La Fantasia è Realtà – quinta e ultima parte

(leggi precedente)

La realtà riflessa

“Ti dirò tutte le mie idee sulla Casa dello Specchio. Anzitutto, c’è la stanza che puoi vedere attraverso il vetro… è esattamente uguale al nostro salotto, solo che le cose vanno nel senso contrario. Riesco a vederla tutta quando monto sulla sedia, tutta tranne il pezzetto proprio dietro il caminetto. Oh, vorrei tanto poter vedere quel pezzetto. Muoio dalla voglia di sapere se accedono il fuoco d’inverno.

[…]

Come sarebbe bello, se solo potessimo entrare nella Casa dello Specchio! Sono sicura che là dentro ci sono delle cose, oh!, bellissime […] facciamo finta che lo specchio sia diventato morbido come un tulle, in modo che possiamo passarci […] Mentre diceva questo, era già sulla mensola del camino e il vetro stava davvero incominciando a sciogliersi, proprio come una luminosa nebbia d’argento.” 

                                                                                          Lewis Carroll, Attraverso lo Spechio

Lo scrittore inglese Carroll, affascinato dal mondo incredibile dell’infanzia, narra prima le avventure di Alice nel mondo delle meraviglie, dove esiste solo l’assurdità (badate bene, assurdità secondo i nostri schemi di ragionamento!), in seguito, le fa intraprendere un altro magico viaggio attraverso lo Specchio, dove la realtà è identica a quella che ci sta intorno, però è esattamente ribaltata. Una differenza solo apparentemente irrilevante.

Se tutto è al contrario, allora tutto quello che è non è e tutto quello che non è, è. E ancora, tutto ciò che è possibile sarà impossibile, mentre tutto ciò che ci sembra impossibile sarà possibile. Un inizio davvero interessante, no?

La fantasia è come un grande specchio che, riflettendo (sul)la realtà, la capovolge, la ripete in serie con variazioni impercettibili, la riempie di errori che, ormai l’abbiamo capito, non sono più errori, ma cose giustissime che trovano un senso in quel caos diventato cosmo.

E se tutto è il contrario di tutto, vuol dire che esiste nulla e il nulla è la scoperta più affascinante che si possa fare, perché ci consente di inventare e di essere, in questo modo,  partecipativi nell’atto della creazione.

Lavoriamo sulle immagini

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Las meninas, Diego Velasquez, 1656-1657, Museo del Prado, Madrid

L’artista spagnolo, Diego Velasquez, descrive il momento in cui è impegnato a ritrarre la famiglia reale collocata nella medesima posizione in cui ci troviamo noi spettatori.

Guardando attentamente il quadro, infatti, ritroviamo i personaggi riflessi nello specchio in ultimo piano, sul fondo lontano. E’ come se il pittore si fosse fatto fotografare mentre dipingeva i sovrani in compagnia dell’Infanta Margherita con il suo seguito: la damigella di corte, la dama d’onore, due grotteschi nani, il cane e, più indietro, un guardadamas e un’altra dama di corte.

Velasquez ha piena consapevolezza che è impossibile ridurre lo spazio, definito reale, nelle dimensioni di una tela, per grande che sia. Egli rappresenta su tela l’inafferrabile, l’impossibilità di rappresentare tutto, consapevole che resta sempre qualcosa che non solo non può essere dipinto, ma non deve essere dipinto.

Seppur scrupolosa e ricca di dettagli, l’immagine descrive tutto e il contrario di tutto, inventando una nuova scena originale, in cui l’artista può permettersi il lusso di autoritrarsi nella famiglia reale,  fiero e sicuro, in primo piano davanti alla tela, relegando la coppia di sovrani nello specchio. Egli allude così all’assurda idea, diventata logica nello specchio, che la realtà sia fantastica e la fantasia reale.

  • Sapreste fare degli esempi, tra gli artisti che conoscete, di realtà riflessa?
  • Contate i piani spaziali in cui si collocano le figure. Che tipo di prospettiva, secondo voi, organizza gli elementi compositivi del dipinto? Dove si colloca il punto di fuga? C’è una qualche motivazione, a vostro parere? E, se c’è, qual è?

La realtà immaginata

“A quali di questi due fini è conformata la’rte pittorica? A imitare ciò che è così com’è o a imitare ciò che appare come appare? E’ essa imitazione di verità o apparenza?

[…] allora, l’arte imitativa è lungi dal vero e, come sembra, esegue ogni cosa per il fatto di cogliere una piccola parte che è già copia.”

                                                                                           Platone, La Repubblica, Libro X

Platone, filosofo dell’antica Grecia, era un uomo alla costante ricerca della verità, della giusta via che conduca al mondo vero. Si interroga sul fine dell’arte.

Già allora, comunque molto prima di Magritte, ci si poneva il problema sul ruolo che questa affascinante attività svolgesse all’interno della comunità e anche all’interno del mondo personale di ogni singolo individuo.

Dopo aver percorso insieme i sentieri che dal così detto mondo dei sensi ci portano al mondo della fantasia, dovremmo possedere tutte le informazioni necessarie per rispondere energicamente a Platone.

Le esperienze umane e le emozioni, insieme alle percezioni relative ai cinque sensi, devono concretizzarsi in immagini e diventare mondi a sé stanti e autosufficienti.

Se facciamo attenzione, noteremo che le opere dei grandi Maestri della Storia, evocano uno stato d’animo nel quale la percezione sensoriale diviene anche sentimentale e in cui si innesca un parallelismo tra i sensi fisici e quelli spirituali.

L’introspezione, dunque, rappresenta il primo passo di un continuo avvicinarsi al mondo esteriore ed esterno, solo apparentemente. Essa è il nutrimento che permette a ogni uomo dotato di una particolare sensibilità di dare vita a un’arte che non crei solo un senso di sollievo e di distacco dal mondo, ma anche di libertà.

“Chi dipinge, ma anche chi guarda, deve saper sognare e trovare in se stesso qualcosa che nel quadro non c’è ma che il quadro ha suggerito.”

                               Zoran Music, Dialogo con l’autoritratto, IX La pittura come traccia

Se la bellezza sta negli occhi di chi guarda, allora vuol dire che quegli occhi devono possederla: visto che non si trova fuori, dobbiamo cercarla dentro.

Quindi, non abbiamo bisogno solo degli occhi fisici per vedere, ma abbiamo assolutamente bisogno di allenare anche il nostro occhio interiore a sentire e ad andare sempre oltre quell’apparente fenomeno chiamato realtà.

Dotati di una sensibilità maggiore, non proprio simile a quella di tutti gli altri uomini, gli artisti indagano oltre ogni scoperta, curiose anime eclettiche, quali credetemi, anche voi siete. Essi posseggono interiormente il senso del dovere morale verso la bellezza.

L’ho più volte detto: l’arte tradisce l’incapacità umana di conoscere, possedere e spiegare l’assoluto, l’infinito, Dio. Rappresenta, in schellingiana memoria, il desiderio di riunificarsi con Esso. In quest’ottica, Dio è in tutta l’Arte e l’Arte è la dimensione più vicina al silenzio, unica condizione in cui è possibile sentire la bellezza, slegata dalla forma.

rothko rosso bianco e bruno
Rothko, Rosso, bianco e bruno, 1957, Kunstmuseum, Basilea

“In the shadow of the temple, my friend, I saw a blind man sitting aloone. And my friend said: Behold the wisest man of the land!

Then I left my friend and approached the blind man and greeted him. An we conversed.

After a while, I said: Forgive my question, but since when hast thiu be blind?

From my birth! – he answered.

Said I: And what path of wisdom followeswt thou?

Said he:I am an astronomer.

Then he placed his hand upon his breast saying: I watch all these suns and moons and stars.”

                                                                                              Kahil Gibran, The astronomer

 

Ora tocca a voi

Riflettete su quanto detto finora. Se pensate che questo sia stato un viaggio affascinante e sorprendente, prendete carta e penna, matita e colori, quello che preferite, e fermate nella materia d’arte la vostra fantasia.

E’ giunta l’ora di creare la nostra realtà.

“La fantasia è libera.”

                                                                                                              Bruno Munari, Fantasia

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