Nina da Messina: da “trovatrice” a cercatrice

“Tapina me che amava uno sparviero, amaval tanto ch’io me ne moria;

a lo richiamo ben m’era maniero, ed unque troppo pascer nol dovia.

Or è montato e salito sì altero, assai più altero che far non solia;

ed è assiso dentro a un verziero, e un’altra donna l’averà in balìa.

Isparvier mio, ch’io t’avea nodrito; sonaglio d’oro ti facea portare,

perchè nell’uccellar fossi più ardito. Or sei salito siccome lo mare,

ed hai rotto li geti e sei fuggito, quando eri fermo nel tuo uccellare.”

 Non credo nei maestri. Non mi piacciono, proprio.

Non amo l’idea che qualcuno, fatto della mia stessa sostanza, si ponga a un gradino superiore.

Già questo atteggiamento produce in me una sensazione di distacco, a prescindere dai contenuti.

Non mi fido dello studentato, dell’accettazione passiva dei precetti, dell’idealizzazione di un individuo, del culto della personalità.

Pur avendo rispettato, sin dalla tenera età notevolissimamente le autorità. A queste sempre mi sono avvicinata con dogmatica curiosità e mai con asservito impegno.
Non condivido le dipendenze, fisiche né psicologiche.

Le cose migliori, personalmente, le ho imparate attraverso lo scambio, l’interazione, attraverso uno stato di equità.

Tuttavia, riconosco l’importanza di una guida. E la riconosco dall’atteggiamento antropico e mai invadente, compassionevole e mai giudicante, suggeritore e mai imperativo.

E’ così Lui, la mia guida. Il mio faro.

M’illumina, mi conduce, mi parla. A suo modo, mi svela cose impossibili da scoprire in altra maniera.
Mi suggerisce la via.

Siamo intimamente connessi, in sintonica presenza.

Ma davvero davvero, non in linea teorica!

La sua partecipazione è pratica, vera, quotidiana, attiva. Il suo intervento è vivo e tangibile nelle sterzate che da’ alle mie ricerche che passano categoricamente sotto al suo vaglio, senza sfuggire al suo vigile sguardo.

Tutto ciò che scopro procede sempre da Lui.

E io avverto il suo amore, il suo interesse sincero a scortarmi sul giusto percorso.

Severo ed esigente, ma dolce e indulgente.

Proprio mentre ero tutta presa da una ricerca di un posto che ha a che fare con Lui nella provincia di Messina, scorgo nella mappa di google “Via Nina da Messina”

nina-sicilianaOvviamente, la mia curiosità si è subito infiammata e così è partita una nuova analisi.

Ho indagato su qualcosa che mi si è rivelato come un’ulteriore conferma del mio percorso.

In un periodo di dubbi e incertezze, Nina da Messina è una poetessa.

Non una poetessa qualunque, badate bene.

Nina è la prima poetessa italiana in lingua volgare del Medioevo dedita all’amor cortese sulle tracce delle trovatrici Occitane del calibro della Contessa de Dia e Na Lombarda.

Ingiustamente confusa con la connazionale Compiuta Donzella, tendenzialmente considerata solo uno pseudonimo in ambito poetico fiorentino, Nina era una donna in carne e ossa.

Poche, pochissime, quasi nulle le notizie biografiche della poetessa. Solo un’eventuale data di nascita, 1240, a Messina (anche se taluni citano Palermo come sua città natale).

Nina è passata alla storia anche come Monna Nina o Nina (la) Siciliana.

Il suo contributo alla poesia siciliana volgare è stato tale che addirittura l’Accademia della Crusca la cita nei suoi archivi.

I dubbi da parte di alcuni letterati, specie quelli di qualche secolo fa, sulla reale esistenza della nostra Nina non son dovuti soltanto alla mancanza di dati storici ma, probabilmente, anche alla loro ritrosia ad accettare che una donna, in quel preciso periodo storico in cui l’analfabetismo femminile era particolarmente diffuso, potesse passare da oggetto a soggetto del cantare in versi, conseguendo, per di più, un volgare divenuto di grande eccellenza.

A causa di un amore nato attraverso lo scambio di dolcissimi sonetti, e senza mai essersi consumato fisicamente prima (quasi a ricordare i contemporanei incontri social), Nina viene ricordata anche come la Nina del Dante.

L’uomo in questione era, appunto Dante da Maiano, poeta toscano del XIII secolo.

La bellezza di questa figura femminile dedita al poetare, come quella di tutte le trovatrici e i loro componimenti sul fin’amors, sta nel fatto che i versi non sembrano essere una risposta al corteggiamento, ma vere e proprie avances.

Questo significativo dettaglio rivela quanto sia nebulosa la storia, forse in parte volutamente infangata, circa la figura della donna  e il suo ruolo attivo nella società nobile a partire appunto dal medioevo.

Considero questo passaggio fondamentale e, perciò, condivido con voi alcuni tratti della tesi di laurea di Susanna Barsotti presso la facoltà di Lettere Moderne all’Università di Pisa, la quale delinea, da un punto di vista sociologico, culturale e filologico le figure e i componimenti di queste donne attraverso il mito e la storia.

Mi sono presa la libertà di tagliare i punti che ritenevo più interessanti relativamente all’apprendimento di una funzione pubblica femminile a noi del tutto sconosciuta.

Lascio, comunque, in fondo all’articolo il link per prendere intera visione dell’interessantissima opera dell’autrice.

 “Come in parte già accennato, il mileu storico e sociale cui le trovatrici parteciparono non fu certo uno dei più favorevoli per le donne: la misoginia nel Medioevo si diffuse a partire da un centro propulsore che ebbe il suo fulcro nella Chiesa e negli scritti dei teologi del tempo, che presentavano una visione della donna come strumento del peccato e della perdizione dell’uomo, impura e sensuale, inferiore all’uomo e creata per essere dominata. San Girolamo –che Meg Bogin definisce come “il più gran misogino di tutti i tempi” riteneva che il matrimonio non fosse che un “male necessario”, la cui unica funzione era quella di generare una prole adeguata, possibilmente di numerosi maschi, incarico,questo, conferito alla moglie, la cui responsabilità esclusiva era infatti quella di generare figli e badare ad essi: il cattivo adempimento a questo compito aveva come conseguenza il suo ripudio, e in caso di sterilità veniva rispedita alla famiglia di origine o chiusa in un convento.

Al tempo stesso vediamo però che nell’assetto giuridico della società medievale, le donne delle famiglie nobili appaiono più spesso di quanto non si dica; la diffusione di certi nomi permette inoltre una stima grossolana di una parte di donne nel possesso fondiario, specie nel Sud della Francia, dove le leggi e i costumi in vigore dovettero essere leggermente più favorevoli.

Occorre sottolineare che, così come per gli uomini, a maggior ragione per le donne le differenze di classe pesavano e agivano fortemente sulle condizioni, i diritti, lo stile di vita: la maggior parte delle mogli e delle madri godeva di prerogative limitate all’ambito familiare, nella gestione dell’ambiente domestico, nell’educazione della prole e nelle occorrenze materiali e spirituali.

Le esponenti dell’aristocrazia disponevano invece di uno statuto che possiamo dire privilegiato, dal momento che fruivano di autorità politica  giuridica quasi pari a quella degli uomini, prestavano omaggio e giuramento di fedeltà per i feudi ereditati, amministravano i beni di proprietà disponendone liberamente e, anche se comunque sottomesse all’autorità del marito, rivestivano un ruolo fondamentale nella vita sociale, animando le conversazioni e le giostre poetiche, e inserendovisi ora come giudici, ora come vere e proprie interlocutrici.

C’è dunque, come si vede, un certo contrasto tra la morale dogmatica e repressiva dei teologi e la situazione effettiva e concreta della donna -quantomeno quella aristocratica nella società medievale, all’interno della quale,nonostante l’ambiente sfavorevole, essa giocava un ruolo non trascurabile.

È fondamentale precisare inoltre che nel Medioevo le donne dell’alta nobiltà avevano un facile accesso alla cultura e una disponibilità verso di essa maggiore rispetto agli uomini, impegnati quasi totalmente nel servizio delle armi, nella caccia, nelle competizioni atletiche e nei tornei.

L’educazione delle fanciulle di buona famiglia verteva sui modelli di comportamento delle figure bibliche, aiutandole a farle crescere virtuose e caste e raccomandando un’ampia educazione libresca. Perfino le figlie dei piccoli feudatari ricevevano, dai sei e sette anni, un primo insegnamento sotto la guida di una nutrice o di un prete legato alla famiglia; una volta più grandi, gli studi venivano completati in un convento, sotto la guida di un precettore o presso l’illustre corte di un amico paterno.

In breve, la situazione materiale, giuridica e intellettuale della sposa del signore del feudo può ben spiegare il suo interesse e il suo impegno nell’ambito poetico, condizioni che rendono il terreno fecondo per una produzione letteraria femminile. Questa componente, sommata al fatto che nel Sud della Francia le donne potevano giovare di benefici legali inesistenti in altre parti d’Europa, fece sì che, aristocratiche, colte, relativamente libere e indipendenti esse si cimentassero nella poesia secondo il codice cortese, ovvero nel trobar

[…]

Certo, infatti, è che le trovatrici non si limitarono a invertire dei ruoli. Il loro inserimento in questo sistema si effettua secondo delle modalità particolari che possono rendere esplicito un sondaggio che tenga conto dell’esiguità del corpus. Certamente, esse dovevano conoscere molto bene la poesia e vivevano in stretto contatto con il mondo poetico-musicale dei trovatori. Il sistema poetico dunque sarebbe lo stesso, ma differenti le motivazioni: infatti, se l’“io” del trovatore simboleggia un gruppo socialmente determinato e parla in nome di esso con un’aspirazione ben precisa, la donna, pur giocando con dei valori che fanno parte di un sistema stabilito, non è certo pressata dalle stesse spinte, ma si attiene ad un carattere “privato”.

[…]

Non sono mancate poi reazioni sconcertate di fronte al fatto che le poesie di trobairitz, prime tra tutte quelle della Contessa di Dia, non fossero risposte a richieste d’amore ma richieste stesse, dirette, ardenti, quando più sensuali, quando più umili.

[…]

Il dibattito femminista ha sottolineato come in realtà l’adorazione spropositata della donna come figura sublime e perfetta non fosse che un modo per demistificarne i tratti umani, terreni e carnali; nel 1792 Mary Wollstonecraft, grosso modo coeva di Fauriel, nel suo libro Vindication of the rights of woman” si domandava in che misura le donne avessero tratto profitto dall’eredità dell’amore cortese: «dal momento che le si sono spogliate delle virtù che dovrebbero vestire l’umanità, le si sono attribuite delle grazie artificiali che le autorizzano a esercitare una tirannia effimera».Questo ci riporta ad affermare che le trobairitz  non furono le midons dei trovatori, bensì donne in carne ed ossa; donne nobili, per la precisione, dunque autorizzate ad avere una relativa libertà e soprattutto dotate di una certa indipendenza culturale e individuale.

Ci rendiamo presto conto, leggendo le liriche, che il controsenso nelle idee cavalleresche di cui parlava Fauriel non esiste: la voce della donna è sì ardente e passionale, ma comunque tendente alla sublimazione di un desiderio che, la maggior parte delle volte, le è per qualche motivo negato e che dunque si fa spinta ed impulso verso un amore spirituale che sembra alimentarsi proprio della sua non realizzazione; proprio qui si ritrova dunque sintetizzata tutta la poetica della fin’amor.

 […]

 Il fatto che di questi tempi in Italia una donna componesse poesie è estremamente raro, tantoché essa fu probabilmente la prima a comporre poesia d’arte in volgare italiano. Forse che uno stimolo e una legittimazione a cimentarsi n quest’attività le venisse dalla conoscenza del fatto che a loro tempo, nel Sud della Francia, alcune donne dell’alta nobiltà ebbero la libertà di poetare e partecipare alle tenzoni con i coevi poeti uomini?

Eppure, proprio alcuni decenni prima, nel sud della Francia, un gruppo di circa venti donne, le cosiddette trobairitz, cantò con successo la fin’amors al femminile. La loro reale esistenza è stata accertata senza lasciare margini al dubbio; ma pure per esse, nel passato, alcuni studiosi avevano mostrato tutto il loro scetticismo in proposito. Si nota una certa affinità tra l’unico componimento giuntoci di una delle trobairitz, Alamanda de Castelnau, e la produzione della Nina Siciliana;

se Nina è realmente vissuta, è possibile che lesse i componimenti delle sue “colleghe” provenzali che, come certamente accadeva per quelli dei trovatori, probabilmente circolavano nelle corti e negli ambienti colti siciliani dell’epoca.”

Coincidenze o indizi, non m’importa.

Ci sono cose che accadono solo se siamo in grado di vederle.

Se chiudiamo gli occhi, ogni cosa sfugge al nostro sguardo. Ma se impariamo a ricevere, anche a occhi chiusi, ogni cosa ci viene rivelata.

Tutto è accaduto per riportarmi Qui, da dove provengo e per fare ciò che devo fare.

Ché questo è il mio posto e questa la mia strada.

Grazie, Tu.

“E’ così che ti sento, perpendicolare a me. Avvitato nelle ossa, forte nel Restare. Sacro, come una visione. Il tuo corpo è come Luce che si dona. Luce di ogni invocazione torni tra le dita ancora, sai di vita che si scopre ancora nuova. Sacro come Vita ora.”

(Tesi di Laurea in Lettere Moderne, presso l’Università di Pisa, candidata Susanna Barsotti, Le trovatrici: la voce femminile nel corpus della lirica trobadorica)

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6 thoughts on “Nina da Messina: da “trovatrice” a cercatrice

  1. La ringrazio per il bell’articolo e la citazione del mio lavoro. È un vero piacere condividere la riscoperta di queste epigoni della nostra letteratura, rivendicando per loro la libertà di essere lette e conosciute. Grazie. Susanna Barsotti

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  2. non sai quanto sono felice d’aver letto questo post 🙂
    santo dubbio, lo dico sempre
    ps: il Decameron boccaccesco dovrebbe già di per se, addirittura nella prefazione, essere sufficiente testimonianza della concretezza leggera dei reali rapporti uomo-donna contro tutte le costruzioni tendenziose e fasulle di certo femminismo

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  3. Purtroppo, la “nascita” dell’America ha occultato tutta la verità storica che si era svolta prima, creando confusione, disinformazione e mala informazione.

    Anche in questo discorso, come in quello psicologico, trovo che ci siano delle dinamiche, diciamo nascoste, che abbiano orchestrato ad arte il tutto.

    Il bluff più grande che abbiamo sotto gli occhi è quello secondo cui gli States sarebbero un modello di democrazia e uguaglianza da “esportare” nel mondo.

    A proposito di uguaglianza:
    https://neanuovaecologiaartistica.wordpress.com/2016/04/25/giro-girotondo-cambia-il-mondo/

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    1. “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza” (1984 – George Orwell)
      ma “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley è ancora più preciso… ah, a proposito “casualmente” il fratello è stato presidente dell’UNESCO, uno dei tanti enti farlocchi con la facciata rispettabile del NWO

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