L’Amor che move il sole e l’altre stelle: spedizione intergalattica nello zodiaco greco-romano

Introduzione di Giuseppe Al Rami Galeota, Amico, Astrologo e Umanista

“Quando si parla dell’apporto che i Greci hanno dato all’astrologia, spesso si scalfisce appena la punta di un iceberg ben più poderoso, nascosto tra cumuli di incongruenze.

Il ricercatore che volesse vedere meglio tutta la questione, quindi, dovrebbe districarsi in un mare di nozioni per completare un puzzle che potrebbe dare informazioni anche molto diverse rispetto a quelle raccontate dagli storici.

A mio modesto parere, occorre una visione più ampia che comprenda diverse altre discipline oltre a quelle storico-archeologiche (o archeo-astronomiche) per capire qualcosa di più sulle origini dell’astrologia. Sociologia, antropologia, biologia, sono alcune delle materie che possono venire in soccorso del ricercatore che volesse, come faccio io, conoscere qualcosa in più.

Tuttavia è possibile anche prendere solo un pezzo di questa storia per raccontare l’Arte, che è poi l’oggetto di Camelia Nina in questo testo.

Allora è possibile trovare un legame tra il Cielo e la creatività umana, una stretta interdipendenza dove il primo funge da ispiratore per la seconda, e quest’ultima riordina il primo in un constante gioco senza soluzione di continuità.

Il Viaggio nel cielo è indirettamente un viaggio sulla nostra percezione, sulla nostra mente ed ecco perché ci racconta delle nostre emozioni: la natura che scorgiamo ci parla di noi perché siamo noi stessi a darle un senso.

E così è l’Arte che per vivere si nutre del mito perché esso è la storia della Natura che è anche la nostra.”

http://alramiastrologo.blogspot.it/

Benvenuti nel mio pronao. Prima di procedere verso il cuore, vi spiegherò un piccolo dettaglio.

In occasione del primo compleanno di Nea, quella che vi offro oggi è un’esperienza  “Ninastyle”, visionaria, fantasmagorica escursione tra sogni e stelle, nebulose intrecciate e pulviscolo sidereo.

Roll up roll up for the Magical Mystery Tour, step right this way.

Prendete quanto vi dico, al solito, come facezie argute e divertite allusioni ad altro che a versar vuoto nel nulla.

Buon viaggio!

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Personificazione dell’Astrologia, Guercino, 1650

“Ogni corpo celeste, infatti ogni singolo atomo, produce un suono particolare a causa del suo movimento, ritmo o vibrazione. Tutti questi suoni e vibrazioni formano un’armonia universale in cui ogni elemento, pur avendo una propria funzione e carattere, contribuisce al tutto”.

Pitagora

Il cerchio è la figura geometrica e cosmica più evoluta che conosca.

Ogni punto sulla circonferenza è equidistante dal centro ed è, dunque, impossibile, sempre rispetto al centro, stabilire rapporti spazio-temporali, di sopra/sotto, avanti/dietro, prima/dopo, sinistra/destra.

Anche nella sfera, nella tridimensionalità appunto, il cerchio, ruotando intorno al diametro, mantiene la sua perfezione, rivelandosi come un poliedro con un numero di lati che tende all’infinito.

E poiché l’Universo è molto più intelligente e pragmatico di noi, predilige come forma di base per la Creazione proprio il cerchio. Quindi i pianeti, gli astri e i satelliti di grandi dimensioni hanno tendenzialmente forma sferica.

Ma perché?

Perché l’equilibrio stabile coincide con il minimo dell’energia potenziale (preciso che questo assunto vale solo per le forze conservative), secondo un processo di minimizzazione dell’energia, che fa agglomerare intorno a un centro gravitante il materiale intersiderale.

L’energia potenziale, riconosciuta anche come capacità di un oggetto (o sistema) di trasformare la propria energia in un’altra forma di energia, è riconducibile alle forze gravitazionali, tra le altre conservative.

Facciamo un passo indietro e, per spiegare cosa si intende per gravitazione, andiamo a scomodare il vecchio Isaac Newton, mentre siede sotto il suo rivelatore albero di mele.

Isacco ci confida, in via del tutto personale, che la forza di gravità sussiste come interazione tra due corpi, in base al principio di azione-reazione.

Essa è la causa per cui rimaniamo a contatto col suolo, perfettamente in equilibrio, senza schizzare fuori dall’orbita terrestre, nonostante il nostro pianeta ruoti a velocità sostenuta.

Che cosa significa in pratica?

Che l’energia potenziale, persa in una parte del percorso, viene recuperata da un’altra parte in modo che alla fine il bilancio sia in pareggio e cioè che, indipendentemente dai dettagli di un fenomeno, l’Energia meccanica totale rimane costante.

Quindi, concludiamo come abbiamo esordito, considerando che l’equilibrio stabile viene mantenuto in funzione di un dispendio energetico pari quasi a zero.

La cosa, a una lettura più attenta dei rapporti tra alto e basso, ci suggerisce come sia possibile, in dimensioni più piccole rispetto a quelle cosmiche, ottenere l’equilibrio intorno a un centro di gravità permanente solo riducendo al minimo il consumo di energia.

Ma questa è un’altra storia.

Ritornando al nostro cammino interstellare, voglio raccontarvi che non solo i corpi celesti, ma anche i tragitti che essi compiono in un dato Tempo, hanno uno sviluppo circolare.

Una fra queste Vie, sin dalla Notte dei Tempi, prende il nome di Zodiaco.

Lo zodiaco è una fascia della volta celeste,  lungo il moto apparente in dodici tappe che il Sole compie durante l’anno e che delinea i quattro elementi aria, acqua, terra e fuoco come partecipativi della vita fisica, psichica e spirituale degli abitanti del pianeta Terra. A causa del cui moto, le stelle sembrano percorrere, appunto, la ruota zodiacale.

La parola deriva dal greco ζῳδιακός, composta da ζῷον, animale, essere vivente e ὁδός,  strada, percorso.

E infatti, gli astri sono stati nel tempo raggruppati in costellazioni e abbinati, con cosmogonica immaginazione, a vicende di esseri viventi, reali e mitologici.

Dopo la doverosa premessa, affrontiamo ora ciò che maggiormente a noi interessa in questa sede.

Il primo collegamento tra Arte e cammino zodiacale lo troviamo nel poema omerico dell’IIliade, quando il dio Efesto costruisce uno scudo indistruttibile per il greco iracondo Achille “piè veloce”, in modo da combattere e sconfiggere Ettore, durante il sanguinoso conflitto tra achei e troiani.

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” Ivi ei fece la terra, il mare, il cielo
E il Sole infaticabile, e la tonda
Luna, e gli astri diversi onde sfavilla
Incoronata la celeste volta,
E le Pleiadi, e l’Iadi, e la stella
D’Orïon tempestosa, e la grand’Orsa
Che pur Plaustro si noma. Intorno al polo
Ella si gira ed Orïon riguarda,
Dai lavacri del mar sola divisa. “

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Giasone, Thorvaldsen, 1803

Sfonda l’ingresso del portale astrale a testate cornute l’Ariete possente, vigoroso e prezioso.

Le sfavillanti vicende leggendarie ci narrano del Vello d’oro e del rocambolesco viaggio, insidiato da continui attentati e straordinari incontri, che l’eroe Giasone e i suoi fidati compagni, gli Argonauti, dovettero affrontare per recuperare il prodigioso amuleto.

Che cosa era di preciso questo Vello d’oro?

Era la pelle di un montone, Crisomallo, divenuta sacra dopo che l’animale ebbe portato in salvo dalla furia omicida della matrigna, i due fratelli Frisso ed Elle.

L’unico sopravvissuto al viaggio, Frisso, una volta giunto a destinazione nel lontano oriente, sacrificò l’animale a Zeus e donò la sua pelle al re Eete che la nascose in un bosco e vi mise a guardia un pericolosissimo drago.

Perché Giasone aveva bisogno proprio di questa pelle?

Perché il vello era l’unica arma per eliminare l’uomo che, molti anni addietro, l’aveva scacciato dalla sua terra natia, usurpando il trono di suo padre.

Come dicevamo, il manto era custodito nel palazzo del re Eeta, in Colchide.

Giasone vi approdò. Ma prima di prendere finalmente possesso del vello, si trovò a fronteggiare nuovi pericoli e invulnerabili mostri, finché, aiutato dalla bella Medea che si era invaghita del suo coraggio e della sua prodezza, riuscì a sconfiggere l’ultima creatura orribile della serie e conquistò il suo ambito premio.

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Ratto d’Europa, Veronese, 1580

Il gruppo di stelle più noto del firmamento che tra il 4000 e il 1700 a.c. annunciava l’arrivo della Primavera, è quello del Toro.

Il mito racconta di come la bella principessa Europa, figlia del re dei Fenici, un dì discese in riva al mare per giocare con le sue sorelle, quando la sua attenzione fu rapita dalla vista di un maestoso e bellissimo toro bianco.

 Altri non era, l’animale, che Zeus, il padre degli dei, il quale invaghitosi della fanciulla si era tramutato in bestia per sottrarla alla sua famiglia e finalmente, possederla.

E infatti Europa, attratta dalla sua mitezza e leggiadria, si persuase a cavalcarlo.

A quel punto il toro sfrecciò attraverso il mare, alla volta di Creta, tratteggiando un passaggio culturale da Oriente a Occidente.

Una volta sull’isola, il toro rivelò le sue vere sembianze e la principessa se ne innamorò e continuò ad amarlo.

Dall’unione di Zeus ed Europa nacquero Minosse, re di Creta, e Radamanto, giudice degli Inferi.

La strada siderale ci conduce alla costellazione dei Gemelli che raffigura Castore e Polluce, mitici Dioscuri, dalla genealogia ambigua e affascinante.

I gemelli sono due esseri uguali ma diversi e complementari, umano e mortale uno, divino e immortale l’altro. Non uno la copia dell’altro ma entrambi interdipendenti e profondamente connessi, al punto che quando Castore muore, Polluce decide di morire con lui.

Terreno e ultraterreno si uniscono in un unicum imperativo.

I due fratelli sono stati generati da Leda, sedotta anch’ella da Zeus, tramutatosi fantasiosamente per l’occasione in cigno.

Il mito dice, però, che il concepimento è duplice, poiché Castore è figlio di Leda e suo marito Tindaro mentre Polluce è figlio di Leda e Zeus, entrambi generati nella stessa notte.

Questa apparente autonomia nasconde un legame che va al di là di una semplice origine comune: affinità intima e profonda che li rende inseparabili.

Pur non condividendo la stessa Natura, i Gemelli conducono esistenze congiunte, parallele e somiglianti.

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Ercole e l’Idradi Lerna, Moreau, 1876

Arriviamo alle stelle del Cancro che ci narrano la leggenda del grande crostaceo, il Carcino, schiacciato da Ercole durante una delle sue dodici fatiche, la lotta contro l’Idra di Lerna.

Uccidere l’idra era, infatti, la seconda delle famose fatiche imposte all’eroe.

Il mito descrive come Ercole stanò la bestia con delle frecce infuocate, per poi affrontarla. Ma ogni volta che Ercole tagliava una delle sue teste, dal moncherino ne ricrescevano due.

Durante la battaglia, Era, impicciona moglie di Zeus, inviò una creatura ad assistere l’idra, il Carcino (granchio), appunto.

Ercole, prontamente, lo schiacciò sotto il calcagno.

Dopo la lotta, Era pose il Carcino nel Cielo come riconoscimento del favore prestatole, nella fascia dello zodiaco detto “il cammino del sole”.

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Herakles Neamios, pittura vascolare

Nella costellazione del Leone, re fra tutti gli animali, è riportata la storia della prima vittima dell’imbattibile Ercole: il Leone di Nemea.

Il leone Nemeo era un mostro invulnerabile, perché la sua pelle non poteva essere ferita in alcun modo.

Inviato a Nemea sempre dalla ficcanaso Era di cui sopra, per distruggere Ercole, il leone si insediò in una grotta con due uscite.  Da qui, con le sue zanne e i suoi artigli più duri del metallo, distruggeva, attaccava e sbranava uomini e greggi con una tale ferocia che nessuno osava più lavorare per il timore di incontrarlo.

(Certo, è lecito che a questo punto qualcuno mi chieda del perché Era ce l’avesse così tanto con Ercole. Il motivo va al di là di qualunque gelosia matrimoniale e si cela, invece nel destino dello stesso al quale era stato proclamato il potere su Tirinto e Micene, in quanto primo discendente della stirpe di Perseo. Pure in questa vicenda, Era insidiosa, manipolando gli eventi ha anticipato la nascita di Euristeo, anch’egli discendente di Perseo, sulla nascita dell’eroe, condannando quest’ultimo a servire l’uomo che gli ha sottratto, la sovranità. E tutto il resto.

No, tranquilli, non è la trama di Beautiful!)

Finalmente Ercole trovò il leone e, resosi conto dell’inefficacia delle sue armi, decise di percuoterlo con una mazza, stordendolo, per poi strangolarlo a mani nude.

Dopo avere ucciso il Leone di Nemea, Ercole fece della sua pelle un’armatura.

Fu allora che Zeus pose il leone Nemeo tra i segni dello zodiaco, dove formò la costellazione del Leone.

La sua caratteristica forma  non ha nemmeno bisogno dell’immaginato congiungimento dei suoi astri più luminosi.

Il leone rilassato, placido e mansueto domina con forza e autorevolezza la scena astrale.

Nelle stelle della Vergine alberga forse il più suggestivo e intrigante dei miti romani: il ratto di Proserpina.

La dea Demetra era la protettrice del lavoro dei campi, faceva maturare i frutti e biondeggiare il grano e, per questo motivo era molto venerata e rispettata dagli uomini.

Proserpina era sua figlia: bellissima, sorridente e solare.

Mentre in un giorno sereno, la bella fanciulla si trovava nei campi con le altre ninfe,
un terribile boato lacerò l’aria. La terra si spaccò e dal baratro balzò fuori, su un cocchio d’oro trainato da quattro cavalli nerissimi, un dio bello e vigoroso  e allo stesso tempo, terrificante e tenebroso.

Plutone, il dio degli Inferi, rapito dalla bellezza di Proserpina, la afferrò con forza e la trascinò con sé negli antri più profondi e oscuri della terra, nelle viscere più fangose dell’inferno.

Fu così che Plutone ottenne da Zeus, suo padre, di poterla prendere in sposa.

Demetra, richiamata dalle urla sguaiate della figlia, scese dall’Olimpo e cominciò a cercarla in lungo e in largo, ma non vi fu traccia della ragazza, finché il Sole, interrogato dalla dea, non le rivelò che Plutone l’aveva rapita.

A quel punto Demetra, in uno stato di profonda tristezza, si rinchiuse in un Tempio a lei consacrato e si rifiutò di provvedere al benessere dei campi e delle coltivazioni, dimenticandosi della terra che aspettava la sua protezione.

Zeus, allora, ebbe pietà degli uomini e decise di concedere nuovamente alla dea sua figlia, per cui esortò Plutone a restituire la ragazza.

Ma il dio, follemente innamorato, pur non contravvenendo al volere del padre degli dei, decise di lasciar andare Proserpina sulla terra solo per un periodo di tempo all’anno.

Quando la fanciulla prese la strada per la superficie, infatti, le donò dei chicchi di melograno i quali servivano a stipulare un patto di legame indissolubile con gli Inferi.

Da quel giorno, ogni volta che Proserpina torna nel mondo, i prati si coprono di fiori, i frutti cominciano a maturare sugli alberi e il grano germoglia nei campi.
È la Primavera, è tempo di rinascita.

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Diana vicino al cadavere di Orione, Danil Seiter, 1685

La nebulosa dello Scorpione racconta la vicenda del mitico e gigantesco cacciatore Beota Orione, il quale, acceso di superbia e presunzione, sosteneva che non esistesse animale al mondo in grado di sfuggirgli.

Un giorno l’impeto quasi oltraggioso con cui Orione fece strage di animali nel bosco indignò Era e Artemide, dea della caccia.

La regina degli dei creò allora un animale di minuscole dimensioni e pericolosissimo a causa del suo veleno letale e lo mandò ad affondare nel piede di Orione il suo mortale pungiglione.

Orione quando lo vide rise di lui e della sua insignificante mole, ma lo Scorpione lo punse a morte.

Quando il gigante era ormai disteso a terra, incredulo ed agonizzante, Zeus si commosse e trasformò i due protagonisti del duello in stelle: nacquero così le costellazioni di Orione e dello Scorpione, nemiche giurate anche sulla volta celeste dato che quando sorge la prima di inverno, tramonta la seconda e viceversa nella stagione estiva.

Lo scorpione è posto in cielo come monito contro l’eccesso di vanità. Ché la vanità lentamente conduce al delirio, alla pazzia e, infine, alla morte.

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Pallade e il Centauro, Sandro Botticelli, 1482-3

E’ Croto, satiro cacciatore, divenuto centauro a dominare la costellazione del Sagittario, mentre tende il suo arco verso le stelle attorno a lui.

Il centauro abitava con le Muse ed era un ottimo arciere.

Figlio di Pan ed Eufeme, Croto, secondo il mito, inventò il tiro con l’arco.

Quando morì, le Muse che avevano gradito molto la sua compagnia, chiesero a Zeus di porlo in cielo come riconoscenza e ricordo dei momenti felici vissuti insieme.

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Il satiro Pan corteggia una Ninfa

La nube stellare del Capricorno, invece, ci presenta Pan, divinità dei boschi e delle campagne, riconosciuto come simbolo della fertilità. Padre di Croto, come abbiamo appreso, egli trascorreva tutto il suo tempo fra dormire e spaventare le ninfe, il suo passatempo preferito.

Aveva due corna sulla fronte, sul mento una barbetta spinosa e zampe e coda di capra.

Tendenzialmente pigro e pacifico, non amava molto essere disturbato durante la pennichella pomeridiana. Chi osava intralciare i suoi progetti di siesta, subiva la sua vendetta fatta di incontrollabili urla lanciate dal fondo di una grotta che creavano il panico in tutto il bosco.

Da qui deriva, infatti, la parola pan-ico, cioè tipico di Pan (quando s’incazza).

Caratteristiche del satiro sono, senza alcun dubbio, grande curiosità ed eclettismo, gusto per scienze alchemiche, per il mondo esoterico e per tutte quelle attività che, come l’Arte, sondano quelle pieghe dell’esistenza umana non classificabili nella sfera del sapere scientifico e razionale.

Omne ignotum pro magnifico.

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Deucalione e Pirra, Peter Paul Rubens, 1636

La costellazione dell’Acquario è legata a una leggenda molto cara agli antichi greci. Il diluvio universale e i suoi unici superstiti, Deucalione e Pirra.

Quando Zeus, arcistufo delle colpe commesse dai mortali contro le divinità, scagliò sulla terra un orribile acquazzone, Prometeo riuscì a ottenere che il figlio Deucalione e la nuora Pirra fossero risparmiati.

Deucalione costruì, perciò,  una nave, che rimase nove giorni e nove notti in balia dei flutti.
Alla fine l’arca li depose sulle montagne della Tessaglia.

I due cercarono rifugio sul monte Parnaso. Dall’unione dei sopravvissuti alla catastrofe terrestre, nacque Elleno, progenitore di tutta la stirpe ellenica.

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Afrodite ed Eros in salvo da Tifone sui Pesci

Il mito del gruppo delle stelle che formano il Pesci si riallaccia alla lotta di Zeus contro Tifone, generato dall’accoppiamento di Gea, la dea Terra, e Tartaro, mostro orribile e feroce che fu definitivamente sconfitto dal padre degli dei.

Prima di morire, però, Tifone seminò ovunque paura e morte. Afrodite, per difendere il suo piccolo Eros, chiese soccorso alle ninfe che posero entrambi in salvo sul dorso di due pesci. La dea, riconoscente per l’aiuto ricevuto, immortalò i pesci nel cielo.

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Maat, Tomba di Nefertari

La Bilancia è l’unica nube siderale a non possedere il nome di un animale vivente. Questo è accaduto perché tale costellazione era considerata un prolungamento dello Scorpione. Inizialmente, era infatti conosciuta con l’appellativo di Chele.

E’ questo è ciò che rende il segno il più affascinante, imperscrutabile e profondo, nonché cruciale di tutto il cammino zodiacale.

Furono i Romani, in seguito, a distinguere i due gruppi di stelle, conferendo in tal modo alla Bilancia un’ enorme importanza astronomica: è il punto esatto della Ruota nel quale le stagioni risultano in equilibrio e le ore del giorno e della notte combaciano.

Ecco perché i Romani raffiguravano la costellazione come una bilancia: perché il Sole si trovava in quella posizione all’equinozio d’autunno, quando il giorno e la notte hanno la stessa durata.

Una volta separata definitivamente dallo Scorpione, la Bilancia fu associata alla figura femminile confinante, la Vergine, che s’identificava con Diche, la dea della giustizia.

In questa maniera, i piatti che formano la Bilancia divennero quelli che la dea tiene sollevati verso l’alto.

Fu così che gli astronomi romani vedevano in essa i piatti della legge, della giustizia e della rettitudine, requisiti fondamentali per l’emancipazione spirituale dell’uomo. Non a caso, si riteneva che Roma fosse nata proprio sotto il segno della Bilancia.

Qual è, dopo tutta ‘sta solfa, il mito abbinato al gruppo stellare della Biancia?

Il mito ci informa che c’era una volta Tiresia, un indovino di Tebe, giunto a noi come aedo ovvero un cieco con la facoltà di prevedere gli eventi futuri.

Come avvenne che Tiresia perse la vista?

Tutto cominciò quando un giorno, Tiresia passeggiava nel bosco e, all’improvviso, gli comparvero davanti due serpenti attorcigliati, avvinghiati nell’atto di accoppiarsi.

Allora il nostro, col suo bastone, separò i due serpenti e immediatamente fu tramutato da uomo in donna.

Visse, con questa identità, per sette lunghi anni, fin quando di nuovo non si ritrovò per lo stesso bosco e incontrò, per la seconda volta, i serpenti durante l’amplesso. Ancora li separò col suo bastone e fu ritrasformato in uomo.

A questo punto, la storia subisce una sterzata.

Successe che Zeus e sua moglie Era, che erano soliti discutere per ogni cosa, si trovarono a litigare per una questione a tutt’oggi ancora di problematica risoluzione: chi gode di più tra l’uomo e la donna?

Zeus sosteneva che fosse la donna, Era il contrario.

Chi meglio di Tiresia, che aveva avuto l’opportunità di appartenere per un tempo relativamente lungo a entrambi i generi, avrebbe potuto risolvere il caso?

E Tiresia così si espresse: “Il piacere sessuale si compone di dieci parti, l’uomo ne prova solo una, la donna nove. Quindi la donna prova un piacere nove volte più grande di quello dell’uomo.”

A questa risposta, la regina degli dei, come suo solito s’infuriò e rese Tiresia cieco per sempre.

Zeus, dal canto suo, più divertito che persuaso, decise di ricompensare l’indovino consentendogli di predire gli accadimenti del futuro.

Cosa vuol dirci perciò il mito di Tiresia, a conclusione di questo viaggio intergalattico nello zodiaco greco-romano?

Solo quando si entra in contatto con la parte opposta e nascosta dentro di noi e le si dà la possibilità di essere vissuta pienamente, si riesce a ottenere il vero superamento della dualità che si manifesta esclusivamente nel genere, dunque, nella forma, e che in realtà  è semplicemente un passaggio da uno stato all’altro della medesima sostanza.

Come l’acqua, da liquido diventa vapore o solido, attraverso un passaggio di stato che modifica il modo in cui le molecole  si uniscono, ma non  la  sua composizione, così la sostanza umana si autodetermina, alla nascita, in uno stato pre-scelto. E la Vita diventa studio empirico dei continui passaggi, gradino dopo gradino, fino all’ambìto raggiungimento della sublimazione finale.

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Madonna dello Zodiaco, Cosmè Tura, 1459

Lo zodiaco perciò non descrive soltanto i movimenti degli astri e dei pianeti lungo il cammino del Sole, entro le leggi cosmiche che reggono l’Universo.

Esso ci parla, attraverso i miti che rappresenta, dell’universo interiore individuale.

Nel sonno, ci spiega dei cumuli di polvere interstellare depositati tra le pieghe della nostra anima. Ci racconta dei ritmi umani e divini in sincrona danza. Ci rivela che come è sopra così è sotto, come è in alto così è in basso. Ci confida segretamente che la materia di cui sono composti i pianeti e tutto il Cosmo è la nostra stessa materia e che ognuno di noi, ogni nostro singolo atomo, produce una vibrazione particolare.

Al risveglio, la Luna ci riconduce alla Terra, svelando l’antica Verità secondo la quale tutti noi, ognuno col suo suono, con la sua vibrazione, col suo movimento, partecipiamo all’armonia universale in cui ogni elemento, pur avendo una propria funzione e carattere, contribuisce al Tutto.

E l’Arte?

L’Arte è la musica di questa danza chiamata Amore.

(Bibliografia, Dizionario dei miti greci e romani, G.L. Bruschi, Ed. Capitello)

Immagine in evidenza, Dante Gabriele Rossetti, “L’Amor che move il Sole e l’altre stelle” 1860

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