Ivan Granata: l’esplosione nel cuore

Era da un po’ che pensavo di invitarlo su Nea.

Lo conoscevo già da tempo, ma non riuscivo a trovare la giusta collocazione della sua presenza nel mio Giardino Pensile. Finché, alla fine, convinta, l’ho contattato ed è stato lui stesso, umile e disponibile, a spiegarmi tutto.

La frequenza con cui il tema del sogno, ricorre inevitabilmente nella mia vita è sorprendente.

Pare che, ultimamente, non riesca a sfuggirgli. Visioni nitide. Miraggi dettagliati, troppo, per essere solo frutto dell’immaginazione. C’è qualcosa di più, qualcosa di tangibile, dal latino tangere, io tango, a ritmo binario e come un treno viaggio verso mete che boh, non so.

Profumi, suoni, colori, immagini sfocate, voci lontane riecheggiano come stormi di gabbiani nelle orecchie. Attimi di luce all’angolo dell’occhio, lampi di frenesia, schegge nel cuore.

Perennemente immersa in questo stato lirico, onirico, crepuscolare, ermetico, a tratti epico. Frenetico, sincretico, estetico, concentrico, centrifugo.

Incrocio così, le vite degli artisti erranti su Nea. Esistenze che si intrecciano e si confondono nel miracolo dell’incontro.

E lui è Ivan Granata, formidabile chitarrista pugliese, anzi, lasciatemelo gridare a pieni polmoni, formidabile chitarrista barese.

Fra le righe di una  social chat, figlia del demonio telematico che vessilla  e assilla le inquietanti zomboidali esistenze dei contemporanei teen-agers dal complesso del selfie, ho rivendicato il buon uso del mezzo.

In questo modo, abolendo l’immagine che ha violentato lo spirito, si dipana la magia della verità.

In questo modo, le anime genuine, appassionate, generose emergono nella loro impetuosa autenticità. Incontenibile virtù dei savi.

Nella maniera più naturale possibile, come solo i grandi talenti sanno fare, Ivan mi ha subito “aggiornato” sulla sua produzione musicale e mi ha spontaneamente regalato il suo ultimo album, intitolato Onirico del 2014.

L’ascolto è stato magnifico, come prevedevo. I pezzi  belli, sperimentali, coraggiosi, audaci, poetici. Un viaggio a dir poco affascinante.

Sì, perché proprio di un viaggio si è trattato, attraverso un percorso che mi è sembrato preciso e al contempo fresco e istintivo.

Parlare con Ivan ha significato per me imparare a lasciarmi attraversare dalle vibrazioni potenti delle parole, già di per sé enigmatiche custodi di sonorità celate.

Se “una pagina bianca è una poesia nascosta”, una parola non detta è un potenziale musicale infinito.

 

C.N. “Ivan, posso dire che si tratta di un concept album? Da Onirico parte1 a Onirico parte2, pare quasi un’avventura attraverso le cinque fasi del sonno: i primi minuti di rallentamento dell’attività cerebrale, il battito cardiaco si rilassa e il respiro si controlla. Ecco l’arrivo del sonno profondo con Morpheus e immediatamente la successione degli stati confusionali conducono alla fase r.e.m, momento del sogno vero e proprio che io ho individuato in Piccolo seme di Cardamomo, dolcissima e ispirata melodia (doveva trattarsi di un sogno bellissimo).

Infine, il risveglio.”

I.G. “Assolutamente si, avevo diverso materiale eterogeneo e la voglia di
realizzare un altro album, con la consapevolezza che non avrei avuto tempo di
dedicarmi alla promozione con dei concerti (sono impegnatissimo con gli studi di
composizione al Conservatorio Rota) così ho scelto dei brani che mi vedono
alternare loop ed effetti (per la prima e ultima traccia, Onirico parte 1 e parte 2 N.d.R.), chitarra acustica, flauto, chitarra classica e chitarra senza tasti… decisamente un set impegnativo per un concerto!

Sono partito da Onirico parte 1 e parte 2 e From West to East che avevo già inciso
anni fa, ho immaginato il sogno, il sonno. Dormire bene è alla base della creatività!
Ho composto Morpheus, Blue blur, Macondo, Red spice, Piccolo seme di
Cardamomo (per una persona speciale), per inciderli poi ho realizzato un piccolo
studio di registrazione in casa. 

Nina, invece, è un brano che ho composto molti anni fa ispirato da uno splendido cane nel momento in cui entrò a far parte della mia vita, e che oggi, purtroppo, non c’è più.

A parte la title track divisa in due parti, non ho apportato sovra-incisioni ai brani, c’è l’intimità del musicista alle prese col suo strumento e occasionalmente la voce per arricchire dei suoni in qualche punto.

C.N. “Oltre che il viaggio attraverso un sogno, quest’album può essere inteso proprio
come il viaggio di una vita? Il sonno, la meraviglia del sogno e poi il risveglio (sperato) finale?”

I.G. “Se si riesce a immaginare la vita come un sogno. Inevitabilmente gli artisti
lo fanno, spesso si crea per soddisfare delle idee in mente, delle visioni, una voglia
di raccontarsi e raccontare attraverso i suoni, le immagini, la materia o la poesia. La
musica è forse l’arte più onirica perché non ha una forma fisica, non si vede, esiste
solo se viene suonata (o riprodotta) e ha la capacità proprio come i sogni di dilatare
il tempo: una musica gradita non ci fa accorgere del tempo che passa, viceversa
una che non piace sembra non faccia passare mai il tempo. Per questo bisogna
scegliere con cura la colonna sonora per la propria vita.”

C.N. “Le sonorità che ho intuito, (non sono un’intenditrice di musica, mi piace solo
ascoltarla) sono sospese tra il caldo oriente dell’ India (sitar) e il rigoroso stile
celtico (arpa gallese).”

I.G. “Probabilmente è così, queste sono le musiche che hanno accompagnato la
mia vita da musicista autodidatta nei primi anni, con gli arrangiamenti per chitarra e
le improvvisazioni modali, inevitabilmente riemergono nel mio comporre da
strumentista. Nei pezzi per flauto il linguaggio è più complesso, ma il fine è lo
stesso. Nel jazz che ascolto, mi viene in mente il brano India di John Coltrane.”

C.N. “Ho anche immancabilmente pensato a A midsummer’s night dream di
Shakespeare come atmosfere (a me Shakespeare mi ha sempre trascinato in uno
stato emotivo onirico, dai sonetti alle tragedie) e a Metropolis, scenes from a memory dei Dream Theater per le immagini uditive.”

I.G. “Sono d’accordo con te, Sogno di una notte di mezza estate è stato musicato
a metà ‘800 da Mendelssohn, splendida musica che si ascolta nella versione
cinematografica di Michael Hoffman per esempio. L’opera dei Dream Theater non la
conosco, mi propongo di ascoltarla.”

C.N. “Sembra che l’oriente continui ad affascinarti, poiché, in alcuni passaggi, tipo in
Blue Blur ho intuito richiami alle musiche delle danze delle geishe giapponesi, e
altrove, tipo in Red Spice, vibrazioni simili a un mantra song.”

I.G. “È strano però, non sono mai stato in un paese orientale, ne resto affascinato
dalle scale musicali e dalla sonorità degli strumenti tradizionali come lo shamisen
(liuto giapponese a tre corde, ho immaginato questo strumento in alcune parti di
Blue Blur e di Red Spice), che adatto ed elaboro con i miei mezzi e le mie capacità.

In Blue Blur ho trasformato la chitarra classica in uno strumento percussivo
inserendo una matita tra le corde (una semplificazione dal pianoforte preparato di
 John Cage). Ne è scaturita un’incisione unica, irripetibile (si potrebbe trascrivere come
aleatoria), anche usando la stessa matita nello stesso punto sulla stessa chitarra è
impossibile riprodurre la stessa musica.”

C.N. “Come riesci ad unire i suoni del sud Italia, pugliesi, le radici della tua cultura e
fondamentalmente del tuo background musicale, con tutta questa roba?”

I.G. “Ci ho provato all’epoca del mio primo album Rivelazioni. 

Se mi fai questa domanda è perché evidentemente ci sono riuscito! In questo album c’è una
brevissima citazione al ritmo della pizzica in Cromasismi, per il resto se qualcuno
sente un po’ di Puglia nella mia musica non posso che esserne felice, ho avuto il
piacere di suonare e condividere un pezzo di vita con dei musicisti di musica
tradizionale e questo mi ha sicuramente formato in qualche modo.

C.N. “Qual è la musica che un compositore come te ascolta?”

I.G. “Di tutto. Dal rock e il blues degli anni 60-70 (non mi sono perso il concerto dei
The Rolling Stones al Circo Massimo) alla musica classica passando per un certo
tipo di jazz con Bill Evans, Miles DavisHerbie Hancock ecc.

Ultimamente anche la musica classica contemporanea. Non è però che passi facilmente da un genere all’altro, assolutamente non mi piace tutto della musica classica, come mi piacciono solo alcuni autori nel jazz. Anche nel rock per una stessa band ci sono album che
amo e altri che non comprerei mai!

Poi c’è la musica di cui abbiamo già parlato, a cui aggiungo il flamenco di Paco de Lucia che però da qualche anno ascolto raramente (direi un piacere nostalgico).”

C.N. “Parlami della chitarra a cui mi hai accennato in chat che hai realizzato
con un maestro liutaio. Perché l’hai progettata? Quali erano i tuoi obbiettivi uditivi?”

I.G. “La chitarra acustica senza tasti è stata un azzardo! Avevo voglia del suono
pizzicato ma presente come nell’ud (il liuto arabo, l’antenato della chitarra) e di fare
glissati lineari come nel violoncello, che nella chitarra invece avvengono di
semitono in semitono. Una ricerca timbrica precisa, uno strumento acustico che
potevo suonare adattando la tecnica del plettro sulla chitarra e giocando con la
risonanza delle corde a vuoto modificandone l’accordatura. Ho comprato una
chitarra con cassa grande perché immaginavo fosse necessaria, ho chiesto a
un’amica liutaia di togliere i tasti, quindi poi ho provato diverse tipologie e spessori
di corde. Dopodiché ho contattato un altro liutaio più in confidenza con le chitarre
acustiche per definire i legni e altri dettagli. Mi è andata bene, l’investimento di
tempo e denaro ha portato al risultato che ascolti (noi musicisti ci accontentiamo di
poco). I primi brani che ho inciso si trovano sull’album Incauto Sperimentatore:
Moresque con Aldo Grillo al tamburo a cornice (bendir), Vento da Oriente con il
nostro compianto Massimo La Zazzera al flauto indiano (bansuri), e Plus d’amis
un’improvvisazione solista. Nell’album Onirico l’ho usata in Red Spice e Piccolo
seme di Cardamomo.

C.N. “Suoni anche il flauto? Che flauto è? Come mai abbini uno strumento a corde e
uno a fiato? L’uso del flauto in alcuni momenti, mi fa, per forza di cose pensare al
respiro legato a quella fase specifica del sonno.”

I.G. “Amo il flauto traverso, è quello classico cromatico in do da orchestra. Nel
1997 frequentavo il festival Time Zones di Bari e quell’anno Vincenzo Mastropirro
suonava le sue musiche su testi della poetessa Alda Merini. Mi colpì molto il suo
modo di fare musica e gli chiesi di impartirmi delle lezioni private, così in breve
tempo imparai a suonarlo, anche leggendo spartiti. Inizialmente i brani Barivecchia
Bassa Marea li avevo incisi sovrapponendo una traccia di flauto suonata da me,
poi ho preferito risuonarli con i musicisti che compaiono negli album pubblicati. Per
un periodo ho studiato e poi suonato dal vivo anche il clarinetto! Mi piacciono gli
strumenti a fiato, anche se per incidere i cinque pezzi brevi di Luci Soffuse che ho
inserito nell’album, ho passato un mese ad esercitarmi a tempo pieno con le scale
e l’intonazione! Non è, per ovvi motivi, uno strumento col quale mi esercito tutti i
giorni, ma ho pensato che Onirico fosse il contesto giusto per presentare questi
brani, mi fa piacere che tu li abbia associati al respiro. In Riflessi c’è molto respiro
ed è evidenziato il soffio.”

C.N. “Che valore dai all’alternarsi dei due suoni?”

I.G. “Sono convinto che il suono della chitarra e quello del flauto traverso sia un
accostamento timbrico perfetto, ha funzionato anche nel rock con i Jethro Tull!”

Beh, ragazzi, se questo è un sogno, please don’t wake me, no, don’t shake me, leave me where I am, I’m only sleeping.

Gli album sono distribuiti da TuneCore in tutti i negozi di musica digitale.
Sono inoltre disponibili in formato CD anche su Amazon.com:
OniricoRivelazioniIncauto Sperimentatore

“Josè Arcadio Buendia sognò una notte che in quel luogo – sulla riva di un fiume pietroso le cui acque sembravano vetro gelato – era posta una città rumorosa con pareti di specchio. Domandò che città fosse e gli risposero con un nome che non aveva mai sentito, che non aveva alcun significato ma che ebbe nel sogno una risonanza sovrannaturale: Macondo.”

 

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