Goya: i capricci di un allucinato

La forza visionaria dell’inconscio, il rifiuto dei modelli assoluti di bellezza, la carica distruttiva verso ideali astratti e regole e la passione sregolata per i colori e l’ombra: queste le parole d’ordine di una pittura che decisamente si distingue e si allontana dalla ordinaria dottrina delle passioni, dal rigido freno del colore, dal saldo convincimento della necessità di modelli civili e politici, tipica di tutta la pittura del suo tempo.

Solitario, in una osservazione della realtà, spesso mutata in trasfigurazione fantastica, Goya confessa una profonda adesione morale al presente e ne riferisce tutte le piaghe: dalla stupidità, alla violenza, dall’ignoranza agli errori del potere.

Mali dell’intelletto che ostacolano la ragione nella storia.

D’altronde, che il sonno della ragione genera mostri la storia ce l’ha più volte tristemente dimostrato.

Il suo mondo visionario, infatti, è popolato da mostri creati dalla superstizione, da immagini strappate al profondo dell’essere e degli avvenimenti, quando la ragione smette di controllare la realtà e il furore aggressivo unito agli impulsi irrazionali si manifesta in tutta la sua potenza.

La provocazione è inserita nelle massicce dosi di carica orrifica e, allo stesso tempo ironica, che sempre più spesso diventa la protagonista delle sue rappresentazioni.

Perché di vere e proprie rappresentazioni si tratta: mosso da uno spirito imprudentemente goliardico, il pittore ferma nella testa dello spettatore, come se lo mettesse in scena sul palco, quel preciso istante in cui allucinazioni e vagheggiamenti, incubi dell’intelletto, minacciano, quasi un ossesso, l’uomo, prostrato in preghiera, nell’inutile tentativo di liberarsene.

Presunti sacerdoti, sulle cui teste soffiano demoni volanti, streghe deturpate e ammassate in una sempre meno credibile riunione condominiale, maschere inquietanti con narici troppo grosse per risvegliare davvero angosce profonde sono volutamente immersi in suggestive atmosfere luministiche, notti lugubri e fosche e cieli coperti da confuse luci: desolate e smarrite lontananze sparse dal vento, dove, non a caso e non di rado, si consumano i notturni rituali delle credenze popolari. Una vera e propria scena degna della Commedia dell’Arte.

In un momento storico in cui anche la guerra viene esaltata, poiché intesa come arte (basti pensare a Napoleone e ai suoi pittori di corte, tra cui David, che continuavano a ritrarlo, investendolo di gloria e magnificenza, nonostante la distruzione e la morte di cui era l’indifferente colpevole), Goya si ostina a ritrarre il volto della pazzia, dell’irrazionalità, dell’esaltazione, della perdita di contatto con la natura pensante dell’uomo che, inesorabilmente, conduce al delirio.

È così che la realtà subisce un’orribile trasfigurazione e la guerra, degenerata, non può più essere intesa come un’arte. Piuttosto, si afferma come la furia dell’omicidio.

I “Disastri della guerra” (serie di stampe ad acquaforte, bulino, brunitoio e puntasecca) sono vere e proprie riflessioni metafisiche in cui assistiamo, impotenti, all’apparizione di esseri, in costante e spaventosa metamorfosi.

Il corpo viene descritto come un rivestimento di pelle tirato sullo scheletro. In quest’ottica, la morte non è una fine, né un varco, al contrario, è lenta decomposizione.

Si potrebbe erroneamente credere che Goya sia un miscredente o un ateo, ma non bisogna cadere in questa imprecisione, poiché egli non rifiuta il sacro, lo reinventa.

Ancora una volta, la provocazione si insinua tra le sue mani: la parola capriccio (Los Caprichos) tollera tutto, ma possiede un lato elegante e comico.

C’è una realtà grave, materiale, attraversata da preoccupazioni, pressata da potenze astratte e l’artista, dopo aver vissuto i disagi che questa gli ha, suo malgrado, impresso, la restituisce con un’ironia fine, ma non per questo poco efficace.

La sua forza è stata di aver saputo accettare tutti i mostri che gli scivolavano sotto la matita e di averli dirottati verso la sua arte, senza opporgli resistenza, anzi creando, in modo sapientemente provocatorio, un’opera positiva, seppur con elementi di problematica rielaborazione.

Il genio, che risiede proprio nella sua parte istintiva, ne fa un essere più di ogni altro presente al mondo, assolutamente indifferente alle categorie.

Infatti, anche nell’attività ritrattistica, troviamo un uomo libero da preconcetti e un artista sfrontato.

Nonostante la materia pittorica luminosa alla maniera del Tiepolo, è possibile scorgere, oltre la superficie coloristica, spietate analisi psicologiche degli illustri personaggi rappresentati. Le fisionomie sono rese con lucido senso del grottesco ad effetto caricaturale: i tratti dei visi sono marcati, le rughe segnate, la vivacità dello sguardo aumentata, quasi a descrivere semplici contadini dall’abito sgualcito, piuttosto che la corposa schiera di nobil uomini e nobil donne. Inoltre, la decorazione in cui questi sono immersi, tradizionalmente dedicata all’esaltazione della loro gloria, viene trasformata in sobria piacevolezza.

In questo caso, come in Caravaggio, la provocazione viaggia sotto braccio con l’obbedienza alla committenza, definendo una linea di confine sottilissima tra libertà e dipendenza.

Senza dimenticare che la famiglia reale di Spagna era già inconsapevolmente avvezza alle autorevoli e magnifiche insolenze dei pittori di corte.

Immagine in evidenza, Processione di Flagellanti, Goya, 1812-1819

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