Parole in libertà: zang tumb tumb

“Allontanarsi significa tornare.”

                                                                                 Tao te-ching, XXV

Spero che, a quasi un anno dall’apertura di Nea, sia chiara ai miei piccoli lettori una cosa sola, almeno quella. Ché non è così difficile capirla.

Di solito, non amo le spiegazioni. Né darle, né riceverle. Stavolta, però, facciamo un po’ di strada assieme. Mi accompagnate?

Partiamo dal dire che tutto il mio lavoro è assolutamente di natura tautologica.

Non avendo condizione di verità ed essendo, quindi, incondizionatamente vero, dichiara l’insensatezza del dire.

Vi faccio un esempio: se io dico quello che so oppure non lo dico, ma quello che so è pari a quello che non so, allora vuol dire che non dico niente.

La rivelazione è, potete facilmente intuirlo da voi, il disvelamento e la nudità di questa verità che si mostra e si perpetua nel silenzio.

Sulla materia (artistica e divina)

La sperimentazione della materia è l’approccio più immediato, dunque, più facile che abbiamo tutti, eh già, anche voi, col mondo sensibile, da quando nasciamo.

Per andare avanti, dobbiamo sperimentare anche l’assenza della materia, il vuoto, trasformandoci contemporaneamente in particella e onda, per poterci spogliare, cavalieri erranti nel locus amoenus, dall’illusione della materia.

Rimanere fermi in uno di questi stadi significherebbe disarmonizzare l’equilibrio, bruttezza, perdita irreversibile della strada, morire travolti dal caos.

Or dunque, miei cari, si appresta l’ora di fondere entrambe le esperienze e imparare a praticare la coincidenza e l’eufonia degli opposti, attraverso un percorso chiamato Arte.

Ve la dico una cosa, l’arte non deve spiegare. Anzi due, l’artista non deve parlare. Facciamo tre. Entrambi devono mostrarsi essendo.

E poiché non credo nella fissità, nell’immobilità, nell’assenza di movimento, ne deduciamo che tutto è continua metamorfosi.

Gli oggetti inanimati, le persone, gli animali, ogni cosa si influenza ineluttabilmente.

E’ impossibile rimanere nello stesso modo oltre il tempo necessario che serve per cambiare.

Ecco, avere un’idea significa prendersi il tempo per trovarne un’altra.

Proprio perché l’unità rappresenta la coincidenza armonica, dinamica e inseparabile degli opposti, Dio è tutto ciò che non è.

Paradossalmente da sempre immaginato come infinitamente grande, mostra se stesso essendo, particelle infinitamente piccole, misteriosa stabilità euritmica.

Dal punto di vista della logica, Dio è tutto ciò che non è è una contraddizione, è cioè una proposizione logicamente falsa a qualsiasi condizione.

Concludiamo che il problema resta ancora irrisolto, l’enigma insoluto.

Ciò che finisce ti libera, perché ciò che inizia ti imprigiona. E quindi non ho tempo di parlare.

Il no! è la genesi di ogni creazione. E’ la vibrazione della volontà che sta all’origine dell’azione.

Recupero, perciò, quella volontà dalla Terra scura e profonda e la riporto agli inizi, attraverso atti di raffinamento, purificazione, paziente setaccio.

Sull’ontologia del silenzio

Ogni parola è l’onda di una particella. Per essere pronunciata, devono crearsi le condizioni necessarie. In caso contrario, rimane semplicemente connotata da una forte tendenza ad avvenire.

Per capirla, chiaro, non è essenziale dirla.

Nella scrittura musicale la pausa è uno strumento indispensabile per creare una successione armoniosa tra le note che compongono la melodia. Esse scandiscono il ritmo. Senza questi affascinanti intervalli, l’insieme dei suoni risulterebbe solo come un incontenibile caos disarmonico.

Le pause sono le chiavi d’accesso, “sono l’ombra di un sogno”.

La molteplice valenza della parola testimonia quanto il rapporto di rimandi tra segno grafico e significato sia del tutto arbitrario.

Come nel linguaggio, così nell’esistenza non vi è nulla di statico e assoluto.

Poiché, come sempre accade, il significato attribuito alle parole è affidato alla soggettività dell’individuo che la legge o l’ascolta.

L’immobilità è un’illusione. Anche quando siamo fermi, la materia di cui siamo composti si muove nelle sue particelle in direzioni opposte, continuamente, freneticamente alla ricerca di nuove dinamiche di equilibrio.

I miei umori cerebrali e mie stati emotivi si attraggono fortemente e al contempo cercano il proprio campo d’azione.

Il risultato è una vibrante tensione che crea onde stazionarie intorno a me, sulle quali saltano le mie intuizioni nella probabile tendenza a trovarsi ad esistere.

Tornando al linguaggio, la sequenza dei segni grafici è collegata a un’idea soltanto per scelta di una convenzione arbitraria. Non è obbligatorio che esista un a reciproca eco tra significante e significato.

Le file di lettere formano le parole e le parole, alla fine, altro non sono che lunghe file di lettere.

La frase nel suo contenuto gioca con la sua forma. L’impero delle parole è costruito su un accordo indebito.

Che cosa succederebbe se le fondamenta crollassero?

Elenco di sostantivi o intera proposizione? Il linguaggio continua a nascondere la realtà.

Sull’Hpr egizio

L’ambiguità del linguaggio risale alle sue origini, partiamo, perciò, dagli ideogrammi egizi.

E’ stato allora che l’immagine ha cominciato a mutarsi lentamente in impronta grafica.

Il fascino della parola sta nel fatto che da un lato nasconde e dall’altro rivela il mondo, contribuendo alla creazione di altre multiformi realtà, estreme manifestazioni di molteplicità apparente.

Il continuo divenire dimostra che non esistono contemporaneamente verità opposte, ma che una sola verità si trasfigura ininterrottamente attraverso tutti i possibili gradi, per ritornare ad essere se  stessa.

Cambia, insomma, per rimanere sempre uguale.

Le tre lettere, Hpr, nel nostro codice verbale non solo non si ricollegano a nessuna condizione di riferimento, ma anche risultano del tutto impronunciabili.

Hpr è il fonema dell’ideogramma dello scarabeo ed equivale, al tempo stesso, al verbo diventare.

Ecco la nuova realtà che vede nello scarabeo il simbolo della trasformazione.

Nella Nuova Babele passaparola è più simile un insulto: il caos regna sovrano, l’impossibilità della comunicazione si attua quotidianamente.

Sul Chi

L’idea di un Chi costante che passa attraverso successive esperienze è un’illusione.

“Il sé individuale è simile a un’onda sull’acqua nella quale il movimento in s e in giù delle particelle ci fa credere che una parte di essa si muova sulla superficie.

Il Ch’i, secondo la filosofia cinese, è il soffio e l’energia che anima il cosmo. E’ una forma di materia tenue e non percettibile presente in tutto lo spazio e può condensarsi in oggetti materiali solidi. Esso si condensa e si rarefa ritmicamente producendo tutte le forme che, alla fine, si dissolvono nel vuoto.”

Pronunciando a voce alta una parola per tante volte, ci si accorge di quanto questa perda senso se slegata da un comune contesto di significato.

Ci avete mai provato?

Ripetevo oltre venti volte la parola mano. Un gioco che facevo spesso da bambina per comprendere quanto le parole non servano assolutamente a nulla e che se ne potrebbe fare benissimo a meno.

La mano continuerebbe ad esistere ugualmente anche senza una definizione.

Il gioco di parole nel linguaggio comune contrasta col disorientamento, con lo straniamento procurato dalla ripetizione ossessiva di una sola parola.

Il lavoro continua a rimanere provocatorio.

La bellezza intorno alla quale ci accalchiamo e per la quale ci affanniamo altro non è, infine che l’ombra di un sogno, solo l’ombra di quella vera, inattingibile, al momento.

Separiamo, ora, il gusto dal bello e il bello dal piacere e in ultimo, consideriamo il gusto come attributo del contenuto e la forma come attributo del bello.

Smettetela, con questa sciocchezza che la bellezza vera sta dentro!

La bellezza sta nella forma, nell’apparenza, poiché solo ciò che appare e si manifesta, è.

Ché non bisogna scavare per trovarla: quando c’è illumina tutt’intorno e dentro.

L’occhio con cui mi guardi è lo stesso occhio attraverso il quale io ti vedo.”

                                                                                                                                    Al-Hallaj

 

Adorazioe dei magi, Leonardo

 «Ora supponete che un amico vostro dotato di questa facoltà lirica si trovi in una zona di vita intensa (rivoluzione, guerra, naufragio, terremoto ecc.) e venga, immediatamente dopo, a narrarvi le impressioni avute. Sapete che cosa farà istintivamente questo vostro amico lirico e commosso? … Egli comincerà col distruggere brutalmente la sintassi nel parlare. Non perderà tempo a costruire i periodi. S’infischierà della punteggiatura e dell’aggettivazione. Disprezzerà cesellature e sfumature di linguaggio, e in fretta vi getterà affannosamente nei nervi le sue sensazioni visive, auditive, olfattive, secondo la loro corrente incalzante. L’irruenza del vapore-emozione farà saltare il tubo del periodo, le valvole della punteggiatura e i bulloni regolari dell’aggettivazione. Manate di parole essenziali senza alcun ordine convenzionale. Unica preoccupazione del narratore rendere tutte le vibrazioni del suo io». (Parole in libertà di Filippo Tommaso Marinetti in Distruzione della sintassi/Immaginazione senza fili/Parole in libertà)

 

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