Appunti di viaggio

Le luci delle strade illuminano timidamente le case. Nessuna voce. Nessun rumore.

Pare che tutti si siano spenti, all’improvviso, per lasciare alla porta la notte, il buio, tutto ciò che si ignora, perché non si vede.

Ed è ora che ritrovo un foglio in fondo al mio cuore.

Immaginare il grottesco, mettere in scena il bizzarro, muovere lo stravagante per me non è affatto differente dal vivere “sul serio”.

Col tempo, ho capito che tutto deve essere cominciato quando ho aperto gli occhi e, per la prima volta, ho visto.

Nell’ombra, non c’è percezione, non c’è materia, c’è solo il fluire degli stati emotivi. All’ombra, tutto è più semplice. E non ci sono neppure i colori.

Alla luce, invece, ti accorgi della ferita che sanguina e che fa male e che affascina e che cattura nella sua oscura profondità. E la sua contemplazione diventa un’esigenza.

Tutto, alla luce, è più complesso.

Non c’è più tepore, né sé che basta a sé. Si delinea un’esistenza divisa tra coscienza e realtà.

E, come nel teatro, ogni maschera comica si trascina dietro la sua ombra tragica, così, in me, la luce si porta sempre addosso il buio che mi disorienta e mi conturba, allo stesso tempo, perché è l’unico che mi consente di orientarmi nello spazio.

La stessa ombra che nell’utero materno avvolge e riscalda, mi segue fuori doppiando ogni mio movimento, se un fascio di luce m’investe.

L’ombra è ciò che la luce non vede ma che, involontariamente, rivela.

Tradendo il bisogno di riunificarsi.

Ho capito, aprendo gli occhi, che è possibile vivere sognando.

Oblio?

No. Uscire dal Cosmo, per entrare nel pozzo che mi trascina nel suo stomaco tenebroso, appeso tra Cielo e Terra, follia e genio, sfiorato appena dal pallido riflesso della Luna che rischiara e confonde.

Arte e sogno?

Arte è Sogno.

La dimensione dell’anima in cui i sensi si annullano e si fanno più acuti.

Sovversione delle regole?

No. Regole totalmente nuove: tocco senza palpare, osservo senza guardare, vedo cose che gli altri non vedono, sento voci, musiche, suoni che gli altri nemmeno immaginano esistere, catturo pensieri impensabili per poi inciampare nella più semplice banalità, divento pioppo, salgo sui tetti, saluto tutti e, a distanza, riconosco quelli che come me strascicano con sé la scarpetta rossa.

E’ il moto dell’anima, l’Arte, che accetta solo un’unica attitudine: sentire.

Per sentire, però, c’è bisogno di silenzio, come silenzioso è il pozzo, mio paesaggio interiore, dove penso addirittura di poterlo catturare, quell’avido e strafottente satellite e chiedergli: perché?

La risposta è sempre la stessa che ha illuso e deluso tutti quelli che prima di me hanno camminato lungo il confine.

Ed è allora che la mente si apre e quella voce diventa anche la mia: la voce della Luna.

Mi torna, così, tutto alla memoria, limpido e cristallino. Come se non li avessi mai dimenticati, quei giorni, come se non fosse passato tutto questo tempo, come se fossi ancora là, con gli occhi puliti di chi si affaccia per la prima volta alla finestra del mondo e non riesce ad abbracciare con lo sguardo ingenuo e timido tutto lo scenario che gli si rivela intorno.

E’ a quei giorni che risale la mia prima immagine, il mio primo ruolo, quando ciò che permettevo agli altri di vedere era solo un riflesso parziale e deformato. E ciò che ero veramente l’ho custodito in uno scrigno per così tanto tempo da sembrarmi, adesso, uno sconosciuto, cresciuto dentro di me.

Ma per recitare una parte bisogna possedere un’ottima memoria e, quando ho cominciato a “spogliarmi”, molto tempo fa, l’effetto che ne è conseguito è stato disarmante per chi mi stava intorno.

La parte di me che era stata nascosta, tenuta sotto chiave era ritornata per rivendicare il suo corpo e impossessarsi di tutte quelle cose che, in fondo, le appartengono di diritto.

Solo con l’Arte.

Quel giorno, il sole mi bagnava la pelle. La luce, quella splendida luce, m’illuminava il volto e, mentre mi osservavo riflessa nell’acqua, mi accorgevo di quanto morbide fossero le linee che mi accarezzavano le guance, dell’intrigante gioco di ombre che si creava dalle labbra, del mistero della mia sembianza.

Per un istante ho sorriso, incantata dall’eloquenza di quel silenzo interno a me.

Solo piccole onde s’infrangevano sussurrando. Come una stella caduta, venuta da chissà dove.

(Immagine in evidenza, “Jeunes homme à une bougie”, Michel Gobin, 1861)

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