E’morto Presta, Evviva Presta!

Part One

Buongiorno, piccoli disarmonici abitanti di Nea. Stamattina il cielo è basso, le nuvole dense, l’aria fritta.

L’odore di pioggia scroscia di lontano, riecheggiano lugubri i versi incommerciabili delle cuccuvasce.

Tutto l’universo obbedisce all’evento del giorno.

Una folla insonne, incredula e sbigottita preme all’ingresso del mio Giardino Pensile. Migliaia e migliaia di persone, giunte da tutti i triangoli rettangoli del Cosmo con la somma degli angoli interni inferiore a 180°, a stento trattenute dall’Ordine delle Forze, attendono di poter salutare Egidio per l’ultima volta.

Come sempre, anche quest’ultima sua performance registra la massima concentrazione di interesse pubblico: ‘na beata minchia.

Sono già trenta i libri fittissimi di firme che raccolgono attestazioni di disprezzo, antisemitismo, odio, rancore e orgoglio gay di amici e parenti.

Qualcuno sgambetta vociante dall’altro capo del giardino :“Ma come si chiama?”

Rispondo io: “E come si chiama? E’ un nome breve e semplice: Egidio Maria Bruno Presta.”

Applausi rindondano massivi, meritato sottofondo di una sì inaccettabile dipartita.

Per domani, le Gilde Interstellari Videomaker in stopmOsho su Basi Ritmiche Senza Senso Riunite hanno deciso la sospensione di qualsiasi tipo di spettacolo: luci spente, sipari chiusi, schermi cinematografici a fuoco, animi incendiari, autocombustioni di impianti elettrici, elettrodomestici che si accendono pur privi di cavo d’alimentazione, domestici irriverenti.

Sono state rese note le ultime volontà di Presta: coi proventi del suo primo e unico cd, sarà realizzata una casa di riposo per pseudo mistici, rubber-ciati Diogeni, doloranti Holmes, lanterninosofi piromani e sufi fusi e stufi.

D’altronde, era ben nota la nauseante filantropia di Presta, nel suo soggiorno terrestre. Ma era quando si trasferiva nella restroom lunare che Egli dava il meglio di sé.

L’amore trasbordante verso i suoi simili si esprimeva in immensi conati di cogito (a volte anche di coito), resi udibili da alcuni segni di inaudita violenza inflitti con reticente recidiva, all’innocente Chiave di Violino.

Sulla quinta retta di Euclide, si accapigliano scapigliati Do e Fa, si abbracciano ripugnandosi Re e Mi, bemolli ribelli, diesis cinesi-s, pause rafferme, crome inferme.

In un file di Lavoro Word, trovato sul pc aperto accanto al corpo di Egidio, che la famiglia ha voluto che rendessi pubblica, si legge: “Mi scuso con tutti coloro che non ho avuto il tempo di ammorbare, ma con tutta la buona volontà, con la Morte non si può proprio ragionare. Prego qualcuno dei miei amici di informare Camelia Nina, con la quale domani alle tre avevo un appuntamento al Caffè de la paix, che forse – ma forse – non potrò esserci. Desidero infine, sperando di fare un’opera buona nei confronti dei meno fortunati, donare il mio pene a qualcuno che ora può averne più bisogno di me. Dopo tutto, un pene di genio, non si dona tutti i giorni.”

Presta il musicista, il Personaggio, l’artista.

Ma chi era veramente Egidio quando le luci dei riflettori calavano su di lui? Quando il machete della solitudine si scagliava sul suo collo? Quando il kalashnikov delle emozioni scoppiava in lui? Quando il suo kamikaze interiore impattava sulla Terra?

In privato, Egidio era Gandalf in Bianco, una personcina modesta, tranquilla, senza ambizioni di successo e prevaricazione, che traeva godimento da buffi sberleffi e bluff smerlettati nei confronti dell’umana candida specie.

Pornografo dentro, e soprattutto fuori, nonché sul pentagramma, Presta ci ha lasciato un enorme buco nell’anima, ma anche allo stomaco.

E’più un senso di vomito imminente che lascia il bolo mezzo digerito a stretto contatto con le papille gustative, incastrato nella faringe in modo corretto da sentire il putrefatto sapore di fradicio che alberga in noi.

Caleidoscopiche danze, tra aspirazioni rockabilly, boogie e musica da camera (da letto), ci trascinano in vorticose piroette. Mentre l’ampia gonna si gonfia d’aria e il sinottico cervello si disidrata, l’osmosi perfetta è celebrata.

Testi intraducibili, titoli impronunciabili, scale impraticabili, “he got us dancing in a figure of eight”.

Una sola domanda si alza sulle nostre teste all’unisono: perché?

Perché in fondo, come diceva Egli stesso quand’era ancora tra noi: “Non importa a quale religione tu appartieni. Un bel culo resta sempre un bel culo.”

Se è vero com’è vero che sono sempre i migliori quelli che se ne vanno, questa volta, possiamo tirare un sospirone di sollievo.

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