Dalì: io non sono pazzo

“Come quella volta nel ’39, quando fece a pezzi la vetrina di Bonwitt Teller.

Le cose andarono così: il grande magazzino aveva commissionato all’artista l’allestimento di due vetrine, con i soggetti del Giorno e della Notte alla maniera surrealista, allora tanto in voga nella capitale francese.

L’artista aveva idee precise per il lavoro da fare:

-Ho sempre detestato quei manichini moderni, orribili creature immangiabili, con quei nasetti all’insù. Volevo della carne artificiale, anacronistica, quella delle macabre bambolone del Novecento, con lunghi capelli femminili, veri- .

Accadde che, alla vigilia dell’apertura, quando mancavano poche ore al grande evento dell’inaugurazione della vetrina ispirata al Surrealismo, il responsabile del magazzino vide uno spettacolo a dir poco insolito.

Nella parte Notte , un manichino su un letto di carboni ardenti, sotto un lenzuolo di seta nera bruciacchiato. Accanto, una testa di bufalo imbalsamata e ingioiellata. Nella parte Giorno una vasca da bagno rivestita di pelle di pecora, dalla quale emergevano tre braccia in cera che reggevano specchi. In alto, un manichino pieno di polvere e di ragnatele, vestito di piume. Qua e là, galleggiavano narcisi.

Poco prima dell’inaugurazione, la direzione del magazzino fece rimuovere l’apparato scenografico e sostituì l’opera daliniana con manichini più tradizionali.

Quando Dalì andò a vedere l’esito dell’allestimento, tentò di scagliarsi contro la vetrata, ma Gala lo trattenne, suggerendogli di parlare con la direzione. I responsabili spiegarono che la vetrina era stata modificata perché aveva attirato troppa folla. Il pittore passò ai provvedimenti drastici,

-Rovesciai la vasca di pelle di pecora per alleggerirla, ma questa finì contro la vetrata e l’infranse-.

In realtà, come riportarono alcuni giornalisti, entrò e fece a pezzi manichini e vetrina, distruggendo un’intera ala del magazzino.

Un poliziotto lo raggiunse in strada e lo condusse in prigione, dove rimase per qualche ora.[…]

Dalì rifiutò di pagare la cauzione e volle rimanere in cella, sostenendo che la sua era stata un’azione giusta e che voleva spiegarlo al mondo intero. Alla fine, il giudice lo liberò incolpandolo di “condotta generatrice di disordini pubblici” e condannandolo al risarcimento del danno.

L’evento ebbe straordinaria risonanza sulla stampa internazionale, ormai avvezza a presentare le sue stranezze come altrettante performance artistiche.[…]

La vetrina in pezzi, le dichiarazioni provocatorie, le esibizioni eccentriche: fino a che punto queste performances cessavano di essere trasgressione spontanea e cominciavano a divenire escamotage pubblicitario?”

“Nulla può l’estetica sull’arte.”

                                                                                                      K. Fielder, Aforismi sull’arte,Tea Arte, Milano, 1994

Tratto da M. Fasanotti / R. Scorranese, Io non sono pazzo, Il Saggiatore, Milano, 2004.

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