sapevo che prima o tardi l’avresti fatto! È da tanto che ti danno la caccia, sai, carina?” – Mi  apostrofò, scrutandomi con aria distratta e tormentandosi  il sopracciglio sinistro, folto come un bosco in primavera.

“Ecco, io… ehm… volevo liberarmi di… come dire… questa… pistola?” –  La estrassi dalla  borsetta, per dimostrare quanto stavo dicendo… e “Oh mio Dio, oh mio Dio.”  – Disse il pagliaccio, girando lo sguardo verso le sue scarpe marroni e verdi.

“Su, dai, tranquilli, è di plastica!”

“E allora, perché avresti tutta questa furia di liberartene?” – Chiese Lucio con intelletto acuto e dialettica tagliente. Lui era stato un fedele soldato delle SS, a suo tempo, ma non lo sapeva nessuno, tranne chi di dovere.

“Perché la mia borsetta è troppo piccola! È già tanto se riesco a trovare un po’ di spazio per  il mio fermacapelli! Dunque o la borsa o la vita!” – Sogghignai.

“Prendi una borsetta più grande!” –  Notò attento Lucio.

“Acuta osservazione signor Lucio, ma, non per contraddirla, io non ne ho davvero bisogno!”

“Sarebbe come chiedere ad un pagliaccio di indossare delle ridicole e piccole scarpette da tennis, no?” –  Mi  difese il pagliaccio.

“O Santo cielo, questa è la scena più stupida a cui abbia mai prestato attenzione! – irruppi innervosita – Io me ne vado, per oggi basta così!”

Uscii dal negozio, sbattendo la porta e presi di nuovo la strada con passo affrettato.

Ecco, finalmente.

Il posto era un po’ squallido, grigio, sporco, stretto e in disordine, ma ci si poteva lavorare, per  renderlo un degno quartier generale. Salutai gli altri: quello potevamo permetterci e quello dovevamo farci piacere.

Le macchie d’olio di un non meglio identificato mezzo di trasporto erano disseminate ovunque sul pavimento.

Attrezzi per il giardinaggio, appuntiti e arrugginiti, sicuramente passati a miglior vita, attentavano continuamente alla nostra incolumità, per quel che ci potesse interessare. Abbondanti strati di polvere si accumulavano, sospetti in ogni punto dello stanzino, pronti a scatenare una nube tossica, se qualcuno si permetteva di inspirare con più trasporto.

Le uniche e coraggiose donne del gruppo eravamo io e Chiara.

Essere donne in quel gruppo e in quel periodo significava essere uniche e coraggiose, perché bisognava gestire, con manifesta indifferenza, l’antipatica reputazione di “cattiva ragazza” che ti veniva immancabilmente affibbiata.

Girare con un vivace e sboccato gruppo di perditempo, appartenenti al sesso maschile, voleva dire appartenere ad una piccolissima schiera di avanguardiste, noncuranti di quegli schemi sociali che vedono cattive ragazze ovunque non siano arrivate le sedicenti virginelle, sentinelle in piedi di presunta moralità.

Chiara era una ragazza molto timida, riservata e discreta. La sua pelle bianca, e sue mani piccole, il suo sorriso ingenuo e la sua voce sottile.

Era bella di una bellezza strana,  fatta di silenzi e sguardi che si imparano a cogliere col tempo.

Era piccola, in tutti i sensi. La più piccola fra noi, una specie di mascotte, ma fu chiaro sin dal primo momento che l’unica ragione per cui aveva accesso al gruppo era perché Gian, capo indiscusso e indiscutibile, era pazzo e pazzo di lei.

C’era Vanni, un paio d’anni più piccolo di Gian, decisamente più talentuoso, e ancora troppo umile per farglielo notare. Gian, infatti, lo sapeva benissimo da tempo, ma non avrebbe mai osato ammetterlo, per non rischiare il suo ruolo.

Vanni aveva occhi grandi, blu oltremare, con leggere sfumature grigie, un naso importante, sottile e appuntito. Carattere nobile e buono.

Aveva i capelli chiari e li portava un po’ lunghi, con una abbozzata frangetta, che si apriva sulla fronte, al vento.

Vanni era entrato nel gruppo attraverso Pablito, che lo aveva presentato a Gian durante una festa scolastica in onore di qualcosa che non ricordava affatto bene.

Pablito conosceva me e Gian da sempre, ma forse dire da sempre non rende bene l’idea, quindi sarebbe meglio dire da mai. Quando introdusse Vanni nel gruppo, sapeva bene che o si trattava di un genio o Gian l’avrebbe picchiato a morte.

A pensarci bene, più che un gruppo, dovevamo sembrare una setta, comunque aperta a ogni tipo di contaminazione, purché chi decideva di confrontarsi con noi avesse gli stessi requisiti. Questa la teoria di Gian e noi, completamente assoggettati dal suo carisma, l’avevamo fatta nostra.

Pablito, il più grande, ma non il più saggio, era un ragazzo del sud, venuto nella nostra città con il padre, perché sua madre, inguaribile romantica ed appassionata di telenovelas, li aveva abbandonati, per fuggire con un soldato tedesco. Non era bello, per niente, anzi se avessi potuto dire che era brutto lo avrei fatto. In compenso, era dotato di un’intelligenza rara e da essere diventato quasi subito il miglior amico di Gian.

Il che non era poco, visto che si trattava del capo.

Quanto a me, l’unica ragione per cui la mia famiglia mi lasciava frequentare il gruppo era perché conosceva quella di Gian ed era convinta, non capisco perché, che presto o tardi, avremmo  finito per sposarci.

 

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5 thoughts on “Esperimento #1

  1. Questa parte è scritta molto bene, anche se è molto descrittiva e, per il ritmo “veloce” di un blog, è un po’ controproducente (se andassi avanti a pubblicare, in quanti ricorderebbero la storia?).
    Se dici che vuoi farne un romanzo, allora non cambiare niente, però cerca di aumentare il ritmo di pubblicazione.

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    1. Grazie per le dritte!
      Sì il ritmo di pubblicazione, hai ragione, dovrebbe essere giornaliero per fare in modo che i lettori si ricordino della storia e dei personaggi.
      Farne un romanzo? Mah… come ho esordito, non è un genere che proprio proprio mi prende e non so nemmeno se ne sono capace.
      Comunque grazie ancora e spero che il resto, eventualmente, ti piaccia. 😉

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