I Pastis, la Voce e la Luce

Pastis, Saverio e Marco Lanza, sentono la vita con tutti i sensi.

Il particolare impianto stilistico, la poetica adottata fa volare la mia mente a cose grandi, a discorsi importanti, a pensieri stupendi.

Non posso fare a meno di collegare tutto il loro lavoro ad un unico e solo concetto: il Big Bang e la vibrazione primordiale generatrice di vita nel Cosmo.

Immancabile è, ancora, il rimando a quelle teorie secondo cui tutto l’universo e le radiazioni planetarie reggono su sinfonie astrali, armoniche note celesti che dirigono il ritmo sacro dell’esistenza.

La musica, i Pastis la reinventano dal quotidiano, al di fuori del pentagramma. La estraggono dalle voci delle strade, in barba alle scale.

Perchè l’uomo, oscuro intervallo mancante, si comporta come una corda pizzicata: vibra in accordo col musicista che l’ha toccata, amplificata dalla propria personale cassa armonica.

Tutto mi sembra partire dalle percussioni, dalla base ritmica.Nella musica così come nella vita.

Tutto parte dal basso e poi va su.

Il loro lavoro parte da un attento e silenzioso ascolto della vita.

Con quest’ultima costruiscono un’orchestra di voci, note, spirito, eros, corpo, pathos, immaginazione e pensiero.

Questa creazione prende il nome di ouput ovvero short videos in cui immagini e suoni si susseguono, si inseguono, si sostituiscono e si uniscono in un matrimonio magico e affascinante.

La voce resta lo strumento musicale per eccellenza di cui Dio (oggi mi piace chiamarlo così) ha fornito l’uomo per risuonare la Sua meravigliosa creazione.

Un progetto, quello  dei Pastis, a metà tra making of, che definiscono fotoconcerto, ed elaborazione originale finita.

Non un’opera didascalica, che parli cioè della vita, ma un’opera che dalla sua stessa struttura,  mostri il mondo.

C.N. La vita è dentro la musica o la musica è dentro la vita? (un po’ Gigi Marzullo, lo so).
E’ la vita che suggerisce all’arte o il contrario?

PASTIS A queste due domande si può rispondere in maniera uguale. E cioè quello che credo è che la riposta stia nel mezzo, nell’equilibrio tra le due cose. So che metterei in crisi Gigi Marzullo. Ma la vedo così.

Senza vita non c’è né arte né musica. Senza musica e senza arte la vita sarebbe disumana.

C.N. I protagonisti dei vostri video sono attori o si trovano casualmente sulla traiettoria del vostro o(b)biettivo?

PASTIS Non usiamo attori. O perlomeno attori consapevoli.

C.N. Qual è la logica con cui abbinate le immagini alla musica?

PASTIS Le immagini, in Pastis, sono la musica. E dunque, non abbiamo scelta.

Vedi ciò che senti e senti ciò che vedi.

Quando questo non avviene, e cioè quando  immagini e musica si scollano tra di loro, la logica dell’abbinamento è puramente estetica, prima che concettuale.

C.N. Raccontatemi del vostro logo.

PASTIS Due cromosomi che ballano.

Siamo fratelli e dunque il cromosoma in qualche modo sancisce il carattere biologico di questa unione artistica.

C.N. Com’è nato questo progetto e perché?

PASTIS E’ nato dieci anni fa perché ci siamo accorti che, nei nostri rispettivi campi, stavamo applicando le stesse modalità espressive agli stessi contenuti. 

C.N. Come nasce tecnicamente un vostro output?

PASTIS Dopo molte ore di assemblaggio audio e video e, naturalmente, solo nel caso in cui da questo assemblaggio sia nata una musica che leghi il tutto. 

E’ un lavoro complesso, fatto di strumenti musicali, macchine fotografiche, telecamere, studi di registrazione, missaggi, tagli e ripensamenti.

C.N. Marco, solo entrando nel tuo sito personale e dopo essermi persa tra i meravigliosi scatti dei Depositi ( e tutti gli altri), ho capito che posto era quello ritratto nel video “San Salvi”.

Un luogo dove la memoria riposa nell’attesa di essere spolverata e rimessa a nuova luce. La luce. Che potere credi che abbia, da un punto di vista non solo visivo, ma anche emotivo? Qual è il rapporto tra luce e materia, nell’arte e pure nella vita? L’arte che simula la vita è sicuramente una tua immagine.

PASTIS Nel lavoro dei Depositi ho cercato di amplificare ciò che le opere e gli oggetti erano ancora in grado di raccontare, della loro vita passata, del loro stato di sospensione, di attesa. In questo lavoro la luce ha avuto un ruolo da protagonista; si tratta generalmente di ambienti dove la luce arriva con fatica, aiutata da qualche neon o poco più.

Ho voluto mantenere quelle caratteristiche senza aggiungere altre luci, basandomi sulla possibilità che il mezzo fotografico ha di raccogliere la luce attraverso lunghe esposizioni, andando così a descrivere il colore – che l’occhio non riesce ad evidenziare proprio per la mancanza di luce – e quindi la materia.

C.N. Saverio, le basi ritmiche estrapolate dai suoni quotidiani credo siano tue. Quale reputi “migliore” tra tutti gli strumenti musicali?

PASTIS Per il nostro linguaggio è la voce nel suo insieme, non solo nel suo utilizzo più tradizionale del termine.

E poi tutto il resto. Tutto quello che ha un suono, può diventare musica. 

Ma questo ormai è un concetto assimilato da decine e decine di anni, per fortuna.

C.N. La vostra arte si muove tra videoartefotoconcerto e performance. Mi piace questo essere multidisciplinari, da non amante delle categorie, perché dimostrate che l’arte è una come una è la vita e che può essere percorsa da tanti momenti e sentimenti.

Cosa volete che resti di voi al pubblico? Quale “traccia” vorreste che lasciasse?

PASTIS Siamo fortemente attratti dalla ricchezza della normalità, della quotidianità.

Lo scorrere della vita genera un’infinità di azioni che noi non prendiamo in considerazione, perché strumenti e non obiettivi del nostro vivere, tutto polarizzato verso soldi, successo e felicità. Spesso invece sono queste azioni “di servizio”, che poi sono la vita, i veri tesori. 

Ecco: la traccia da lasciare è il suggerimento a cogliere questi dettagli e non lasciarli perduti per sempre. 

Come direbbe Mogol, io vorrei “imbalsamare ogni più piccola emozione“.

C.N. Parlare è vivere cantando?

PASTIS La relazione tra il parlare, il recitare e il cantare è una questione che già i greci affrontarono.

Il ditirambo, già univa musicalità e dramma. Poi la Camerata de’ Bardi che, più di mille anni dopo, inseguendo i greci, inventò il melodramma attraverso il recitar cantando. Poi il novecento, in cui il parlato diventa oggetto musicale. In seguito, pochi anni fa l’arrivo del rap.

Oggi infine c’è PASTIS.

 

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