Beecroftàrt

Oggi, vi presento il conclusivo terzo capitolo del viaggio attraverso l’arte alla riscoperta dell’uomo.

La cosa curiosa di questo percorso in tre tappe che abbiamo fatto insieme è che l’evoluzione della storia umana è stata rappresentata dagli artisti che ho scelto di mostrarvi, sempre come donna. I Preraffaelliti prima, l’Art Nouveau poi.

 Infine, l’italiana Vanessa Beecroft: una donna che parla alle donne delle donne.

L’artista si è formata all’Accademia di Belle arti di Brera e ha avuto il suo maggior momento di visibilità intorno al 2006.

Le sue sono performance: piccole esibizioni, teatralmente ideate, in cui, di solito, accade qualcosa. Le protagoniste subiscono una lenta metamorfosi che si consuma sotto gli occhi degli astanti.

Solo Marina Abramovich, con  la sua azione al MoMa di N.Y.,“The artist is present”, è riuscita farne qualcosa in cui non accade, invece, nulla. A tutta prima.

Il fascino della perfomance sta nel fatto che, a conclusione del suo temporaneo esistere di effimera durata, restano solo tracce: foto o piccoli video, più le testimonianze di chi vi ha preso parte attiva, in quanto protagonista o parte passiva, in quanto spettatore.

Qui, mi piacerebbe aprire una piccola parentesi dedicata proprio al ruolo dello spettatore che dall’inizio degli anni Settanta, con la nascita di queste pratiche d’arte, ha subito una netta trasformazione.

Da passivo fruitore di materiale d’arte nei musei, che subisce il totalitarismo intellettuale dell’opera e del suo autore, lo spettatore si ritrova catapultato, a un certo punto e finalmente, in una democrazia artistica, grazie alla quale entra a far parte della dinamica dell’opera. Spesso, addirittura, a monte inserito nella progettazione di tutta la performance stessa (o dell’installazione).

La Beecroft, mette in mostra, con le sue esibizioni di modelle ora agghindate con scarso e improbabile abbigliamento  intimo, ora  completamente nude, la posizione del corpo della donna all’interno di una società, quella contemporanea, dominata dallo spirito maschile (forse sarebbe meglio dire maschilista) e dall’occhio deformatore del macho.

Qualcuno, in passato, ha detto che non è necessario essere neri per essere negri e qualcun altro vi ha, in seguito, aggiunto che la donna è il negro del mondo, “woman is the nigger of the world”.

Il corpo femminile, incessantemente sottoposto a inutili ibridazioni, in favore del raggiungimento di un ipotetico e mutante ideale di bellezza, continua a subire ingiustificati soprusi, terribili ingiurie, angoscianti mutilazioni.

L’ultima di recente invenzione: l’invito (occulto, travestito da buon consiglio, proprio qui in Italia) all’auto allontanamento dalla Maternità.

Un corpo, il nostro, del tutto dissociato dallo Spirito.

Un corpo il nostro, violentemente separato dalla sua natura divina e dal suo potere di essere partecipativo della Creazione.

Un corpo, il nostro, astratto dal suo contesto totalizzante e inserito in una scatola fucsia con spazzola per capelli incorporata, pavoneggiante e sfavillante, sugli scaffali dei giocattolai di tutto il mondo.

Un corpo, il nostro, burattinato da fili mentali sempre più sottili.

Un corpo, il nostro, svuotato del suo sacro contenuto.

Tutto ciò che ci rappresenta come involucro fatto di materia è destinato a finire.

E ciò che finisce ci libererà.

Serie di shots dalle performances di Vanessa Beecroft sulle note di “Non è per sempre” degli Afterhours.

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6 thoughts on “Beecroftàrt

  1. personalmente credo che la retorica sul maschilismo abbia fatto più danni alla donna, di quanti ne abbiano mai fatti millenni di(ipotetico) maschilismo. Sarebbe lunga argomentare un pensiero che piazzato così potrebbe risultare non condivisibile, ma ho ben chiari e nitidi i presupposti da cui scaturisce…

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    1. nell’università di Pavia è conservato un sarcofago del tardo impero romano, sopra c’è scritto:

      “A Valeria Vincenza consorte dolcissima vissuta ventisette anni e dodici giorni pose Fabio Maiano che ne fu marito per dieci anni due mesi e venticinque giorni e che per i di lei meriti ne condusse il corpo da Treviri fino alle tombe degli avi”

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      1. penso sia la più bella dichiarazione d’amore di un uomo ad una donna che abbia mai visto, perché estremamente concreta negli atti. Questo per dire che dovremmo guardare la storia con meno pregiudizi… che spesso non sono neppure genuinamente nostri 😉

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      2. Uomini che amano le donne (e viceversa) grazie al Cielo ci sono sempre stati, forse però meno spesso raccontati di quanti le hanno emarginate, ripudiate e umiliate.
        Resta lí che ti posto un altro link che “ti piacerà un sacchissimo”. 😉

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