Duchamp: m’inganni chi può

L’aspetto più interessante, sviluppato da Duchamp, che oggi influenza il fare di molti artisti, è quello secondo il quale la piacevolezza o la bellezza immediate della composizione non sono più i soli fattori vincolanti allo scopo che un’opera possa definirsi artistica.

Il divorzio dell’arte dall’idea di bellezza è stato un elemento rilevante di questo crescente cambiamento.

L’estetica perde il suo ruolo centrale nel campo della teoria dell’arte, invaso per secoli, avendola concepita esclusivamente come attualità del bello.
La figura dell’artista incomincia ad avvicinarsi a quella di ogni altro professionista.

“The problem with that question is that I am not an artist. I really don’t consider myself an artist. I make art but it’s a job. I fell into this by chance.”

Più che mai è evidente la progressiva perdita di specialità segnata dall’opera d’arte, che si trasforma, da simbolo della pura idealità, materia che muta e che assume, ogni volta, un ruolo, a volte anche funzionale, nel mondo sociale.

Il suo lavoro, dunque, non è solo provocatorio, ma molto di più.

“Questo è arte”, grida al mondo intero. E ne spiega anche il perché. Per fare in modo che quell’enunciato possa realizzarsi è indispensabile la presenza di quattro elementi: un oggetto che sia il referente; un soggetto che lo pronunci; un pubblico che accolga il messaggio; un’istituzione che sia disposta ad acquistare ed ospitare l’oggetto.

Identità dell’opera, autorialità, rielaborazione, istituzioni artistiche: così funziona il mercato dell’arte, malgrado tutti i migliori intenti dell’artista.

Detto questo, qualsiasi cosa, vista e considerata in quest’ottica, può diventare un’opera d’arte. Questa la provocazione sottile, acuta e ironica che attraversa, nel modo non ovvio e scontato che una semplice provocazione può assumere nelle peggiori delle ipotesi, tutta la sua produzione artistica legata agli oggetti.

Parole d’ordine : negazione dei contenuti estetici e abolizione del gusto.

Dalle sue vive parole, Duchamp ci rivela che “il pericolo è sempre piacere al pubblico più immediato che ti circonda, ti accetta, ti consacra infine e ti conferisce successo e il resto […] il pericolo essenziale è di arrivare a una specie di gusto, che sta nella ripetizione di una cosa già accettata, nell’abitudine […] che il gusto sia buono o cattivo non ha alcuna importanza […] l’arte può essere buona, cattiva, indifferente, ma, qualsiasi epiteto sia usato, dobbiamo chiamarla arte: arte cattiva è in ogni caso arte, come una cattiva emozione è comunque un’emozione.”

Questo, inevitabilmente, ha portato alla nascita di un linguaggio specialistico che utilizza immagini apparentemente irrispettose, per parlare al pensiero sveglio e attivo di chi è in grado di spogliare l’opera dallo scherzo e afferrarne il significato reale.

L’ironia e la provocazione, infatti, svolgono, senza dubbio, un ruolo di alleggerimento, ma questa leggerezza tiene conto anche di una spiritualità che comprende l’arguzia, l’intelligenza e la sottigliezza. L’invito scherzoso non nasconde, a chi sia in grado di intercettarlo nella sua pienezza, il più profondo e quasi misterioso messaggio.

“Ci sono poche persone che trovano meraviglioso un pisciatoio, perché il rischio è quello di cadere in un campionamento estetico.”

L’irriverenza tocca la questione del gusto, con la scelta di un oggetto che avrebbe avuto molte difficoltà ad essere amato. Quasi nulla l’importanza assegnata all’esecuzione dell’opera da un punto di vista tecnico rispetto alla sua ideazione.

Ciò che preme maggiormente è rilevare il valore di una firma, del contesto espositivo, che cambia qualsiasi manufatto in opera d’arte.

Una ruota montata al contrario su uno sgabello che funge da base classica di marmi antichi. Il significato è candidamente dissacrante: la possibilità che lo spettatore ha di far ruotare la scultura le toglie tutta la sacralità. La scultura non è più immobile e si attende la partecipazione attiva dello spettatore, il quale può, finalmente, evitare la contemplazione estetica ed acritica dell’opera.

E Marcel scommette che oltre c’è ancora qualcos’altro.

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