Francesco De Napoli: Venus as a boy

Bastano davvero due occhi per vedere?

A volte, penso, che gli occhi servano soltanto a creare più confusione di quanta già non ce ne sia dentro e intorno a noi. Che molto spesso si vedono meglio le cose che non si vedono di quelle che si vedono.

L’essenziale, diceva uno, è invisibile agli occhi.

Non solo è invisibile, aggiungo io, è proprio incompatibile con la natura stessa della vista.

Non ho visto i lavori dell’artista di cui vi parlo oggi o meglio, non ho visto i Suoi lavori, ma solo quelli che ha divulgato lui stesso in rete. Eppure, io Francesco De Napoli l’ho visto. Benissimo.

Come, non sono nella posizione di riuscire a spiegarvelo. Anche se ci provassi, mi prendereste per pazza o non so cos’altro.

Dolce capire che non son più solo, ma che son parte di una immensa vita che generosa risplende intorno a me.

Ci sono delle comprensioni che vanno al di là del ragionamento, al di sopra delle diversità, al di sotto dell’ego e che tutto riuniscono, infine, in un continuo espandersi dell’essere.

Non è questione di magia o mentalismo o stronzate new age.

E’ questione di vita, esperita e non immaginata. Vissuta e non letta sui libri. Sofferta e non alterata da supporti chimici.

Vedere non è un atto sensibile. E’ un atto ultrasensibile, metafisico, neppure spiegabile a parole, ché il contatto con l’aria ne arrugginisce il suono.

Non è facile trovare artisti che mantengano ancora la stessa umanità e sensibilità degli esordi. I più si fanno trascinare in un vortice egomaniaco assurdo, vorticoso, vertiginoso, insostenibile.
Anche per chi, poi, cerca di intervistarli.

L’idea che non ci sia qualcosa di costruito nel senso di fittizio è credo vitale per un artista ed è il punto cardine di tutto il Lavoro di Francesco. Anche il suo “ritocco” artistico è molto naturale: non c’è alcuna forzatura ed è tutto rigorosamente semplice e disciplinato, severo e dolce al contempo.

E’ questo, infine, che distingue il professionista dal dilettante: lasciarsi trasportare anche dal flusso degli eventi, guidati dall’intuizione per poi manipolare il magma instabile delle informazioni e trasformarlo nella vera Opera. Ecco il talento di Francesco.

Mastro Francesco vive l’identità sua e degli altri con molto rispetto,  pare che guardi i corpi nudi come fossero sacri contenitori di qualcosa che non deve essere violato dal voyeurismo contemporaneo che giustifica tutte le porcherie che siamo costretti a guardare.

Avverte un’urgenza assoluta di ripristinare un’educazione estetica ed etica forti, recuperando il senso del sublime.

Solo dalla e-ducazione viene fuori una disciplina interiore potente e superiore alle leggi dell’uomo imposte dall’uomo all’uomo.

Gli imbelletti troppo carichi si sciolgono presto alla luce dei riflettori.

Parlare con Francesco è stato, per me, facilissimo. Mi è capitato solo un’altra volta.

Quindi, vi dico una cosa: per vedere  il sublime non bastano gli occhi. Nemmeno servono.

Tutto  quanto, nella danza ritmica tra gli opposti rende possibile la vita su questa Terra, è al di là del bene e del male e della nostra percezione.

F.D.N. Credersi arrivati è un atteggiamento stupido e poco produttivo.  Per un artista abbandonare la parte umana e umile, che è quella che ha sostenuto gli inizi, è già una sconfitta che precede spesso fasi molto sterili della produzione.

Il dramma non sono solo i soldi, si tratta anche di spendere il proprio tempo per qualcosa per cui valga la pena. Il  mercato dell’arte mi sembra attualmente (almeno in Italia), fatto da persone spesso incompetenti che tentano di realizzare un profitto per qualcosa che non ha una reale sostanza. I galleristi e curatori hanno perso la cosa più preziosa, la curiosità, la voglia di scoprire e di rischiare. Atteggiamento abbastanza tipico, soprattutto qui. Il parallelismo con le case discografiche è forte: si prova a creare cloni di qualcosa che funziona, invece che aprirsi al nuovo. Alla lunga si paga però e il mercato ne è lo specchio. La mia frase tipica è che se Bjork fosse nata in Italia in questo momento farebbe la cameriera in una pizzeria.

I miei lavori di ricerca non sono in rete. Sono abbastanza pudico nel mostre le mie cose. e non ho mai fatto una mostra in vita mia.

La collaborazione con Fabrizio Panza, e di conseguenza con i Quarta Parete e Zoldester, nasce da un incontro soprattutto dal punto di vista umano. Per quanto riguarda l’immagine, il patto alla base era che io avrei realizzato foto e video senza che loro potessero dir nulla. Non c’è mai stato un confronto con loro sull’immagine. Ho imparato che generalmente è molto difficile che un musicista abbia un’idea definita della propria immagine. A quel punto è stato necessario prendere questa decisione per fare un lavoro che sentissi mio ma che si affiancasse alla loro musica. E ha funzionato.

I ragazzi mi odiavano perché io non conoscevo né leggevo i testi dei loro brani.

Per me la musica è armonia e melodia, per cui tutte le immagini e i video non fanno mai riferimento al testo. Altrimenti sarebbe stato tutto didascalico. In  fondo, come dice anche Guccini, noi fruiamo una mole immensa di musica senza conoscere il testo. Di qui l’idea che la musica abbia canali di ascolto non legati al testo.

Quando giravamo, non sapevano nulla del soggetto del video e cosa stessimo facendo. Alla fine, la sintonia è stata così forte che quando si sono sciolti i Quarta Parete, io e Fabrizio abbiamo creato Zoldester, in cui io partecipavo anche agli arrangiamenti e alla produzione artistica del disco e ci affidavamo a musicisti “collaboratori”.

Osservando le mie foto a distanza di anni, mi sono reso conto che parlavano dell’idea del rapporto di coppia che avevo a quel tempo. In realtà io curavo anche la grafica e quindi il booklet, le immagini andrebbero viste in quel contesto. Si riesce ad avere una fruizione migliore.

La freschezza è importante. Credo sia una componente essenziale. Basterebbe leggere cosa dice Tarkovskij a proposito dell’onestà dell’atto creativo.

L’onestà viene facilmente percepita a più livelli, rispetto ad una costruzione che vuole ammiccare al possibile fruitore. Per quando riguarda il mio approccio, parto sempre dalla mia parte istintuale. Una volta raggiunta quella, uso le mie conoscenze sul linguaggio del mezzo per renderla il più efficace possibile senza smorzarla. Il concetto di progettualità sta ammazzando l’arte, si creano cose “carine” senza nessuna sostanza. E il carino ha vita breve.

Rileggiamo la distinzione che fa Kant tra il bello e il sublime. Ecco, l’arte di oggi punta al bello, ma ha completamente perso il concetto di sublime. Il sublime, smuove, impaurisce, ti scuote nel profondo. Tutte cose scomode per la fruizione da fast food odierna.

Ho  sposato il bianco e nero in maniera non aprioristica e lo uso in tutte quelle che sono le sue possibilità. In più sviluppare e stampare mi permette mi mantenere il contatto tra arte e artigianato dell’arte.

Risuona con le mie corde emotive la possibilità di gestione totale dell’immagine (cosa a cui prima potevi arrivare solo se avevi una buona padronanza della camera oscura). Mi ha sempre affascinato.

Alla fine è diventata parte di me in modo assolutamente inconscio.

Spesso si formulano teorie per la predilezione sull’uso del bianco e nero. Io non ne ho una precisa, visto che lo vivo a livello istintuale. Wenders ad esempio lega l’uso del bianco e nero alla realtà e il colore alla finzione. Io posso dirti che adoro l’operazione di sottrazione nella creazione dell’immagine. E il bianco e nero sottrae le informazioni cromatiche e ti costringe a fare i conti con quella che è l’immagine in senso più stretto.

La restituzione di un dato reale in una gamma tonale che va dal bianco al nero è godimento puro. Non è molto descrivibile come tipo di emozione.

Per nulla, quest’estate ho deciso di approcciarmi alla tecnica del collodio umido, tecnica che risale al 1851. E’ ancora più rigorosa e mi fa sentire artigiano più che artista. E questa cosa la adoro.

L’indagine sulla figura umana e l’identità è diventata parte del mio lavoro negli ultimi quattro anni. E’ il progetto più importante e maturo (per me naturalmente) che sto portando avanti.

La vita è incontro di identità. Se non c’è rispetto c’è prevaricazione. E la prevaricazione non ti permette di entrare in contatto profondo con l’altro.

Infatti il mio progetto sull’identità femminile non è mai stato ancora visto da occhio maschile oltre che non essere presente in rete.

Il discorso della “messa a nudo”, è molto complesso. Ho bisogno di rispettare per rispettarmi. Si tratta di protezione, di proteggere, proteggersi.

Il bisogno di esprimermi è molto interiore, non va necessariamente urlato ai quattro venti.

Fare arte è una esigenza intima, personale. Si pensa che l’arte nasca per essere mostrata, ma l’arte dovrebbe nascere come esigenza creativa privata, il resto se viene viene.

Non è detto che chi fa arte debba per forza entrare nel mercato e prostituirsi.

Io per vivere mi sono dedicato all’attività didattica che mi permette di trasmettere la mia idea di fotografia.

Ogni tanto qualche seme attecchirà anche se non ti nascondo che prima o poi una mostra (all’estero) mi andrebbe di farla.

Ma qui, sì è perso il senso di tutto, di quella che una volta era la bottega, dell’atto prezioso che è guardare.

Credo che le persone che fanno il “lavoro sporco” siano sempre nell’ombra.

Ora ho cinquantadue anni e credo di aver raggiunto la giusta maturità. Preferisco fare lo spettatore divertito e vedere gli altri affannarsi.

D’altronde, è solo lavorando per se stessi che si riesce realmente a regalare qualcosa agli altri.

Ritornando all’arte, oggi l’artista lavora per il mercato,  quindi è morto, proprio perché l’atto creativo non è più onesto.

Il problema è che le persone hanno bisogno di potersi sentire qualcuno, di dover discutere su ogni cosa, di dire la loro.

La bellezza è senza parole. Richiede il silenzio.

 

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