Ivan Tresoldi, il poeta sei tu che leggi!

“We all declare the world as our canvas”

Questo, il sogno degli street artists di tutto il mondo.  Anzi, è l’utopia, il non-luogo a cui tutti, non solo gli artisti alla fine, aspiriamo. L’isola che non c’è, ma che esiste.

In pratica che cosa fa uno street artist?

Lo street artist, come potete facilmente intuire dalla parola inglese, fa arte di strada, quella che nasce dalla Grande Madre chiamata Public Art. Essa si origina da una serie di processi relazionali  che si innescano spontaneamente tra l’artista e il pubblico, appunto.

La sede espositiva si è, così, trasferita dagli ambienti istituzionali vecchi e statici, alle città, agli spazi pubblici, alle piazze, ai ponti, alle stazioni che sono sì, come il museo, posti in cui tanta gente si ritrova,  ma sono i luoghi in cui la stessa gente si ritrova perché lì vive, lì abita quotidianamente, posti a cui tutta la comunità appartiene, seppur per pochi momenti di passaggio, durante il corso della giornata.

Le opere pubbliche, spesso, hanno dimensioni variabili in base allo spazio a disposizione: più grande è lo spazio più grande sarà l’opera. Viceversa, più contenuto è lo spazio, minori saranno le proporzioni dell’opera.

La site specific è dunque un’opera elastica, mobile – come la donna – dinamica, in continuo adattamento e, per questo, in crescente evoluzione. Nasce nella mente del suo creatore e si modifica in base alle circostanze.

Esattamente come la vita: per quanto ci sforziamo di progettarla e ingabbiarla in qualche programmino giornaliero, lei finirà sempre per sfuggire agli schemi e accomodarsi al contesto, fisico e metafisico.

L’arte urbana, di strada, pubblica è proprio un nuovo concetto, quello di un’arte che va avanti verso il pubblico. Piuttosto che aspettarlo nelle ingrigite sale museali, essa corre  di strada  in strada e si abbina alle occasioni ambientali in cui deve inserirsi. E’ un’arte viva e vibrante.

La street art, in definitiva, con tutti i suoi gruppi e sottogruppi (di cui non mi interessa parlare in questa sede), nasce come una forma di contraddittorio, un’antitetica protesta nei confronti delle categorie sociali. Essa attua il suo progetto invadendo luoghi pubblici illegalmente, dipingendo muri con spray, adesivi e sculture, video proiezioni e graffiti composti da parole e/o figure umane.

Il substrato ideologico è composto dalla critica sociale e politica. Ambisce all’abolizione della proprietà privata e alla riappropriazione degli spazi .

Un’utopia a tutti gli effetti, come dai migliori testi di Adam Smith.

Che cosa accade, allora, quando il graffitismo incontra la poesia?

Dal surreale incontro, è scaturito qualcosa di portentoso, anzi qualcuno.

Questo qualcuno è Ivan Tresoldi, il writer aedo italiano, in preda agli assalti poetici.

E che cosa diavolo è un assalto poetico?  – diranno i miei piccoli lettori.

Manifesto per la Poesia di Strada E l’Assalto Poetico

…la poesia di strada nasce gettando parole tra le vie,

pugni di semi nel vento, è sensazione precipitata in

sassi d’assalto tra lo snocciolarsi scomposto di questa

città. Versi come pioggia tra le genti, inzuppate fin’oltre

l’orlo dell’attenzione, senza corte di doti ne corona,

perché d’ovunque e sa sempre, una pagina bianca è

una poesia nascosta…

  1. sprofonda poesia
  2. sfida schiaffi della corrente
  3. cresi i lampi della follia
  4. gettati controvento
  5. precipita in picchiata nel vortice del mondo
  6. esplodi e assalta d’ovunque
  7. chi getta semi al vento farà fiorire il cielo

Forse non ne avete mai sentito parlare o forse sì. In entrambi casi la risposta è semplice : l’assalto poetico è un’urgenza, una necessità di espressione immediata,  un’esigenza improrogabile, inderogabile del qui e ora. Poiché questa è un ‘esigenza ineliminabile per l’uomo di qualsiasi periodo storico, immerso in qualunque sistema culturale e politico, frastornato dalle miriadi di campane mediatiche e mistiche.

La poesia ha sempre ragione d’esistere perché ha a che fare col fare, dal greco, ποιέω. Poesia è vivere, sognando una natura che si mostra come un’apparizione in grado di sfondare la semplice rappresentazione e di evocare suoni ed immagini, avvolte nel silenzio, ermetiche come echi di infinito. È qui che si origina il sublime, lo stupore, la solitudine, il grottesco.

E non è un caso se i componimenti urbani di Ivan si chiamano scaglie.

L’utilizzo di questo termine è ambivalente in modo incredibile e si apre a una serie di interpretazioni. Nella stessa maniera in cui tutti i suoi lavori lasciano libera l’immaginazione del lettore.

E questa vi sembrerà una bella libertà, quando in realtà, si tratta di una grossa responsabilità. D’altronde, più libertà più responsabilità, visto che la vostra capacità di interpretazione dipenderà dal’ampiezza della vostra immaginazione.

Ma torniamo alla scaglia di draconiana memoria.

Le caratteristiche della scaglia sono tre: brevità, durezza, necessità.

  • la scaglia è una lamina piccolissima che ricopre il corpo di alcuni animali (più note sono quelle dei pesci) a scopo protettivo;
  • la scaglia è una parola che ci arriva dritta dal germanico, skalja, e vuol dire tegola. La tegola, come ben sappiamo ha funzione di protezione delle nostre teste (anche se a volte ci cade sopra);
  • la scaglia, in slang milanese è una droga, per la precisione, la migliore cocaina sul mercato.

Tradotto in italiano vulgare, la scaglia è un aforisma privato su un muro pubblico, breve, duro, che ci difende dal sonno profondo cadendoci in testa, immediato e necessario.

Congiunge, in un suggestivo matrimonio alchemico, poesia e protesta, lirismo e attivismo, parvenza e presenza, azione e reazione, dissenso e assenzio.

La sue poetica è complessa, fatta di verbi che si fanno versi senza diverbi, pur essendo diversi.

Il suo luogo è la strada, là dove ognuno può, anche distrattamente, cogliere una  scintilla di sinapsi avvenuta.

Il suo logo, la parola.

Ivan è pazzesco.

È uno di quei pochissimi a cui non smetterei mai di fare domande. Eppure ho smesso presto.

Possiede due doti preziose: l’immediatezza, proprio come l’arte che fa, lui ti viene incontro, cerca ponti e  l’eclettismo che considero il talento dei talenti, il supremo, perché è l’unico che permette di muoversi con sfacciata naturalezza da un argomento aulico a uno del volgo, senza peccare di pressapochismo.

E Ivan lo sa davvero bene che, nella realtà, quella vera dico, non esistono categorie intellettuali, perché  tutta la cultura è un continuo fare in fluire.

Quando mi sono messa giù a scrivere questo articolo, mi sono trovata immediatamente di fronte a un bivio: essere sincera al cento percento ed essere sincera solo al settanta.

Mentire a me stessa è la cosa più inutile che possa fare, visto che la verità la conosco perfettamente.

Io, la mia vita da blogger d’arte la vivo sul cavo ethernet del collegamento internet, anzi no, ultimamente sulle onde del wi.fi linkspace, sui click del tasto destro del mio mouse.

Non muovo neanche un centimetro del mio corpo, se non quando ho necessità di trovare una posizione più comoda sulla sedia.

Ci sono diversi tipi di azione e se è vero, com’è vero, che il lavoro è il prodotto della forza applicata a un oggetto per lo spostamento, è pur vero che l’energia (di cui ancora ben poco si conosce) è la capacità di un corpo a compiere un lavoro a prescindere dal fatto che tale lavoro sia o possa essere effettivamente svolto.

Solitamente, con mio immenso piacere personale, le interviste MultiSocial che faccio agli artisti, le faccio per iscritto, utilizzando chat interattive e affini.

Perciò, quando ho con mia sorpresa afferrato che l’intervista con Ivan sarebbe stata “in sonoro”, mi sono lievemente appanicata.

Sapevo, già da prima, che fosse uno preparato, arzigogolato, ma ho appreso solo per telefono che è pure ingarbugliato, labirintico, un dedalo di emozioni in impennata ininterrotta, un groviglio di idee in costante rimescolamento. Me ne sono subito accorta dalla voce, da come ha impostato i ragionamenti che è uno vivo, sveglio, un magma instabile, bollente e intoccabile.

Ivan ha costruito una semplicità di approccio solo apparente. E’, infatti, un rebus incantevole, il suo. Da una parola solitaria è capace di costruire un riflessione intensissima, densa. E ve lo garantisco, sarebbe capace di tirarla avanti per un tempo indeterminabile. Ad libitum.

E io? Io che non sono affatto brava a parlare, mi sono lasciata così travolgere dalle impressioni visive che, a un certo punto, ho mollato gli ormeggi e mi sono persa in mare aperto.

Sola, senza zattera, immersa tra le onde, sotto questo Sole-Ivan infuocato.

Me la cavo meglio con la pagina bianca. Nel silenzio della scrittura per me la verità si spiega. E si dispiega.

‘Sto fatto dell’intervista “in sonoro”, questa scelta precisa, tutto sommato alla fine, mi ha fatto riflettere su una cosina: la comunicazione, a volte, ha bisogno del confronto uditivo per arricchirsi di sfumature e dettagli di significato per meglio comprendere anche quei messaggi non verbali, comunque conduttori di valore.

In definitiva,vi confesso che conserverò in eterno quelle registrazioni.

C.N. Perché non rilasci interviste scritte?

Ivan. Io cerco di dare delle risposte esaustive e le interviste scritte, purtroppo, molte volte sono  composte da nove/dieci domande, no? Se io anche ti scrivo cinque righe a domanda sono due pagine di scrittura e per me vuol dire un’ora, un’ora e mezza. Sono anni che ormai non abbiamo più il tempo da investire, quindi proprio… tu poi estrapoli e  mi mandi l’articolo.

C.N. Scrivi:

“Sognare non costa nulla, è svegliarsi che costa caro.”

Di che materia sono fatti i sogni?

Ivan. Dell’invisibile essenziale agli occhi. Della materia della luce del giorno.

C.N. E quindi, che cosa significa svegliarsi?

Ivan. Quella scaglia in particolare è una scaglia che vuole un pochino richiamare… sai, io scrivo poesia per me, ma poi ognuno trova il suo contenuto e significato, quindi io non è che ho un significato unico, univoco che… per me ogni scaglia ha un valore personale. In seguito, ogni lettore gli attribuisce il valore che crede. È vero che io l’ho scritta, però la mia è solo una parzialità della visione e l’idea è che , appunto, è un periodo in cui si tende a chiacchierare molto, in cui il valore delle parole che vengono messe nelle chiacchiere è sempre minore .

(quanto vale una parola? E quanto vale la parola di un uomo? N.d.N.)

Anche nel lavoro che facciamo qui in Arkademy, con le persone con cui lavoro, diamo un grande valore delle pratiche, al fare. Per noi è importante contrapporre la chiacchiera senza risultato alle pratiche di cambiamento, quelle che producono una reale trasformazione di ciò che ti sta intorno.

È un po’ come dire “sognare un mondo migliore non costa nulla, però se ti metti a costruirlo ‘sto mondo migliore, ti costa caro”. Vuol dire, è inutile che fai voli pindarici perché quando ti svegli, tutte le mattine, la vita è cosa diversa. Insomma, tieni la testa tra le nuvole e i piedi per terra.

C.N. Quindi che senso ha sognare?

Ivan. Sognare è il motivo per cui continuiamo a stare svegli.

“Sarà solo sognare che ci terrà svegli.”

C.N. Veramente credi che tutti quanti possano essere poeti?  O è solo un’illusione e cui ci ancoriamo per trovare un senso al nostro stare su questa terra?

Ivan. Sì, credo che chiunque abbia da dire qualcosa, la differenza è se quello che ti sta intorno ti permette di aprire la bocca. Non parlo di persone speciali che fanno specialità nella loro vita. Qualsiasi essere umano, pur nella sua semplicità, nella sua rozzezza o nella sua, invece, superlatività ha sicuramente qualcosa da dire e quando lo fa onestamente, lo fa in una forma in un certo senso poetica.

Quando  dico che tutti sono poeti, intendo che la poesia è uno strumento di espressione  alla portata di tutti. Certo, esiste il poeta di professione, il poeta sapiente ed esperto. Io credo che ogni spirito umano, ogni uomo, abbia in sé una qualità invisibile, irripetibile e potenzialmente unica. Da quel poco che ho studiato nella storia del mondo (vabbè, la storia del mondo andrebbe totalmente riscritta N.d.N.), non sono stati uomini eccelsi a fare cose straordinarie, ma uomini comuni in situazioni straordinarie, semmai.

C.N. E tu cosa intendi per eccelso?

Ivan. Non è la persona che reputo straordinaria, ma le sue pratiche e il percorso individuale che intraprende. Personalmente mi ritengo una persona mediocre (se in medio stat virtus, stare nel mezzo, tra la caduta e la presenza, significa esattamente essere in equilibrio N.d.N.),

“E’ sull’orlo del precipizio che l’equilibrio è massimo”

non è che ho grandi capacità. Noi,  qui all’associazione,  facciamo un percorso portando avanti alcuni principi del nostro essere straordinari, ma non ho il naso più lungo degli altri o salto più alto degli altri. L’eccellenza non è neanche una questione di diventare ricco o famoso. È una questione di essere al centro del proprio mondo e in quel centro del mondo, aver fatto tutto il possibile per essere quello che si vuole, felici.

C.N. Avere successo non significa necessariamente avere qualcosa da dire. Sono molto critica e polemica verso il mondo dell’arte, perché noto troppa discrepanza tra i successi ottenuti e le effettive competenze. (e non buttiamola lì sempre sul discorso invidia, eh? N.d.N.)

Ivan. Non voglio parlarti di mondo dell’arte perché non mi appartiene, è un mondo che noi attraversiamo, ci abbiamo lavorato, sarei mendace se ti dicessi una cosa diversa. Comunque le gallerie, al giorno d’oggi, sono un tunnel senza uscita, quindi questo è il mio parere.

C.N. Cos’è ArtKademy?

Ivan. ArtKademy è un’impresa, un’associazione che gestisce uno spazio culturale, un’officina nel cuore di Milano. È un laboratorio permanente di sperimentazione sociale e culturale applicato alla formazione, alla comunicazione, al terzo settore e alla produzione di arte giovane. Ha me come presidente, il mio migliore amico come vice, un fondo di investimenti che crede in noi, un immobile, ma soprattutto ha avuto la sensibilità di allocare e distribuire spazi di lavoro pressoché gratuitamente, quindi ospitiamo tutta una serie di artisti ed esponenti culturali. Non è che lavorano direttamente per noi, ma sono risorse dell’associazione e attraverso queste, noi cerchiamo di fare di questo luogo un’officina, cioè un luogo dove quando tu arrivi hai la possibilità e la capacità di cogliere la complessità del fare culturale, sia in termini di competenze che in termini di visioni e diversità.

C.N. Quindi che cosa vuol dire avere una passione?

Ivan. Avere una passione credo voglia dire avere fame, come quello che dicevano i greci utpoia, οὐ-τόπος, una tensione a un obbiettivo (questo dunque il significato del fare cultura, dello smuovere la comunità dalle radici, dal suo cuore pulsante, dove appunto ha sede l’associazione di Ivan N.d.N.). La passione per la cristianità è connotata di massima sofferenza e anche di massima spiritualità. Cristo è passionevole, quando sale verso la Croce ed è uno dei momenti più forti, di maggiore elevazione spirituale e corporea. La passione è un pochino come il respiro per i polmoni, cioè una cosa che ti tiene vivo rispetto alla quotidianità. È indispensabile per lo spirito, ma non è dispensabile. E’ una cosa che non si può insegnare o contagiare. Però si può anche vivere senza passione, anzi credo che la vittoria di alcuni ambienti che del controllo sociale fanno la loro finalità, sia proprio quello di rendere molto meno appassionati i più.

Nonostante a un certo punto abbia cominciato a sentirmi il Gigi Marzullo in gonnella della situazione (effettivamente sentire nelle mie stesse orecchie il suono delle domande ha avuto un impatto emotivo diverso dal vederle per iscritto su uno schermo bianco), ho continuato a fargli domande talmente strane che avrà pensato – legatela e gettatela in un fosso – :

C.N. Scrivi:

 “Più si vive meno si scrive.”

(estrapolata dalla sua pagina) L’urgenza di scrivere ha a che fare con l’essere fuori dal mondo? Il silenzio è il suono della vita?

Ivan. Guarda, Alda Merini diceva che la notte è amica dei poeti. Io credo che quella frase in particolare… premessa, io do un bassissimo valore alle cose che stanno sul web, tant’è vero che ho una pagina in cui scrivo molto poco. Per me quello che scrivo è quello che sta in strada, le cose importanti sicuramente non le faccio passare da facciaculo (noto social network, proprietà di Mark Zuckerberg, N.d.N.).

Vuol dire che ogni cosa ha bisogno di un tempo e del suo tempo. Poi io ho un difetto: tendo a investire quote di tempo-lavoro, a fare tante cose contemporaneamente, relegando quelle che più avrebbero bisogno di riflessione e di tempo e di dedizione all’ultimo degli ultimi spazi disponibili di una giornata o di una nottata.

Vuol dire che nella vita o fai uno o fai l’altro, o fai l’amore o corteggi. La vita è una coperta, le passioni nella vita hanno anche una certa misura in quanto coperta, quindi, insomma questa coperta non è che si può stressare oltre quello che la sarta te l’ha fatta nella vita. A vivere troppo, a correre troppo dietro la propria vita ci si ferma poco a riflettere, a riflettere molto si tende poi a non vivere più.

Ve lo confido segretamente, ho perso il soggetto trecento volte, non così come ve l’ho scritta io, eh. Ho trovato verbi volanti, erranti, riluttanti, accomodanti, sognanti. Questo fatto è affascinante, mistico, dal sapore magico al contempo. Un mare di parole, anzi un fiume in piena e il naufragar m’è dolce. Ma non si può essere naufraghi in un corso d’acqua o in una pozza e pazza raccolgo i pezzi di legno giusti per costruirmi una zattera e risalire a riva.

Trascrivo le parole, ne traccio il senso. Forse Ivan, come me, è più bravo a scrivere che a parlare.

C.N. La religione è una passione o un comanda-mente?

Ivan. Allora, la religione storicizzata è un sistema di oppressione delle popolazioni, come lo sono stati i grandi totalitarismi, al di là del colore, ma soprattutto ovviamente destrorsi che hanno attraversato la storia. La religione strutturata e storica io credo sia un sistema di credenze con la scusa di indirizzare  e placare quella che è una fame di andare oltre se stessi. In verità, tu puoi delegare questa credenza a un Dio o a una squadra di calcio, allo stato, alla poesia, all’arte, alle donne e via così, tanto è vero che Dante verso Beatrice ha una forma di religiosità molto forte, una forma d’amore. L’amore è una forma di religione.

Beh tante parole, ragazze eh, ma quelle giuste arrivano dritto all’obbiettivo.

C.N. Quello che mi affascina molto del tuo lavoro è il potere che dai alle parole. Il linguaggio può diventare, invece che ponte, un grande ostacolo fra le persone. In che  modo tu riesci a trasformare il linguaggio in un ponte? E anzi, la strada diventa un ponte?

Ivan. Ti ringrazio di dare a me questo ruolo di ponte, in realtà il linguaggio è uno strumento ontologicamente correlante, interdipendente, per cui viene prodotto tanto da chi la produce quanto da chi l’ascolta. Poi la parola è uno strumento e poiché è uno strumento che ha potenza, per questo suo valore, riesce a diventare un ponte: si può costruire e anche metterci una bomba in mezzo e farlo crollare. È così che le parole diventano o strumento di separazione o esse stesse manifestazione di separazione. Basta guardare il concetto espresso dalla parola razza, per esempio.

Il politically correct, ad esempio, trovo che sia un grandissimo strumento di separazione, perché la dialettica di Hegel ci insegna che la trasmutazione procede da opposti, conflitti e contrasti. Senza confronto e senza dialettica non si può andare avanti, non ci si può evolvere.

Quindi che cosa sono il linguaggio, la parola, la comunicazione? Lo domando a voi.

Frasi o semplici parole, quelle di Ivan, che occupano tutto lo spazio visivo, trasformandosi in immagine e sottolineando quanto stretto fosse inizialmente il rapporto tra immagine e scrittura; quanto, col passare del tempo e con l’affinamento delle tecnica, questo rapporto sia diventato totalmente arbitrario.

Il potere delle sue parole, infatti, è tale che spesso non c’è alcun bisogno di aggiungere nuovi valori con un’immagine.

Il codice verbale e il codice visivo non servono l’uno alla chiarificazione dell’altro. Ognuno si esprime da sé, ognuno si cura di sé. La diversità è l’unica cosa che li rende uguali.

Le parole devono essere considerate esse stesse impronte, tracce visuali di un’idea. E in quanto traccia, saranno suscettibili di corruzione, di variazione e, infine, di distruzione.

“Make Words Not Wars.”

Non essendoci più alcun rimando a nessuna condizione di corrispondenza tra segno grafico e realtà, il pregiudizio ha potuto insinuarsi nelle nostre teste e fare delle parole una ragnatela da cui è impossibile fuggire, senza uccidere il ragno che l’ha progettata.

Messi di fronte all’ambiguità di una parola di uso comune, quale significato scegliere? E l’ambivalenza di questo significato è necessariamente spiazzante e negativa? Il linguaggio nasconde o rivela la realtà?

“Spero sia un abbaglio tutta questa oscurità.”

Sia la nasconde e sia la rivela. La nasconde, quando le nostre capacità non sono in grado di afferrare, cogliere l’essenza prima della parola scelta. Quando, invece, questa cosa avviene, la molteplicità e spesso la contraddizione proprie della parola non vengono intese come separate, nette, statiche e distinte, diverse e assolute, ma come dispiegamento ed espansione di una sola ed unica verità. L’ambiguità e la molteplicità vengono vissute positivamente, poiché accettate come passaggio e mutamento continuo di una condizione.

L’ontologia della parola. La parola si identifica nell’essere. Essere e linguaggio. Essere è linguaggio. Essere il linguaggio.

“La poesia è trovare una parola.”

Più che un’utopia, io, il mondo di Ivan, lo definisco un’eutopia.

Bambino seienne. “E’ lui, Ivan?”

C.N. “Sì.”

Bambino seienne. “E scrive sui muri?”

C.N. “Sì.”

Bambino seienne. “E perché?”

C.N. “Perché così ha più spazio.”

 (N.d.N. = Nota di Nina)

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