Shockàrt

Il Museo di psichiatria e antropologia criminale di Cesare Lombroso è stato progettato e fondato da Cesare Lombroso, medico e antropologo, a Torino e, a tutt’oggi, fa parte dell’Università degli Studi di Torino.

Il Museo nasce come esposizione di una collezione privata dello stesso Lombroso di misurazioni craniali dei soldati. Col tempo, alla collezione si sono aggiunti migliaia di reperti anatomici, fotografie, disegni, scheletri, crani, cervelli, tatuaggi prelevati dai corpi, disseccati e conservati in formaldeide.

A partire dalla fisiognomica, Lombroso tenta di tracciare una fisionomia psichiatrica criminale attraverso i tratti somatici dei campioni presi ad esame.

La direzione della ricerca, a tutta prima affascinante, tuttavia subisce una deviazione razzista e misantropa al punto tale che oggi esistono movimenti che richiedono la chiusura del Museo.

Non sono qui a definire la giustezza di questa proposta, credo solo che, in un modo o nell’altro, mio modestissimo parere, il Museo debba restare aperto, se non proprio come testimonianza di una qualche presunta identificazione somatica del criminale (troppo spesso associato a persone provenienti dal sud del mondo), quanto meno come monito a non cadere in questa trappola mentale di categorizzazione morale in base alla provenienza geografica.

Quel che salvo, della ricerca del Lombroso, è sicuramente il tentativo di approfondire la psiche umana e i suoi conseguenti comportamenti, a partire dagli effetti che questa delinea sui visi e sui corpi, sulle posture e sui movimenti, marcando un passo importante verso il riconoscimento dell’esistenza di un rapporto causa/effetto tra corpo-anima-spirito.

Infine, invito tutti a considerare il contesto storico culturale in cui questo progetto è stato pensato e realizzato e ricordo che non possiamo “giudicare” con gli occhi contemporanei un evento di due secoli fa.

Possiamo però guardare con occhio critico le opere del coevo Gunther Von Hagens, anatomopatologo tedesco che dalla medicina ha fatto un passo verso l’arte, ritenendo estetici, per qualche bizzarro motivo, i suoi manufatti anatomici.

“Lui è l’unico che ci ha pensato, nell’arte, ad esibire come un animale impagliato, il corpo VERO dell’uomo  scarnificato, torturato, smembrato, rimodellato e, così, glorificato. E l’ha fatto brevettando un procedimento  di sua invenzione che permette la conservazione dei corpi, umani, tramite la sostituzione dei liquidi con polimeri e silicone, chiamato plastinazione.

Sostanzialmente il processo di plastinazione prevede le seguenti fasi:

  • morire (anche qui fondamentale, direi);
  • imbalsamare e dissezionare – si blocca cioè la decomposizione iniettando a pompa la formalina attraverso le arterie;
  • rimuovere pelle, tessuto connettivo e tessuto adiposo;
  • asportare acqua e grassi con l’uso di acetone – tutto ciò che viene estratto, è buttato;
  • impregnare a forza – i polimeri penetrano ogni cellula del corpo durante l’immersione in contenitori a pressione;
  • posizionare l’ormai manichino nella posa che più aggrada all’artista, tramite spaghi, mollette, e fili;
  • solidificare l’opera con metodi di “asciugatura” relativi al tipo di polimero utilizzato: esposizione a raggi UV o fonti di calore o ancora…a gas.

Immaginiamo la scena. Come morire due volte, in pratica.

Giusto per dirlo, fino al 21 giugno scorso le opere di von Hagens sono state visibili nella mostra itinerante BodyWorlds a Roma, Napoli, Bologna e Milano.

“Tutti i preparati anatomici che è possibile vedere in mostra sono veri!”, recita lo slogan pop, venghino siore e siori.

Da pura ricerca scientifica volta alla formazione degli studenti di anatomia, il lavoro di Gunther von Hagens si è connotato pian piano di un elemento estetico, tale da cominciare a pensarne esposizioni aperte al pubblico.

Secondo il suo parere, il corpo umano possiede in sé una bellezza talmente intrinseca che non è possibile non condividere la meravigliosa sinergia di muscoli, nervi e organi che celebra l’essenza della vita.

E io che pensavo che questa volta ne avevo trovato uno che finalmente aveva avuto l’ardire di mettere l’uomo al pari di un animale impagliato a trofeo di una caccia spietata, su un bel caminetto acceso! No, nello spettacolo orripilante della nostra tragica esistenza quotidiana, neanche ciò che abbiamo dentro, fisicamente dico, neanche quello è più un fatto privato.

[…]

Io, povero spettatore innocente, posso dire solo questo: dopo che mi avete fatto vedere sangue, scuoiamenti, disidratazione, dopo che mi avete estratto tutti gli organi interni, fate come gli Egiziani, lasciatemi almeno il cuore. Non cercate di convincermi. Il dubbio, se non altro quello, lasciatemelo.

Perché una cosa la so per certa: secondo una legge universale, la Natura paga sempre i suoi debiti. Ma è quando deve riscuotere i suoi crediti, amici miei, che dà il meglio di sé.” (leggi articolo completo qui)

 A seguire, fotografie provenienti dal Museo del Lombroso di Torino e alcune opere di Gunther von Hagens sulla metallica voce di Franco Battiato n “Shock in my town”.

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