Sickabell: Sort of a dream

Qualche mese fa, ho piantato nel mio Giardino Pensile chiamato Nea una semenza, piccola piccola, dalle grandi promesse di crescita. L’ho interrata per bene in un terriccio fertile, umido, profumato.

Lentamente, il germoglio ha cominciato a spuntare, sotto il mio sguardo vigile.

Non potevo davvero immaginarlo. Mi sta insegnando una cifra indicibile di cose nuove.

Il potere della collaborazione, la forza dell’unione, le grandi prospettive della partecipazione fatta di stima e rispetto.

Io credo nelle amicizie “virtuali”. Ho imparato a crederci. Me l’ha insegnato lui, il semino.

Molto spesso, queste affezioni nascono da presupposti più genuini, con un potenziale indescrivibile, poiché l’abusata componente visiva non vizia la percezione dell’energia dell’altro.

Nel caso specifico, tra gli altri, sto parlando del fotografo e videomaker Alessandro Petrini.

Sfogliato  per caso tra le pagine cartacee di una rivista professionale e cercato intenzionalmente tra le pagine telematiche di “faccia di libro”, Alessandro si è subito mostrato anima sensibile, ricca; persona umile e disponibile.

Solo per questo motivo, il nostro rapporto di apprezzamento mediatico è continuato anche dopo la sua  partecipazione al blog.

Ecco spiegato il primo insegnamento del granello: essere sempre attenti, avere gli occhi ben aperti e il cervello pronto a cogliere la meraviglia che può sbocciare ovunque, in qualsiasi momento.

Proprio come un fiore cerca il sole e sposta la sua testa verso il calore, così il granulo maestro mi ha educato a essere: ricettiva verso qualunque cosa mi scaldi dal gelo contemporaneo.

Il riconoscimento sano delle capacità altrui e l’amore per la bellezza che mi arriva dalle vite che ho intorno, sono un grande punto di forza per l’avverarsi dei sogni. Di tutti.

I sogni, materia impalpabile di cui sono fatti i pensieri. Custodi di verità dimenticate eppure profondamente radicate dentro di noi. Rivelatori di realtà passate eppure sempre presenti nei numeri che compongono la realtà immanente.

In definitiva, che cosa precisamente ci fa illudere che il sogno non sia reale? Il fatto che non lo percepiamo attraverso i cinque sensi? Questo non è del tutto vero. Nei sogni, si affinano altri metodi di intendimento, l’intuizione si fa più sottile, la comprensione lieve, ma non per questo fallace.

Uno di questi giorni appena trascorsi, Alessandro mi ha donato un vaso più grande e dell’humus da aggiungere per travasare il bocciolo.

Mentre ero assorta in questo delicatissimo passaggio, si è fatto d’improvviso buio attorno a me.

Non ho ben capito come sia accaduto, mi è capitato solo con Tommy Ingberg prima, ma mi son trovata  catapultata altrove, a sorvolare una città lugubre e sudicia  del tutto simile a quella del film “The crow”.

L’aria densa e fumosa, quasi irrespirabile. L’atmosfera, apocalittica. L’odore di bruciato sovrastava tutti i palazzi. Su uno, un mastodontico pannello digitale pubblicitario dove troneggiavano i quattro volti dei Queen. Sotto la loro immagine, c’era scritto “Sickabell”. Ancora più in basso “Valiant”.

Un rumoroso sottofondo di percussioni selvagge dominava il paesaggio urbano.

D’istinto mi sono  girata, quasi richiamata, e ho visto avanzare da un vapore bicromatico verso la mia direzione, quattro sagome.

 

Tastiere e voce.

Chitarra.

Basso.

Batteria.

“Chi siete?” Ho domandato, appena possibile.

Qui ci vuole un mega megafono, per amplificare le loro voci. Anzi, meglio ancora, ci vuole un coro, un gruppo di poeti che li accompagnino  nel viaggio verso il pubblico, un certo numero di sognatori che appoggiano altri sognatori.

Una corporazione di Visionari che crede nelle idee e prende tutto il coraggio che serve a trasformare un sogno in un’avventura.

“Il progetto Sickabell.” Mi ha risposto il primo.

C.N. “Sickabell? Ma che nome è?”

“Io sono Giuliano Vernaschi.

La linea guida del nostro progetto è il  rifiuto dei dogmi e dei fanatismi religiosi, contenuti nella parola bell. Una negazione nauseata nei confronti della campana, uno dei simboli della Chiesa; un’insofferente opposizione a campanili e campanilismi.

Non solo un bel suono, dunque, ma uno slogan, a tutti gli effetti. Manifesto di una personalità, che traspare dai testi, presente nelle atmosfere musicali.

Pensa, io sono nato il giorno in cui è morto Lennon, un anno dopo. E il nostro singolo è uscito alla morte di Bowie. Quindi, o siamo predestinati o portiamo sfiga.”

 

Ho fatto subito due associazioni per rendermi conto di un paio di cose.

Mente vivida e fervente, presenza scenica energica, Giuliano inizia il suo percorso musicale nel 2008.

Nel 2010 il suo singolo “Sort of mess” vince la Indie Rock competition del sito americano Ourstage, spianando la strada a “Egghead” (2011), autoproduzione d’esordio interamente registrata in camera da letto, con la pazienza dei vicini di casa e il supporto di musicisti navigati:

Rino Cellucci, chitarra in perfetta simbiosi artistica con Giuliano;

Ivan Cellucci, al basso, musicista instancabile  che opera con gusto sopraffino;

Marco Lupo, batterista vegano di barrettiana memoria.

C.N. Ma lo sai che somigli a Syd Barrett, tu?” Dico all’ultimo.

M.L. “Grazie, ma lui si faceva di acidi, io di succhiComunque, è un gran complimento. Syd, oltre che genio, era bellissimo. Io non mi drogo, però.”

G.V. “Chissà, forse dovrebbe. E invece è vegano e beve solo una determinata acqua. Più che Syd, lo definirei Sad.”

Ridono tutti. E anche io. Tranne Syd-Marco.

C.N. “Essere vegani è una scelta molto radicale, una posizione ben precisa. Nonostante questo scenario quasi post-organico, siete un gruppo che definirei eco-compatibile, molto attenti alle dinamiche contemporanee, no?”

G.V. “Infatti, Marco è un personaggio assolutamente speciale nel gruppo. Ha quei pregi e quei difetti che conferiscono le tre dimensioni alla band. E sì, attenti al mondo intorno lo siamo eccome, d’altronde di I love you e Do you love me? ne abbiamo fin sopra le balze della blusa. (le testuali erano meno adatte a un pubblico di cardio(a)patici, anche se molto più d’effetto, N.d.R.)

Giuliano, inoltre, in collaborazione con Focus Art, ha realizzato due videoclip per le canzoni “Sort of mess” e “3, 2, 1: lift off!”, premiati con passaggi televisivi su Mediaset Italia2  e girati in suggestivi luoghi tra Abruzzo, Umbria e Norvegia.

C.N. “Ma allora, suonate sul serio?”

I.C. “Abbiamo partecipato al Tour Music Fest, al Promo Contest Zimbalam e vinto la prima edizione di “Saranno Calibri” su Radio Delta1, dove è stata trasmessa in heavy rotation “Sort of mess”. Il brano “Motorbike rally” è stato invece incluso tra i 16 brani della Zimbalam Summer Playlist per Nokia Musica. Ed eravamo presenti al Live “Aspettando il Primo Maggio” di Teramo, dove abbiamo aperto il concerto a Teatro degli Orrori, Nada, Zen Circus e Toys Orchestra.”

C.N.Chi è l’autore delle musiche e dei testi?”

R.C.“Lui.” Puntando il dito contro Giuliano, quasi fosse il colpevole di un misfatto.

C.N. “Perché componi in inglese?”

G.V. “In realtà, i testi di tre canzoni che saranno presenti nell’album in uscita ad Aprile, li ho scritti insieme a  Isabel Myškin. Scrivo in inglese perché trovo molto più affascinante il suono della lingua inglese nel rock e la sua duttilità, la possibilità di includere tanti significati in versi corti. Le parole si fondono le une con le altre.

L’italiano è una lingua troppo articolata, secondo me ideale per la poesia, perché fa musica già da sola.”

 L’odore della mia pelle mi fa sembrare una preda appetitosa.

C.N. “Credi che questo mondo sia cannibale?”

G.V. “Forse sì. Lo è.

Divorati dalla quotidianità, divorati dai redditi, divorati dalla pubblicità, divorati dal poco tempo a disposizione, divorati dalle dipendenze.

Tasty prey è la preda gustosa, la persona comune inesorabilmente assorbita dal denaro e dalla quotidianità, a cui si vende in nome di una falsa sicurezza. Tutti possono esserne preda, anche il nostro amico più caro, anche noi stessi.

Nell’album c’è un’altra canzone che parla di cannibalismo (vero o simbolico non so…). Ma ne riparleremo quando uscirà l’album.”

Pronunciando queste ultime parole, i quattro si sono congedati e, quasi riassorbiti nella nube polverosa che me li ha portati,  si sono disciolti nell’aria rarefatta.

Ho avuto giusto il tempo di guardarmi intorno un’ultima volta. Il fondale umano è davvero tragico, un’altalena continua tra introspezione e viaggi intergalattici. L’amore è degradato, abusato, violentato, sporcato. I rapporti umani consumati, complicati, intricati, inestricabili nodi che conviene solo tagliare.

E i sogni? Forse l’unica speranza di sollievo dalle paure che distruggono l’azione, che bloccano, irrigidiscono, sospendono il respiro.

Ecco.

Trattenere il respiro è il modo più facile che abbiamo per trattenere una paura. Durante il sogno lucido, il respiro si fa lento, controllato, lo spazio e il tempo si diluiscono nel continuo.

Dobbiamo riprendere fiato, imparare a respirare di diaframma, come cantando, correndo il rischio di stonare. E anche di vivere.

“Siamo fatti della stessa materia
Con la quale son fatti i sogni;
E la nostra piccola vita
E’ avvolta nel sonno.”

W. Shakespeare

D’un tratto, così com’è venuta, l’oscurità si è dissolta e ho ritrovato il mio vaso, il mio bocciolo e quello che stavo facendo prima di cadere in una dimensione onirica, totalmente folle.

Quando ho creduto di capire finalmente dove fossi, ho sentito questo in play sul pc.

 

I Sickabell hanno pubblicato su YouTube l’11 gennaio 2016 “Tasty prey”, (in vendita su iTunes a € 0.69), nuovo singolo, tratto dall’album autoprodotto “Big excuse”, la cui uscita è prevista per la primavera di quest’anno.

Il brano è accompagnato dal videoclip firmato dal regista e videomaker Alessandro Petrini

Il video, girato a Pescara nei giorni dell’ultimo Natale, ha il supporto ufficiale di MarkBass e Shootools, due aziende che hanno scelto di sostenere i Sickabell nel primo passo di questa loro avventura.

La band ha già all’attivo l’EP “Egghead”, autoproduzione datata 2011.

(Immagine in evidenza, Chema Madoz, fotografo surreale spagnolo).

 

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