Christo: la parabola dell’Ego d’Iseo

Dopo un periodo relativamente lungo, in cui vicende personali si sono intrecciate ad accadimenti social in un rincorrersi furibondo di stati d’animo, sono finalmente riapprodata al mio Giardino Pensile chiamato Nea, diletto giocondo, in cui compiacermi oltremodo della mia temporanea e meritata solitudine.

Da qui, vedo e governo tutto il panorama e, quando voglio e se voglio, mi siedo con qualcuno a conversare di qualcosa.

Ebbene sì, anch’io, questa estate, mi sono ritrovata a fare i conti con l’ultra chiacchierata, la sopravvalutata e sottostimata, l’osannata e disprezzata passerella galleggiante sul Lago d’Iseo, progettata dall’artista bulgaro Christo.

“Floating piers”, il titolo originale, è un tragitto pedonale provvisorio (dal 16 giugno al 3 luglio 2016) lungo quattro chilometri e mezzo e realizzato con oltre settantamila tessuti quadrati di colore giallo-arancione, colore caro ai confezionamenti d’arte del maestro.

Oggi ve ne parlo, non perché, sia chiaro, ci sia andata di persona a metter piede. Figuriamoci!

Sono passati oramai da tempo gli anni in cui saltavo da una stazione all’altra, da un -Bari Centrale- a un -Roma Termini-, da un regionale a un Eurostar (mitologica creatura bifronte su rotaie infuocate) per strappare un guizzo a Monet, strizzare un occhio a Picasso, toccare di nascosto un colore materico di Van Gogh, lasciarmi sopraffare da un Giove Olimpico qualunque.

Chè ormai son troppo pigra, stanca e annoiata dalle cose dell’arte contemporanea, per alzare il culo dalla sedia e spostarmi fisicamente.

Tutto sommato, mi basta un click sul mio mouse wireless e qualche amico sparso in giro per il mondo, per avere le informazioni di cui necessito e scrivere eventualmente due parole sull’arte e i suoi derivati.

Oggi ve ne parlo perché non tanto l’opera, quanto tutto ciò che si è trascinata dietro mi ha impietosamente affascinato.

Ha dimostrato, per l’ennesima volta, quanto l’inter-mezzo mediatico possa decretare la fine o la gloria eterne di un’opera, senza minimamente considerarne l’esperienza.

E ho capito, quindi, che cosa manca all’arte contemporanea e ai suoi fans e compreso perché tutti, o quasi, hanno, almeno una volta nella vita, sentito nominare Giotto, mentre ignorano bellamente Paolo Uccello (eccezion fatta per quei rari momenti in cui lo si confonde giocosamente con la chimerica prominenza pubica oggi di così dubbia esistenza)

All’arte contemporanea manca il fare, manca l’azione.

Essa si è completamente staccata dal lavoro manuale e si è trasformata un pretto ruminamento intellettuale, sbattendo le porte in faccia a chi non possiede le chiavi e mancando il suo fine ultimo che, al contrario, è apertura e riconoscimento reciproco tra opera e spettatore.

E adesso mi rivolgo a te, sì, hai capito bene.

Tu quoque, artista dei miei stivali, hai il dovere di comprendere e gestire, con sfrontata leggerezza, un linguaggio che, in linea teorica, ti permette di giungere dritto al tuo pubblico, indipendentemente dalla classe sociale e/o culturale di appartenenza.

   Sennò, perché dovrei chiamarti artista?

Diciamocelo: l’arte, non ti serve a definire e sbandierare una qualche presunta facoltà mentale tua o della fetta sociale di cui vuoi farti portavoce.

Ne abbiam fin sopra le balze della blusa delle tue odierne terrificanti elucubrazioni pseudo-politiche, pseudo-filosofiche, pseudo-elucubrazioni, in generale.

E dall’altra parte, come biasimarti?, è pur vero che l’arte è come la verità: tutti la possono trovare, ma pochi la raggiungono.

Vi dirò, solo lo sguardo dell’occhio solare, penetrante nel profondo, vede il Sole spirituale che vive e opera dietro i fenomeni.

“Se l’occhio non avesse natura solare, non potremmo ammirare la luce”.

L’artista trasforma l’individuo, gli presta il carattere della genialità, fa una necessità da ciò che è solo un caso, rende divino quel che è terrestre.

Compito dell’artista non è dare all’idea una forma sensibile, ma far trasparire la realtà in una luce ideale. Il -che cosa- è preso dalla realtà, ma non è essenziale; il –come- è proprio della forza creativa del genio, e questo solo conta.

E’ evidente che l’estetica può essere figlia solo dei tempi in cui l’uomo vede nell’attività artistica un alto compito, in cui l’arte è per lui l’alta figlia del Cielo che ha da adempiere una missione divina.

Ad esempio, Aristotele, il grande Aristotele!, rimase del tutto infecondo all’estetica.

Egli non ebbe il concetto dell’arte e non conobbe altro principio se non quello dell’imitazione della natura; non concepì il compito dello spirito umano che crea artisticamente.

E ciò era pressoché ovvio, in un contesto culturale, quello greco, in cui l’uomo trovava risonanza e ogni tipo di soddisfacimento nella natura nella quale era totalmente immerso e di cui era totalmente parte.

 Non occorreva, dunque, superarla o emanciparsi da essa.

L’uomo poteva restare nell’ambito della natura solo fino a quando non aveva coscienza di tutto ciò.

Oggi, noi abbiamo disimparato a vedere nella Natura il sommo apice cui il nostro spirito anela e, quindi, il semplice realismo, che ci offre la nuda realtà di quell’apice, più non ci soddisfa.

Ora, la natura, ci sta di fronte inanimata, spogliata di tutto ciò che la nostra interiorità annuncia come qualcosa di divino.

L’avrete or dunque compreso che per la nascita dell’estetica, era necessaria un’era in cui l’uomo, libero e indipendente dai vincoli della natura, vedesse lo spirito nella sua serena chiarezza, ma, nello stesso tempo, in cui fosse anche di nuovo possibile confluire con la natura.

“Natura! Ne siamo circondati e avviluppati, senza poterne uscire, senza potervi penetrare a fondo. Non invitati e non avvertiti, essa ci prende nel giro della sua danza e ci trascina con sé, fino a che stanchi, non sfuggiamo alla sua stretta.”

Dobbiamo spiare la Natura quando crea.

Se non andiamo incontro all’oggetto (in questo caso d’arte) con spirito ricettivo, esso non ci si rivela.

Senza la facoltà istintiva di percepire le idee, esse ci rimangono sempre un terreno chiuso.

Non nell’individuo, ma solo nel suo superamento troviamo quel che riconosciamo come sommo, che onoriamo come divino, ciò che nella scienza chiamiamo idea.

Come la semplice esperienza non può giungere alla riconciliazione degli opposti perché ha sì la realtà, ma non ha ancora l’idea, così la scienza non può giungere a tale riconciliazione, perché ha sì l’idea, ma non ha più la realtà.

E come si colloca l’arte in questo confronto?

Per la mera osservazione occorrono dei sensi sani, il genio è del tutto superfluo.

Tuttavia, per la trasformazione del finito in infinito, del materiale in divino attraverso l’Opera, il genio è la sola cosa essenziale.

E poiché, come sopra suggerito, il Bello è parvenza sensibile dell’idea, qui risulta ben chiaro che lo scopo dell’arte è lo stesso della scienza, arrivare cioè fino all’idea.

Il dio è divenuto uomo per sollevare l’uomo al dio.

Vi lascio, ora, alle parole di una mia cara amica che ha genuinamente affrontato la sfida del ponte di Christo e si è fatta partecipe di questo discusso e malvoluto matrimonio tra arte e natura.

Ricordate però, prima di salire in passerella, che le leggi secondo cui l’artista produce altro non sono che quelle eterne della natura e che alla base della creazione non sta quel che è, ma quel che potrebbe essere.

“Sì, sono andata sul ponte. E, devo dirlo senza giri troppo lunghi, è stato emozionante.

Nonostante le polemiche e il malcontento, che non mancano mai, a me è piaciuto.

Qualche tempo fa ho calcato lo stesso tratto di lago, ma seduta su un battello.

Il paesaggio lì è veramente incantevole, merita, a prescindere, di essere visitato.

Percorrerlo, però, con le mie gambe, su una superficie che fluttua sull’acqua, mossa dalla forza dell’acqua, beh, è ben altra cosa.

Ne ho sentite tante di opinioni sull’opera.

Devi sapere che qui non c’è molta attenzione verso le cose dell’arte.

Qui si pensa più a concretizzare. A lavorare, a lavorare e a lavorare.

L’arte, purtroppo, è ritenuto un accessorio non indispensabile se non del tutto inutile.

Per quanto mi riguarda non ho un concetto di arte ben definito, non mi piace imprigionalo entro dei limiti.

Tutte le volte che ci ho provato mi sono resa conto che poi, osservando nuove opere che ritenevo geniali, non rientravano nel mio concetto di arte.

Di sicuro è un qualcosa che ti permette di riflettere e/o emozionare.

E il ponte mi ha emozionato!

Esso in sé ha più un sapore architettonico – ingegneristico.

La vera opera d’arte è concettuale: l’aver mosso le masse, fiumi di gente di tutte le età (tantissimi ultra ottantenni) che hanno percorso chilometri per poterci mettere piede, giudicati poi dalla gente come “pecoroni”.

Molti  del luogo non sono stati neanche capaci di immaginare quanto l’opera abbia portato turismo, guadagno e conoscenza di un paesaggio meraviglioso poco conosciuto.

 Senza tralasciare il fatto che ha scatenato la fantasia di tantissimi. E questo, volente o nolente, è un aspetto positivo.

Una miriade di fotomontaggi vari e creatvi, personaggi travestiti da Gesù e sirenette versione curvy.  Tra tutte una, a mio dire geniale (che fa il verso al ponte di Christo), installata in un parco bellissimo di Brescia.

Se un’opera riesce a solleticare la fantasia non può che essere una cosa buona.”

“Le grandi opere d’arte sono prodotte dagli uomini, similmente alle somme opere della natura, secondo leggi vere e naturali. Tutto quanto è arbitrario e illusorio cade: in esse vi è necessità […]”

E niente, amici miei, anche per oggi ho giocato e mi sono divertita, d’altronde l’uomo è del tutto uomo solo quando gioca ed egli gioca soltanto quando è uomo nel pieno significato della parola.

Ma io sono una donna. Quindi non vale.

To be continued…

(Per la stimolante testimonianza ringrazio di vero cuore la mia eterna e paziente Amica Maddalena Mancini. Per i corsivi Gigi D’Alessio, durante una seduta mista di meditazione secondo il metodo Maharishi-Merola)

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14 thoughts on “Christo: la parabola dell’Ego d’Iseo

  1. Ordunque, ho avuto la fatale ventura di essere in quelle zone PRIMA dell’apertura al pubblico. Non avevo quindi la minima idea fosse “opera d’arte”. Il mio pensiero è stato “Ma che cazzo è quella roba? Chissà che mazzetta s’è intascato l’assessore per permettere di deturpare il lago con quel pontile osceno!”. Quello che poi è seguito ha solo peggiorato la mia prima impressione.
    Posso dire una cosa brutta? La gente non sa più cosa sia il bello, è stata (dis)educata a concepirlo come stupore per il nuovo e l’insolito e niente di più

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