Francesco Romoli: l’umano post-umano

Ho trovato subito qualcosa che parla proprio direttamente al mio subconscio

nelle immagini che l’artista di cui sto per raccontavi crea.

Francesco Romoli parla dell’uomo, di un uomo scomposto, frantumato e assemblato, geneticamente modificato, rotto in pezzettini e riappiccicato con pseudo-biotecnologie futuristiche. Presenza e coscienza separate da un invisibile foglio di plexiglass, percorso da un’arruginita anima di metallo. Arrangiato con apparecchi tecno-arcaici rielaborati in chiave post-umana.

E sì, lo ammetto, sono  una fanatica dello steampunk, del gotico dal fondo un tantino dark, del passato avveniristico.

Dark come oscuro è il sogno o meglio l’onirico dove la solitudine e l’alienazione giacciono sul dormiente nella loro massima espressione. Luogo sospeso in cui, anche se tutto appare sconclusionato e privo di coordinate razionali, è in realtà sorretto dal ragionamento  e dalla progressione matematica. Come una successione aritmetica, i sogni si generano l’uno dall’altro, si partoriscono tra immagini e voci sconosciute e inspiegabilmente familiari.

I numeri, d’altronde, ci insegnano antiche Conoscenze, sono alla base di Tutto, dalla riproduzione animale, all’arte fino all’Universo intero. Nulla è affidato al Caos.

E questa è la creatività: non anarchia, assenza di regole, come troppo spesso si tende a credere. L’artista lo definiscono pazzo, perché rifiuta la regola. E invece no, cari amici, imparate a sapere che l’artista è una personalità malinconica e tra i diversi tipi di personalità quella malinconica è quella che più tende al maniacale, all’ordine, alla paranoia che tende infinitamente all’irraggiungibile perfezione.

Una serie di lavori di Francesco, si chiama proprio “Dark City”. In questa, “The rocking horse” alla Kubrick mi ha letteralmente ingurgitato in una vertigine vorticosa, immersa in fobie, assilli, paure, ossessioni e, sì, anche circondata della luce malata dell’inverno, fuori.

 Tutto al limite del bicromatismo, tranne il rocking horse, quello no, è colorato. L’unico caldo ricordo.

Ancora, “A Christmas tale” mi ha ricondotto con un sottilissimo filo rosso  a “Bidibi Bodibi Boo” di Maurizio Cattelan.

N.C. Che rapporto hai con gli artisti contemporanei?

F.R. Seguo alcuni fotografi che mi piacciono molto, ma è sempre un rapporto virtuale. Non considero molto la scena. Provengo da un ambiente molto diverso come formazione e non riesco a integrarmi.

C.N. Qual è il tuo ambiente formativo, allora?

F.R. Ho studiato matematica e informatica. Di solito informatica la fanno i nerd un po’ sfigati. Ad esempio, la filosofia analitica si basa fortemente sulla logica.

C.N. Quindi, come è avvenuto il passaggio dalla logica alla creatività? (non che le due cose  necessariamente si escludano).

F.R. No infatti. Beh, in realtà ho anche studiato musica (suono la chitarra), e qui, come non mai, i rapporti matematici e la creatività sono legati assieme. La creatività non credo si espliciti solo attraverso l’arte. Ho sempre adottato soluzioni creative, anche in campi molto diversi. Poi per caso ho comprato una reflex e ancora più per caso ho cominciato a usare photoshop.

C.N. Forse è per questo che possiedi un certo rigore geometrico nella predisposizione della scena che rappresenti?

F.R. Può darsi, oltre a qualche studio sulla composizione e percezione visiva. C’è poco da fare, ci sono combinazioni che colpiscono molto più l’occhio di altre. E sembrerebbe essere “scolpito” nel nostro substrato biologico. Poi per carità, una volta imparate le regole è il momento buono per infrangerle.

C.N. La serie “Void” è molto angosciante. Giocando sui contrasti bianco/nero mette davvero in crisi. Dall’archetipo duale della scacchiera si muove tutta l’esistenza. Un’esistenza sempre in bilico tra i due poli, in questo caso cromatici, che viene fuori davvero in modo disastroso.

F.R. Volevo fare qualcosa sul paesaggio, in qualche modo ci sono riuscito, anche se non mi soddisfa granché.

C.N. Sono lavori molto forti, si discostano molto in effetti dal resto del tuo percorso, ma sono ugualmente potenti. Anche se io ho un debole per la serie “Artificial Intelligence” per i motivi di cui sopra.

F.R. Per me è più un discorso tecnico, non mi piace come l’ho realizzata. Il tema invece mi affascina, non escludo di rifarla in modo completamente diverso. Per adesso rimane lì comunque. In “A.I.” viene fuori questo senso di mancanza nonostante la presenza. Il futuro non c’è ancora eppure è fortemente presente (troppo) nelle nostre vite. Si intuisce dalle robotizzazioni, le protesi artificiali che appiccichi a quel che resta dei corpi umani. Il discorso è più ambiguo. L’AI è da sempre un tema dove moralità, scienza e filosofia si accapigliano. E religione pure, ovviamente.

C.N. Cosa ti affascina di più dello scenario post-umano?

F.R. Il fatto che l’uomo perda la sua centralità. La possibilità di creare un essere umano artificiale non è solo un problema scientifico/tecnologico. La domanda difficile è se sarà mai possibile creare la coscienza, quella sensazione di esistere in un punto e in un momento ben precisi, una sensazione che proviamo tutti. Io almeno la provo, non sono sicuro di te però, potresti essere un replicante progettato a puntino.

C.N. O una proiezione. Mi piace in “Pandemonium” il disfacimento dei corpi e la trasformazione in luce finale. Molto esoterica, se non capisco male, quella rosa rossa in chiusura

F.R. Sì, alla matrix, che ha saccheggiato abbondantemente dalla filosofia. In “Pandemonium” c’è tutto un doppio senso. Umani, poi robot, poi nuovamente umani, poi spirito, poi chissà.

C.N. Infine, il cielo che si trasforma in pannello metallico sullo sfondo. Tutto diventa di metallo. Scompare la scacchiera, riappare l’universo. Ci si potrebbe scrivere un libro!

F.R. In sostanza, si tratta di un’interpretazione materialista della vita, fino al colpo di scena finale. Con i cervelli e la luce quasi divina. E’ solo una provocazione, non sono né un prete né un filosofo. – Ride – Non seguo il calcio, a qualcosa dovrò pure pensare!

C.N. Come la vedi, la famiglia del futuro, allora?

F.R. Non ne ho idea. Spero sia meno sola di come mi sembra adesso. Come diceva Fox Mulder…”c’è qualcos’altro la fuori” ?

C.N. In “Postcards from the future” rappresenti un futuro che in realtà sembra un passato?

F.R. In puro stile steampunk direi! I cambiamenti spaventano, è normale, ma sono la vita. Non possiamo laccare gli eventi.

Qualcuno ha detto che siamo nani sulle spalle dei giganti. Che il passato è il trampolino di lancio per il futuro.

Però, in questo fantasmagorico viaggio interspaziale, dimentichiamo che siamo. Qui e ora.

E’ vero, gli occhi sono due: uno scorge cosa c’è avanti, l’altro indugia su ciò che è avvenuto.

Il cuore, invece, è uno. E ci sarà un motivo.

 

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