Avanti Pop, alla riscossa!

Un artista è una persona che produce cose di cui la gente non ha bisogno, ma che lui, per qualche ragione, pensa sia buona idea dar loro.” (Andy Warhol)

E proprio con questa iconica frase, oggi, inizio la chiacchierata che mi faccio con voi sulla mostra “Popism”.

Ne avrete sicuramente sentito parlare, avrete per lo meno visto i rossi manifesti inneggianti all’ultra conosciuto marchio di una bevanda gassata, molto popolare tra i giovani consumatori di fast in tutto il mondo.

Magari, la cosa è passata un po’ in sordina a causa della più magnificente installazione  bresciana di Christo (leggi qui) che ha solleticato tristemente le ambiziose aspirazioni di sedicenti artistuncoli da due soldi.

Che cosa è, dunque, Popism?

E’ una raccolta di opere d’arte appartenenti al pop e provenienti dalle più prestigiose collezioni private mondiali per celebrare il cinquantenario della comparsa della corrente artistica, capitanata da quel simpatico albino egomaniaco di cui sopra, sul panorama artistico internazionale.

Il luogo prescelto per la celebrazione dell’evento è stato Palazzo Corvaja, a Taormina,  dal 22 aprile al 2 luglio e ha ospitato oltre ottanta tele dei massimi esponenti del gruppo pop ed emergenti contemporanei che, in qualche modo, si allineano alla medesima ricerca poetica.

Dal 22 luglio, invece, la mostra si è spostata a Capo d’Orlando presso gli spazi del Loc (Laboratorio Orlando Contemporaneo), famoso in tutta la provincia di Messina per essersi negli ultimi anni positivamente affermato come fulcro di intensa e prolifica attività culturale e artistica con un occhio sempre vigile e attento nei confronti del momento.

Per onestà di cronaca, confermo che ha recentemente ospitato due importantissimie residenze d’artista: Giuseppe Stampone nel settembre 2015 e il duo di video artisti, i Masbedo, nel febbraio scorso.

C’è da dire, subito, una cosa: le opere esposte al Loc sono inferiori a livello numerico rispetto alla ricchissima esposizione di Palazzo Corvaja, sicuramente a causa dello spazio a disposizione.

L’archivio delle opere esposte ha, ahimè, subito un taglio a mio parere imperdonabile, in quanto crea una discontinuità nella lettura dell’evoluzione del percorso.

Non sono presenti, oltre a molte opere di Bansky (tre lavori) e altri, nomi come KostabiRotella, Indiana, per citarne alcuni.

Ma il mio è solo il punto di vista di un’addetta ai lavori un po’ pignola e insofferente e acidella.

Dal punto di vista dello spettatore innocente, invece, posso solo dire cose positive: l’esposizione ha dei tratti davvero interessanti e apre, sicuramente, gli orizzonti verso nuove prospettive finora troppo sottovalutate in Italia.

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Zed 1,Kimera, 2016

Ad esempio, le punte di diamante dell’intero Popism sono, secondo la mia contestablissima opinione opinabile, Marion Peck (Little Lamb, 2005) e Nicola Verlato (Meduso, 2011 e  Hellraiser, 2010).

Degno di citazione il nome – e solo quello – dell’eclettico Mark Ryden del quale, purtroppo, si può solo ammirare la copertina realizzata per l’album Dangerous di  Michael Jackson, definita autografata.

Dico definita perché sospetto fortemente che l’autografo si trovi sul retro, dove, chiaramente, non può essere visto, essendo l’opera incorniciata. Vado, quindi, sulla fiducia.

I sopracitati artisti, appartengono a quella branca del Pop che si è più avvicinata al surrealismo, inteso come realtà sopra sensibile, altra: la Low-brow art.

Ovvero Pop surrealism, una corrente artistica che si contrappone all’intellettualismo rigoroso e freddo della High-brow art, con un atteggiamento onirico, sovversivo, impregnato di simboli psichici, di luoghi metafisici, di creature immateriali.

Una sottocultura alternativa che si rifà al fumetto, al cartoon, ai temi delle metropoli urbane.

Attenzione, però, che questa distinzione, ci tengo a precisare, è possibile solo da un punto di vista formale e non contenutistico.

Basta guardare un’opera di Nicoletta Ceccoli, per esempio, per rendersi conto all’istante che dietro lo zucchero filato, le morbidose nuvole e le bambine incantate si nasconde un universo noir e gotico, attraversato dalla conturbante angoscia provocata della forte dualità tra fisionomia e atteggiamento che lo contraddistingue.

In Italia, tra i maschietti più rappresentativi del Pop surrealism, cito senza dubbio alcuno il talentuosissimo Angelo Barile (leggi qui).

L’aspetto che ho trovato eccezionale e interessante è stata la presenza di un giovane artista palermitano, Domenico Pellegrino, che avevo già avuto modo di incrociare per la famosa e nostalgica luminaria a forma di Trinacria, intitolata appunto “La Sicilia, mare di luce”, calata nei fondali intorno a Lampedusa per illuminare gli abissi marini, e umani, con la sua luce folk densa di pop.

Un’opera che ha immediatamente catturato la mia attenzione e il mio cuore per il calore e la speranza che ha suscitato tra le mie frivole emozioni.

In netto contrasto con l’aspirazione industriale e seriale del pop americano, Domenico Pellegrino riscatta un immaginario popolare folcloristrico, ricco di tradizione e di cultura del territorio. Un pop che si ricollega alla sua dimensione locale con uguale dignità e pari potenza evocativa. Un atteggiamento consapevole e maturo, questo, tipico dell’ artista che ha capito l’importanza delle proprie radici e del recupero di una dimensione individuale in un mondo che rema invece, nell’esatto opposto.

(Questo, però, è un altro discorso. Affronterò le opere di Domenico in un nuovo articolo, molto presto).

Come nasce, infatti, il Pop?

Vediamolo insieme dalle parole vive di un dei tre curatori della mostra, Giuseppe Stagnitta (gli altri due sono Julie Kogler e Giancarlo Carpi).

“L’attività mentale collettiva, che si produce quando (gli individui N.d.A.) si riuniscono in gruppo, va spesso al di là dei desideri coscienti dei componenti, anzi, a volte, in conflitto con i loro stessi pensieri e aspettative coscienti. E’ come se si strutturasse una mente psichica unica del gruppo che è regolata da un funzionamento tendenzialmente psicotico e distante dalla realtà dei singoli partecipanti del gruppo stesso (movimenti del genere possono essere ad esempio nel nazismo o nei gruppi religiosi).

[…] attività “fantasmatica” che catalizza la vita emotiva del gruppo e che si estrinseca attraverso “tre punti base” (dipendenza – attacco e fuga – accoppiamento) e cioè processi psicologici osservabili che indicano la presenza di materiale inconscio che il gruppo va elaborando nel processo comune e che si differenzia dall’apparato psichico individuale.”

A questo gruppo, che il curatore individua come “gruppo affettivo” e  nel quale io faccio rientrare gli spettatori fanatici o comunque una certa fetta di fruitori d’arte, possibilmente gli eventuali acquirenti stessi, si contrappone il “gruppo razionale”, libero, dialettico che affronta le problematiche sociali, sovvertendo le regole con consapevolezza critica volta al raggiungimento degli obiettivi.

E’ questo il caso dei gruppi artistici, precursori di grandi movimenti.

Riprendo le parole di Giuseppe Stagnitta: “Gli artisti, se sono veramente tali, sono eroi per forza e solo quando sono in grado di esprimere non asserviti al senso comune dominante, cercando attraverso la loro arte di scatenare un cambiamento sociale e culturale rivoluzionandolo.”

Il pop nasce, dunque, come risposta creativa alle imposizioni ideologiche, sociali, culturali e religiose di un periodo storico soffocato alle radici, tronfio di stereotipi e gabbie comportamentali. Ha rovesciato le condotte sessuali, i ruoli sociali, ha massacrato i leader e le icone, e ha riportato tutto alla possibilità di essere “riprodotto” in serie, astraendo in toto l’oggetto dal suo originario contesto, ribaltando le percezioni ordinarie, ricostruendo un nuovo ordine di cose.

Il pop ha estremizzato le premesse magrittiane della comprensione dell’immagine e del suo duplicato.

“Col venire meno della stessa funzione oggettivante, gli oggetti entrano in un rischioso travaglio di limiti, per cui appaiono accennare a un oltre in autentico, vuoto, estraneo: in realtà, questo oltre improprio è la potenza oltrepassante della presenza che in luogo di fondare l’oggettività sta divenendo essa medesima un oggetto, si sta alienando con l’oggetto e nell’oggetto.”

(Carolina Carriero, Il consumo dell’arte pop, Jaka book, 2003)

Se anche voi non avete capito nulla, non disperate: non siete i soli.

Questo è il grosso ostacolo dell’arte contemporanea: i critici.

A loro continuo a preferire l’oro.

Che dalla superficie dell’acqua appare come un grande cuore luminoso e ci sussurra che nell’arte, e così nella vita, l’unica cosa che conta è quel muscolo ormai atrofizzato che rischia quasi di perdere la sua vera funzionalità: battere il Tempo.

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