Bidibibodibiboo: l’arte della provocazione. Parte Due: Il Trionfo Del Fallimento

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L’accusa, rinvigorita dalle parole del giudice, riprese la sua imputazione.

“Il caro buffone del mondo dell’arte è un incallito peccatore. Realizzando buchi, corridoi e passaggi segreti che si intrufolano dalla porta o che sgattaiolano dalla scena del crimine mette radicalmente e spudoratamente in ridicolo i principi base della nostra cultura. Adorati auditori, il nostro simpatico ospite non ha paura, né il benché minimo pudore, nell’esporre la nostra società con tutte le sue ingiustizie, violenze e drammatiche realtà e, alla fine di questa farsa sbalorditiva, non è neppure in grado di fermarsi per un attimo a pensare ad una soluzione.

È un bugiardo cronico ed ha saputo elevare la falsità ad arte sopraffina (20). La sua posizione è, dunque, ambigua, ma privilegiata, difeso da quanti lo chiamano genio moderno.”

Il nano si fermò e il giullare rientrò in scena.

“I suoi lavori, amabili intervenuti, sono intimamente sofferti e riflettono le afflizioni del mondo che ci circonda. E, quanto alla sua mancata proposta di soluzione, posso dire che l’imputato, forse più pavidamente che umilmente, si definisce uno dei tanti atleti nel gioco sociale. Ruba forme ed idee per creare un evento che rimanga impresso nella memoria, non con l’intento di provocare, ma con l’intento provocatorio di farci vedere ad occhi aperti, sollecitati e solleticati dallo straordinario potere delle immagini.

Ma, nonostante questo, l’arte, per lui, continua ad essere una struttura incompleta e fallimentare, un infinito tentativo di abolire le leggi dell’immortalità.”

La difesa estrasse delle foto dai calzoncini a righe rosse e blu.

“Ecco, egregi membri: nell’oscuro seminterrato di una galleria d’arte due dei guardiani stanno pedalando su due biciclette collegate a due generatori di corrente da cui partono due cavi elettrici che portano un debole chiarore dritto dritto fino ai soffitti. L’imputato ha, dunque, sostituito l’impianto di illuminazione con delle semplici lampadine. E’ in questo modo che il buffone si sente portatore di luce nell’oscurità dell’esistenza moderna?” Inveì l’accusa senza aspettarsi risposta.

Il giullare andò avanti. “Oppure. Riflettete gloriosi giurati, i guardiani non sono altro che l’alter ego del buffone, come ama chiamarlo questo bizzarro personaggio alto appena sessanta centimetri – si portò una mano alla bocca, sorridendo a denti stretti – Non si considera angelo di luce ma un semplice produttore, tra l’altro indiretto, di una piccola, flebile, frivola luce nel mondo. Lo spazio spoglio da questa illuminato, inoltre, deve farci riflettere sullo scenario sociale e artistico in cui è immerso e di cui diventa lo scrupoloso annotatore e non l’avido profanatore (Dynamo session, 1997).

Ma andiamo avanti, – mostrò la seconda foto – qui c’è una fossa rettangolare scavata in maniera del tutto simile ad una tomba, visibile al centro del pavimento con accanto il mucchio di terra che conteneva.”

“Piuttosto che esporre opere, l’imputato espone il vuoto. Niente di più offensivo e derisorio. Questo scherzetto funereo, come dice qualcuno, sottintende similitudine non troppo velata tra spazio espositivo e camposanto, in cui le opere altrui altro non sono che cadaveri.” Si scagliò il nano.

“Altrimenti – accorse il giullare – questa potrebbe rappresentare la sua tomba o semplicemente un rifugio personale in cui nascondersi, per penetrare una realtà distinta. E chi avrebbe il coraggio di seguirlo laggiù! La trasformazione della natura può avvenire soltanto attraverso l’accumulo di terra scavato per permettere al nostro corpo di essere sepolto (21). Una reinvenzione del principio di Archimede spostato dall’elemento acqua all’elemento terra.

E intanto l’ignaro spettatore si domanda turbato il perché di tanto e tale autolesionismo. Ingegnoso, direi! (Senza titolo, 1997)

Il giudice, per la prima volta, intervenne. “Come sostiene uno tra i miei più cari amici, la forma più alta di arte umana è la tragedia. E siccome forse noi siamo le uniche creature che intimamente hanno la consapevolezza di essere destinate a morire anche quando la morte non è imminente (22), siamo di fatto impotenti nel fare una scelta.

Per quanto ci abbiano sempre fatto credere nell’esistenza di qualcosa di eccezionale chiamato libero arbitrio, non siamo, invero, nella posizione di decidere e, in questo modo, attiriamo verso di noi, e per nostra stessa natura, soltanto fallimenti.”

Aveva parlato senza fermarsi nemmeno un secondo, come per paura di dimenticare qualcosa. “Continua pure giullare, ti starò a sentire…”

La difesa mostrò la terza fotografia: “Un cavallo imbracato e appeso al soffitto. C’è la sconfitta e, piano piano, l’attenzione si sposta verso la difficoltà di attualizzare l’energia potenziale che, in questo caso, è rappresentata dal cavallo. Da sempre simbolo di vita, libertà e vigore viene immortalato in quella posa surreale, nel frustrante tentativo di toccare terra e privato di tutti questi attributi.

Il fallimento di ogni utopia è spesso ispirazione per un’osservazione pessimista sulla natura (23). Trotsky, eroe politico, come suggerisce il titolo, è elevato ad idolo soltanto perché la sua posizione ideologica non è mai venuta in contrasto con la concretezza. Il cavallo da corsa, quindi, sfiora il distacco tra idea e realtà, condizione tragica di ogni mente attiva non corrotta (La ballata di Trotsky, 1996).

La scena viene bissata in Novecento (1997), in cui, diversamente dalla prima esibizione, le gambe del cavallo vengono esageratamente e volutamente allungate, esasperando, così, il senso di smarrimento.”

“Si tratta semplicemente di un monumento, simulacro di inettitudine” Protestò il piccoletto.

“Vostre decenze – si affrettò il giullare – non si tratta di inettitudine! La difficoltà di scelta non è data dall’incapacità di scegliere ma dall’impossibilità tangibile che l’essere sospesi sul nulla, assolutamente privi della propria capacità d’azione, comporta.” Strappò dalle mani del tipo leggero un’altra fotografia e la fece veder a tutti. “Questo non è altro che un lavoro rubato, ovvero un’improvvisata collezione di oggetti, diventati bottino di un furto compiuto ai danni di una galleria privata di Amsterdam. È stato, poi, presentato nella sede museale nel suo stato feroce, senza alcun tipo di mediazione, trasformando il ready made, in questo modo, in un raffinato escamotage al rigetto del lavoro nella posizione di artista.

L’idea di uccidere il padre comincia a farsi strada direttamente nell’opera, il cui titolo svela un ingiuria diretta a Duchamp, padre del ready made, elemento fondante dell’estetica del gesto in quanto opera. E il furto è nient’altro che un mezzo per muovere una critica ai valori modernisti della proprietà intellettuale. Pare che le cose, per il nostro cercaguai, incomincino a farsi interessanti solo quando prendono una brutta piega!”

“E vi pare questo il modo di affrontare un mostro sacro dell’arte moderna? Portando la tecnica utilizzata allo stremo, fino a superare quasi i limiti della legalità?” Si voltò l’accusa, in preda ad un fervore inaspettato.

Il giullare, noncurante, seguitò il suo discorso. “Il senso di inadeguatezza rispetto alle tradizioni artistiche, soprattutto quelle legate al formalismo del bel paese di cui questo beneamato figliolo è originario, lo portano a rubare oggetti a causa della perplessità sulla produzione di propri. Il senso di fallimento raggiunge il suo apice (Another fucking ready made, 1996). La ricorrenza del furto inteso come alternativa all’alienazione derivante dal lavoro gli permette di generare un vero e proprio tributo all’arte criminale.

La famosissima cassaforte scassinata – mostrò ancora una prova – vede il ritorno sulle scene del ready-made, sia per la scelta dell’oggetto comune da parte dell’artista, e più interessante, sia per la magia che l’atto criminale ha tracciato su di esso. La cassaforte è un oggetto affascinante perché custodisce i segreti più preziosi, che in questo caso sono il bottino.

Nell’opera è mancante, ma è prepotentemente presente nel titolo, diventando, così, l’effettivo nucleo dinamico del lavoro. Il tutto è sapientemente organizzato intorno ad una mancanza figlia di un fatto violento, provocatoriamente celebrato (-157.000.000, 1992).”

Riprese il nano. “Le sue strategie di sovversione si sono affinate diventando più radicali. Il nostro prode giovanotto è stato beccato in flagranza mentre riproduceva una copia esatta del lavoro di un artista chiamato John Armelder (Senza titolo, 1996).

È stato avvistato abbandonare un cartello con su scritto “torno subito” (Senza titolo, 1989) vicino ad una parete destinata all’esposizione di un lavoro ed ha anche avuto il benedetto coraggio di andare a denunciare il furto della sua auto, nella quale sosteneva ci fosse un’opera, chiamata Invisibile, che avrebbe dovuto consegnare al suo gallerista per una mostra.

Ovviamente, alla mostra ha portato soltanto il verbale di polizia che ne attestava la sottrazione (Senza titolo, 1992). Senza dimenticarci di quella volta che ha presentato al direttore di un museo un falso certificato medico, in cui dichiarava il suo stato di malattia e l’impossibilità di prendere parte all’inaugurazione della mostra (Certificato medico, 1989). Questi sono atteggiamenti degni di un vagabondo, perdigiorno, scansafatiche e pigro, non di uno dei più emblematici ambasciatori dell’arte contemporanea! E sia!”

“Beati elementi – apostrofò accorata la difesa – c’è anche un lato più scuro e malinconico, oltre il cinismo. Si evince, da questi suoi gesti una sorgente fortemente disfattista. Ditemi, di grazia, quando uno non può affrontare ansie e paure, che fa? Scappa. La percezione dell’ insuccesso lo spinge a prendere alla lettera la tattica affinata dell’appropriazione intellettuale indebita o, addirittura, a darsela fisicamente a gambe.

Prendete ad esempio uno scoiattolo appena suicidato in una cucina di casa in miniatura che ricorda l’infanzia dell’accusato. Attraverso gli stessi metodi di immedesimazione dei disegni antropomorfici e delle rappresentazioni empatiche, alla base dei famosissimi film d’animazione Disney, è possibile riconoscere il trauma dell’animale come nostro.

La messa in scena, infatti, è del tutto surreale e percorsa da un livello elevatissimo di inquietudine, mentre l’atto suicida è caricaturato dal titolo che riporta la celebre formula magica in grado di trasformare una stracciona in una principessa. Più che una magia, un miracolo! La situazione casalinga drammatica e senza via d’uscita si modifica in un’occasione di elevazione sociale e riscatto personale. Il suicidio, dunque, viene inteso come espressione massima della fuga, come supremazia e trionfo del fallimento (Bidibibobidiboo, 1996).”

Con un gesto largo delle braccia, pronunciando la formula magica, riprese il suo banco.

Il tipo leggero, intento, gli tormentava la testa con dei piccoli buffetti a cadenza ritmata.

“Lavorare è un brutto mestiere, vero, signor tipo leggero o come ti chiamano tutti qui? – riprese il nanerottolo impettito – Come ricavare il vantaggio più grande dalla propria posizione, senza esitazioni e per fini di lucro assolutamente personali? Vendendo il proprio spazio espositivo ad un’agenzia pubblicitaria. Una mossa astuta direbbe qualcuno. Ora ti dirò come la vedo io… – poggiò i pugni sui sonagli che il tipo leggero portava ai polsi – io la vedo come una festa in onore della tua congenita vocazione alla malavoglia! Non sapendo cosa fare, distribuisci il tuo spazio.”

“Lavorare è un brutto mestiere, vero! Chi ha il coraggio di dire il contrario? – chiese il giullare interessato ad avere una smentita – Non è solo l’indolenza la chiave di lettura del suo lavoro, ma la relazione che nasce tra il mondo della pubblicità commerciale e il sistema dell’arte, compresa la sua eterna fissazione per la visibilità, che, per qualche indefinibile motivo continua ad essere indissolubilmente legata al valore all’opera, conferendo nuovo prestigio all’artista. E allora la fuga è un dichiarato rifiuto a questo meccanismo oppure un gran bell’alibi per la sua pigrizia, almeno questo riconosciamoglielo (Lavorare è un brutto mestiere, 1993).”

“Guardate, guardate pure! – il nano pescò un’altra immagine – Lenzuola annodate che pendono da una finestra dell’ultimo piano di un castello medioevale. Oh ma che grande opera, che meravigliosa idea! Quale sarà stata la fonte di un’ispirazione tanto celestiale? Posto che costui se ne sia concretamente servito per fuggire dal castello la sera prima dell’inaugurazione, il sistema dell’arte è come una prigione da cui scappare? La serietà e il rispetto delle tradizioni che appartengono metaforicamente alla fortezza sono state oltraggiate, abbandonate e violate per abbracciare, anima e corpo, il disordine e l’insubordinazione. Toccante, quasi persuasivo.”

“Non sto cercando di andare contro le istituzioni! Sto solo mettendo in evidenza come tutti siamo corrotti alla fine, come la stessa vita sia irreversibilmente perversa (24).” Protestò l’accusato, continuando a sogghignare.

“Basta figliuolo, basta! – Ripeté il giudice, sistemandosi sul naso degli occhialini tondi decisamente demodé – Ricordati che non sei parte attiva in questo processo. Non ci sei, perciò lascia fare agli altri il loro mestiere e non farci perdere troppo tempo. Il tempo è… – esitò il giudice – confessa, ragazzo! E passami un po’ di cipria tu!” Parlò, rivolgendosi a Iano.

Il giullare posò la sua gelatina di mirtilli e si infilò, svelto, tra le parole del giudice. “Non si dice fuori dal gioco, piuttosto dichiara la volontà di stare nel sistema e di squadrare il suo funzionamento da un luogo preciso, strategico che ne consenta una visione interna critica, ironica, spettacolare e divertente. Lo sbeffeggio prende le fattezze di un inverosimile personaggio che si muove, lesto, tra il mondo della scuola e quello criminale.

Tutto ciò che è restrittivo e costrittivo è, ad ogni costo, respinto. L’opera consiste, in quest’ottica, nello stesso rifiuto di partecipare, riconoscendo la necessità di sognare, come il titolo evoca fortemente e di liberarsi dalle pressioni che l’essere al centro dell’attenzione di tutti comporta (Una domenica a Rivara, 1991). Se prestiamo attenzione a quest’altra azione – mostrò la foto di un asino in una sala illuminata da un lampadario antico – ne deduciamo che l’asino è la rappresentazione genuina di uno stato mentale o di un sentimento, quasi un autoritratto, mentre il lampadario è la visualizzazione del mondo dell’arte.

È chiaro che le due cose sono completamente estranee una all’altra, eppure stanno insieme, nella stessa stanza, a dimostrazione di come il contesto espositivo sia capace di soffocare la creatività di un artista (Warning! Enter at your own risk…, 1994). Quindi la posizione dell’artista egocentrico in cerca del capolavoro perde di attendibilità, nel momento in cui, l’imputato sostiene che per realizzare un’opera d’arte sia importante che questa attivi le strutture sociali e culturali che la circondano, all’interno dell’ambiente urbano.

La reazione del pubblico diventa parte integrante del progetto, ordita e inclusa durante l’ideazione. Ed è in tale maniera che invece di celebrare un eroe, l’artista eleva a modello una figura umana non inserita che evita il mondo del lavoro e delle regole sociali, creando la scultura di due disadattati, due emarginati dalla società, due outsiders. (Andreas e Matias, 1996; Kenneth, 1998).”

Il giudice batté altre tre volte il martelletto sul suo pulpito e, dopo essersi scattato una foto mossa con una vecchia Polaroid, interpellò la giuria. “A voi la parola!”

I componenti della giuria si alzarono e, col guanto sinistro, schiaffeggiarono a turno la difesa, il che, incomprensibilmente significava che non era stata capace di dimostrare l’ingenuità del suo cliente.

Iano corse al tabellone e segnò uno a uno.

Il tipo leggero rifilò con la gamba destra un calcio sugli stinchi del giullare. Poi si sedette e mangiò, bofonchiando, quel che rimaneva della sua gelatina di mirtilli.

“E che dire dei suoi personaggi? – la battaglia si era riaperta – Essi giocano impudentemente con le importanti icone della storia e con gli eroi della vita quotidiana, senza dimostrare il minimo rispetto per i più grandi.” Detto questo il nano prese delle fotografie e le mostrò alla giuria.

Un suono di indignazione si levò, unanime, nell’aula. “Non sono davvero convinto che la provocazione sia la chiave del mio lavoro! Non manipolo, né tanto meno sdrammatizzo la realtà. Io penso che la realtà stessa sia molto più provocatoria della mia arte. Se pensate che il mio lavoro sia dissacrante, vuol dire che la realtà è mostruosamente brutale e noi ne rimaniamo spaventosamente indifferenti (25).”

Il tipo leggero si lasciò scappare un sorriso scintillante a trentadue denti.

“Lascia stare, figliuolo, lascia stare! È inutile!” Borbottò il giudice, sventolandosi con un fiore amaranto.

“E chiaramente, presuntuoso e peccatore, proclama la sua innocenza.” Sospirò l’accusa, passando a rassegna una ad una le foto che aveva con sé. “Ai vostri deliziosi occhi, un’opera definita unanimemente provocatoria e, direi, a ragione ben veduta. In un’ampia sala vuota, sulla moquette di un rosso acceso, Giovanni Paolo II, rovesciato su un fianco, centrato, alle ginocchia, da un gigantesco meteorite che lo schiaccia a terra.

Cadendo, la pietra ha sfondato il lucernario, spargendo i frammenti del vetro rotto sull’intonso rosso cardinale. La scultura col volto del Papa sofferente ne dilata, indubbiamente, l’impatto mediatico. L’irriverente raffigurazione sottintende forse una punizione divina che punta ad atterrare il pontefice, frenandolo, a causa dell’ardore svelato nel suo mandato divino in tutto il mondo? La coincidenza dell’esposizione dell’opera con il ventennale della sua elezione al soglio pontificio e con la pubblicazione di una sua lettera agli anziani in cui parla esplicitamente della morte ha reso la collisione col meteorite, a tutt’oggi, più impressionante e scioccante.

Nel titolo dell’opera si legge il preciso istante in cui Cristo, morendo innocente sulla croce, chiede a suo padre, Dio: “Perché mi hai abbandonato?” In uno squallido scenario, intriso di nonsenses, il delegato di Cristo in terra muore incidentalmente su un palcoscenico vuoto, scabro, privo di quei contenuti allegorici, cari alla nostra tradizione spirituale.”

“Chi è senza peccato scagli la prima pietra.”Decise di intervenire saggiamente il giullare.

“E chi gliel’ha tirata quella pietra? Dio o Cattelan?” Ribatté sbraitando subito il nano, lasciando tutti a bocca aperta.

La giuria segnò su un taccuino -troppo rilevante-.

“Come pensi di difenderlo adesso, amico?” Fu il tono di sfida dell’accusa.

Il giullare, raccogliendo tutte le sue migliori intenzioni, recitò: “Illustri spettatori, come fate a non vedere che la sua sarcastica iconoclastia non punta all’abbattimento della cultura che ci appartiene, dei valori in cui crediamo e di cui voi siete sicuramente emeriti rappresentanti e strenui difensori. Semplicemente, incarna l’inconscio desiderio di ribaltare l’atteggiamento passivo e fatalistico dell’ambiente in cui è cresciuto, in cui tutti noi siamo cresciuti, alla costante ricerca della propria identità. Uccidere il padre è l’unico modo per sopravvivere.

Non è solo crudele, è inevitabile. Ogni modello, buono o cattivo che sia, è messo in ridicolo, metaforicamente assassinato e deprivato di ogni possibile potere, alla ricerca di una nuova dimensione, in cui è possibile che le immagini dell’arte e della vita crescano in costante simbiosi.

È così che attiva la memoria del passato, senza annientarla. Nei primi tempi, si può ammettere, l’imputato è stato un perfetto idiota, visto che continuava a incarnare l’artista affetto da una preoccupante forma di ansia da prestazione. Ha frequentato, quindi, quei rappresentanti del sistema dell’arte, sempre più vittime dei suoi ripetuti insulti e, confessando pubblicamente la sua inadeguatezza, ne annotava, divertito e preoccupato, tutte le anomalie.

Ora, finalmente, come se quel meteorite avesse colpito lui in piena faccia, entra in urto con la realtà, diventando capace di superare, con la sua stuzzicante irriverenza, i privilegiati circoli dell’arte. Nonostante il contenuto blasfemo e l’immaginario violento, questo lavoro potrebbe semplicemente essere l’equivalente visivo di una pessima battuta (26).

Ancora una volta l’idea del fallimento e dell’energia ghiacciata torna a tormentarlo. Per quanto grande ed affascinante, questo pontefice è un uomo e, come tale, si trova nella orribile situazione in cui non è possibile recuperare ai mali che deteriorano il nostro tempo. Nemmeno il rappresentante di Dio in terra, pur zelante e rivoluzionario, può tanto, non perché incapace, ma perché impotente, fermato da un segnale divino che, alla fine dei giochi, gli ricorda qual è il nostro inevitabile e necessario destino.

Le sue ossessioni prendono vita, la sua infinita intolleranza verso il potere respira contro la capigliatura vera della scultura, il suo macabro gusto per le assurdità fumettistiche trasforma le esibizioni in leggendarie epifanie o improvvise esplosioni”.

“Dobbiamo uccidere il padre, altrimenti ci tocca leccargli i piedi (27)!” Protestò il tipo leggero, convinto di aver detto una cosa scontata.

La difesa tacque, mentre l’accusa replicò a mò di predica. – Nessuno meglio di voi artisti, geniali costruttori di bellezza, può intuire qualcosa del pathos con cui Dio, all’alba della creazione, guardò all’opera delle sue mani. – Ecco il pensiero che Giovanni Paolo II ha rivolto ai creatori d’arte. Continua così… – Nel vasto panorama culturale di ogni nazione, gli artisti hanno il loro specifico posto. Proprio mentre obbediscono al loro estro, nella realizzazione di opere valide e belle, essi non solo arricchiscono il patrimonio culturale di ciascuna nazione e dell’intera umanità, ma rendono anche un servizio sociale qualificato a vantaggio del bene comune (28). – È questo il ringraziamento per una considerazione al di sopra di ogni aspettativa da parte di un uomo tanto potente ed attivo?”

La difesa con parlantina svelta e ineccepibile, favellò: “Potrebbe essere semplicemente il modo in cui l’imputato esprime il suo disappunto. Tu carichi la figura dell’artista di una responsabilità tanto pesante che io non riscontro, e Dio ti carica di una responsabilità altrettanto grave. Come dire, io non sopporto questo peso. Tu? Certo, si tratta magari di un modo un po’ sfrontato di parlare della questione, ma non si può negare che sbattere le cose in faccia così come sono sia l’unico modo per non creare quei fastidiosi fraintendimenti che sono alla base dell’incomunicabilità (La nona ora, 1999).

“La sua parata carnevalesca fa impazzire il mondo e lo getta in una foresta di paradossi e bugie (29).” Reagì il nano, alzando il gomito.

“O invece, – ridacchiò il giullare – c’è qualcuno che giura che i suoi lavori funzionano da cavallo di Troia, replicando perfettamente l’ordine delle cose per insinuarvi nuovi dubbi, così da infiltrare lo scetticismo in una struttura organizzata, cercando di sradicarla dall’interno e sempre a suo favore. Nonostante ciò, è aperto ad una varietà infinita di punti di vista, tanto più che gli interessa sempre meno l’effetto a sorpresa o lo spettacolo di per sé, ma la tensione che vivere nella confusione delle diverse versioni di una stessa storia provoca. Ci sarà pure un motivo se c’è ancora gente capace di credere che i suoi attacchi frontali non sono creati per imporre una visione unica o rompere un tabù specifico. Mirano a disperdersi nell’infinita varietà delle interpretazioni.”

Il giudice annuì compiaciuto e gli astanti si scambiarono un segno di pace.

Senza perdere tempo, cercando di riguadagnare terreno, il nano impugnò l’immagine che intendeva mostrare. “Un male talmente radicato da rendere difficile perfino pronunciare il suo nome(30).”

Ci fu una pausa lunghissima.

Il tipo leggero sbadigliò e chiese al giullare di svegliarlo, quando il nano avesse ripreso a parlare.

“Il dittatore è figurato in ginocchio in atto di chiedere perdono. La sua misura è stata lievemente ridotta, lasciando che la testa appaia vigorosamente sproporzionata, più grande, cosa che, come tutti sappiamo, è tipica dell’anatomia infantile e di quella delle caricature.

Come non avere una reazione di indignazione, rabbia, sdegno, orrore e, infine, vergogna, per quella mente che ha partorito un’idea così depravata? Come per dire, e se Hitler ci chiedesse scusa? Non vi fa tenerezza? La cosa, però, anche nelle intenzioni dell’artefice, risulta non probabile, considerato lo sguardo vitreo, fisso ed impassibile che definisce i suoi occhi.

Non potrebbe essere diverso da com’è, neppure se cercasse di chiedere scusa. Indifferente ai sentimenti, cinico e spietato anche quando domanda qualcosa per sè.”

Ovvero – rintronò il giullare – l’ossessione per la morte che questo personaggio incarna non è sintomo di mancanza di rispetto verso chi, causa la necessità storica, ne è stato vittima, ma è trasformata in un’arma contro la retorica del potere e, come ci ha già fatto notare uno dei più importanti artisti alla corte spagnola dell’Ottocento, partecipa al rituale dell’esorcismo contro gli spettri della storia e del potere.

Le possibili risposte del pubblico alla sua richiesta di perdono fanno parte dei progetti dell’imputato. L’attrazione per le nuove icone contemporanee implica una totale seduzione per il potere mediatico e simbolico che lo spinge a riprodurre la loro immagine come le percepiamo o, meglio ancora, come vorremmo percepirle, nel nostro umano immaginario personale e segreto.

Il rappresentante di Dio, umiliato da un meteorite, l’assassino più grande della storia, prostrato in ginocchio per penitenza, il presidente americano, senza vita e senza scarpe, e i due poliziotti inadeguati a star dietro a giovani malviventi messi sotto sopra, incapaci di fare qualsiasi cosa (Frankie and Jamie, 2002), esercitano un fascino indescrivibile sulla fervida immaginazione di questo tipo leggero (Him, 2001 ).”

Il tappetto, a passo di rumba, dichiarò: “Siamo tutti d’accordo che sia una cattiva e fastidiosa abitudine quella di usare, di proposito, atteggiamenti con doppio significato. Abbiamo ben capito che uno tra i suoi giochi preferiti è quello di portare le persone al limite dell’esasperazione, con le sue continuate impertinenze e ripetute mascalzonate, mantenendosi, però, appeso al filo dell’ambiguità e dichiarando candidamente il suo rifiuto nei confronti di una posizione che sia definita e definibile, facendoci anche credere che questa sia l’unica e logica posizione da prendere.

Tale sottile strategia è affiancata da una sorprendentemente fresca capacità di volgere, in qualsiasi momento, ogni situazione a suo favore. È il re del calcio d’angolo, ma di bello e regale nulla possiede, limitandosi ad essere l’impietoso ritratto dello spoglio, buio e misero angolo di una bettola malfamata.”

La difesa si agitò e, spazientita, e disse la sua: “Ma su, andiamo, dolci amici, sappiamo tutti che l’arte si è liberata dell’estetica e che l’estetica a sua volta si è liberata del bello. In effetti, l’imputato con l’estetica non ha nulla a che fare, dunque, perché continuare a spingere sempre lo stesso tasto? Ne viene fuori solo il monotono prolungamento di una nota. Non si costruisce così una melodia, signori belli! La statua di John Fitzgerald Kennedy nella Cappella dell’Academie des Beaux-Arts di Parigi, riesce a creare quella melodia, aggiungendo al suono già abbondantemente conosciuto e decisamente familiare, nonché venuto a noia, dei ritratti di personaggi importanti, la variazione nuova, originale, intrigante quanto stridente, dei piedi nudi.

Ancora una volta, la sfacciataggine del mio cliente è in buona fede, in quanto stringe l’interesse alla riconsiderazione dei miti e cerca di penetrare e divellere dall’interno quei processi che conducono alla canonizzazione di un’icona (Now, 2004).

Il nano si sistemò la gonna e, sbattendo le sue carte sul pavimento di marmo, manifestò un grande sentimento di feroce stizza: “Mia esuberante giustizia, lei sa quanta fiducia io riponga in lei, nella sua benevolenza, nella sua clemenza, nella sua magnanimità…”

Il giudice lo interruppe: “Taglia corto, nanerottolo, dove vuoi arrivare? Lo sai che non amo le lusinghe e che esse non producono alcun effetto ammaliante sulla mia integerrima persona… – poi con un ampio gesto delle braccia aggiunse, preoccupato per la grave omissione – hai dimenticato la santità, figliuolo, la santità!”

Toccò al nano: “Si, santità. Dicevo che non si può di certo, no, non si può davvero, restare placidi, mansueti e indifferenti di fronte ad una diavoleria di siffatta specie, signore!

“Santità, figliuolo, santità!” Incalzò il giudice.

“Si, santità!”

Il tipo leggero si girò verso la giuria e mimò uno smielato violino in preda ad un sentimentalismo esasperato. Il giullare lo bloccò in tempo, prima che lo sguardo acuto e allucinato del giudice potesse fermarsi su di lui.

Sorrise a bocca aperta, mentre l’accusa accusava: “Milano 2004. Si tratta di tre bambini, manichini di bambini, impiccati ad un albero, in Piazza XXIV Maggio, con le braccia lunghe e pesanti e gli sguardi spenti, morti! Addirittura, tale e tanta è stata l’indignazione dei passanti che uno di questi, nel disperato e comprensibile tentativo di rompere i cappi e tirare giù uno dei bambini, dunque salvarlo, si è ferito gravemente.

Per giorni e giorni queste scandalose, fastidiose e volgari immagini hanno invaso i nostri rotocalchi, accumulando milioni di reazioni di esterrefazione di fronte a questo abominio dell’arte così detta contemporanea.

Non c’è scusa che tenga.

Passi il Papa, l’uomo che rappresenta, da sempre, la nostra indubbia spiritualità, passi anche il presidente americano Kennedy, che incarna la nostra stretta vicinanza ad una cara alleata, nonché amica, nazione, passino le forze dell’ordine umiliate, derise e ridicolizzate al limite della mancanza assoluta di rispetto, addirittura peggiore delle già infamanti barzellette sulle divise nere a righe rosse, ma non toccarci i bambini, ragazzo, giù le mani dai bambini!”

Così dicendo il nano strappò la foto in questione, ma il giullare fece in tempo a tirarne fuori un’altra, accartocciata in una delle sue scarpe a punta.

“Sono quasi annoiato della ripetitività che l’andazzo della mia difesa sta prendendo. È chiaro che quanto detto in apertura di causa vale per tutte le accuse che questo signore sta ribadendo con estenuante coinvolgimento, dimenticando che la freddezza, anche al limite del cinismo, è un mezzo importante per poter vedere e fare vedere, in questo caso a chi deve giudicare, ma io oserei pure magari a capire e perché no, ad apprezzare, le malefatte del qui presente, con obiettività e neutralità.

Quella a cui si punta, ed è l’ambizione congiunta mia e del mio assistito, è l’imparzialità dei fatti che sola potrà essere strumento di decisione nell’assoluzione o nella condanna di un uomo.

Dunque, che dirvi?, curiosi spettatori, l’idea dell’infanzia sofferta perseguita incessantemente l’imputato, mettendone in risalto il lato cupo e malinconico. Certo, non stiamo negando che la provocazione sussista. C’è, è più che ovvio e sarei un bugiardo a sostenere il contrario.

Ma poiché non sono un bugiardo e ve ne ho dato prova, credetemi quando vi dico che questa sfrontatezza, apparentemente priva di ogni posizione ideologica o morale, così dura e scomoda o meglio fastidiosa, come ha amato assentire il mio amico, nasconde un sentimento fortissimo di sconforto e la sua percezione conduce, inesorabilmente, ad una spietata esibizione di quella miseria che affligge quotidianamente l’esistenza umana, di tutti, anche la vostra.

La provocazione è come un frisbee lanciato da un cieco, in mezzo alla strada più affollata della metropoli più grande del mondo. Ma, come ho già avuto modo di dire, essa si propone senza dubbio di incorporare anche tutto lo sdegno, la rabbia e la vergogna che la visione di quest’opera può portarsi dentro. Anzi, per dirla tutta, potrebbe essere intesa come passaggio obbligato per garantirne il suo persistere nella memoria. Un effetto collaterale previsto e anzi deliberatamente provocato (Senza titolo, 2004).

A questo punto, prima che l’accusa mi tedi con altre delle sue generose prediche, direi che è il caso di parlare di nuove due “uscite” del mio cliente che hanno visto come protagonisti dei bambini, considerati dallo stesso vittime innocenti e soprattutto impotenti, di fronte ad un potere bieco, orbo ed ottuso, costituito dalle regole degli adulti.

Sto parlando della scultura che nel 2003 dominava, sinistra, il tetto di un importante museo, accogliendone i visitatori. Non è chiaro se quella posizione precaria alluda ad una tragica fine incombente, la morte, a cui si potrebbe lentamente giungere, cadendo da quell’altezza, o a quello stato di beata ignoranza, cioè di incoscienza, che caratterizza i fanciulli e che li porta a compiere, con coraggio, poiché inconsapevoli delle conseguenze, anche gesti estremi e pericolosi, come, nel caso specifico, salire sul tetto di un museo per dare il benvenuto a chi ci si recherà.

È in questo modo che l’imputato potrebbe voler sottolineare e celebrare la freschezza dell’infanzia e quasi suggerire, a chi è capace di accorgersene, di imitarla, allontanando ogni paura di farsi male. D’altronde, già un celebre regista italiano, che non mi ha ancora retribuito per un lavoretto fattogli anni fa e di cui, quindi, non farò il nome, diventando benevolo pozzo a cui l’immaginario del mio protetto attinge generosamente, ha rammentato che il primo sintomo della pazzia degli artisti, quella che li rende diversi dal resto del mondo, sia salire sui tetti e salutare tutti.

Ancora, se non foste soddisfatti, la sua presenza fa viaggiare la mente verso l’illustre frase, letta sulla porta dell’Inferno dantesco dal chimerico viaggiatore che si accinge ad oltrepassarla: “Lasciate ogni speranza, o voi che entrate (31). ”

La cadenza ritmica delle bacchette sul tamburo, infatti, fanno pensare più che ad una festosa annunciazione del circo in città, ad una macabra marcia funebre che accompagna la torva natura spettacolare delle istituzioni dell’arte contemporanea. Ancora nel 2003, un altro bambino…”

Il nano aggredì subito la difesa, correggendola: “Minore!”

“Bambino – recuperò il giullare, freddo – si aggira in un museo a cavallo del suo triciclo, scorazzando, ovunque gli piaccia, senza dare conto agli sfortunati visitatori!”

“Questo atteggiamento, giuria di straordinari talenti, – fu lo schiamazzo dell’accusatore – comprende in sé una totale mancanza di rispetto per l’istituzione artistica. Quante volte vi è venuta la geniale idea di andare a vedere qualche mostra d’arte nel giorno della settimana dedicato al riposo?

Purtroppo, cari amici, non si tratta solo del vostro riposo, ma di quello della grande parte dei lavoratori, perciò immaginate a quanti di questi, magari con a carico mogli troppo esuberanti e prole vivace e ineducata, sia venuta in mente la vostra stessa geniale idea! Ed è così, che una domenica all’insegna della raffinatezza intellettuale si è trasforma in una disperata avventura nella giungla dell’inciviltà, che punta più alla conservazione della propria pelle, alla fine della giornata, dovendo districarsi faticosamente tra carrozzini e bimbi lasciati liberi per le sale del museo, che alla conoscenza e all’accrescimento culturale. Una scena ripugnante, degna del peggiore degli splatter. – L’accusa bevve un sorso di vino bianco da una bottiglia comparsa all’improvviso su un tavolo trasparente della grande sala e poi riprese a parlare – E questo tipo leggero che fa? Realizza un monumento al vostro più brutto incubo: innanzitutto perché il bambino, assomigliandogli, è sgraziato e disarmonico, e secondo poi perché esterna quel senso di disagio non parlato che nasce nel momento in cui ci si trova di fronte ad un ragazzino impertinente, ribelle e strafottente, che ti guarda con quell’espressione menefreghista e ti offre quel mezzo sorriso di arroganza che sale, lentamente, sulle sue piccole labbra.”

“Certo, – riattaccò chi sapete voi – soltanto chi non è dotato di una particolare sensibilità non si accorge che qui l’imputato sta raccontando di se stesso. Innanzitutto, mi sento nella posizione di dire che il fantoccio esprime una vena profondamente malinconica, come ho già detto di altri lavori, proprio perché rimane coerente, nelle sue molteplici contraddizioni, alla poetica adottata da principio, esprimendola attraverso il ricordo di un’età dell’oro, l’infanzia, perduta e, forse, mai veramente posseduta.

Pensate gente, questo personaggio si sente come un bimbo spaesato dentro quel meraviglioso mondo dell’arte che l’ha reso il più popolare, il più pagato, il più amato e il più odiato, che l’ha consacrato e, che, probabilmente, un giorno lo ucciderà, ma che, proprio per questo, non gli appartiene davvero (Charlie, 2003) .”

Il giudice sventagliò una mano, sollecitando la giuria a pronunciarsi sui fatti. Questa si levò in piedi e si diresse compatta verso il tabellone e, dopo aver spinto Iano contro uno specchio gigante, segnò due a uno per la difesa, il che, come è naturale, significava che il giullare stava funzionando a dovere.

Il tipo leggero si congratulò col suo avvocato e gli regalò un assolo di oboe della durata di venticinque secondi. Il nano si rivolse al giullare, per la prima volta in tono confidenziale, come se quello che stesse per dire potesse, poi, veramente importargli. “Scusami compagno, ti sei reso conto che incastrare questo tipo è davvero difficile?”

“Non è difficile – lo investì lui prima del previsto – è quasi impossibile! Ma se non fosse così, non sarebbe una cosa eccezionale. E’ normale che sia così! Dopotutto, se ci pensi, anche questa conversazione ha dell’assurdo. Non potrebbe accadere in un contesto diverso da questo. Ma tu stai facendo in modo che accada e questo è ciò che rende difficile l’impossibile.”

“Stai prendendo la stessa cattiva abitudine del tuo cliente, posso permettermi di dirtelo?” Domandò il nano.

“No. Non puoi, ma l’hai già fatto. Avresti dovuto prima fare la domanda, rispondere poi.” Sentenziò lapidario.

“E per rendere facile il difficile? Sai dirmi come?”

“Ah – sospirò il giullare – non c’è rimedio, no, alcun rimedio. Al massimo puoi variare il difficile in banale. Questo si, funziona alla grande, amico mio, alla grande!”

Il nano, dunque, tentò il tutto e per tutto ed esplose in un climax finale: “Odioso, un po’ viscido, a volte subdolo, capace di girarsi ogni situazione e persona a suo favore così spudoratamente bene da divenire una molestia. Calcolatore e strategico, mente col sorriso sulle labbra. Dice la verità solo quando si arrabbia molto e perde la concentrazione. Ma, anche in quelle circostanze, rarissime, bisogna prendere i suoi discorsi con molta, moltissima cura. Questo, siri, il vostro due a uno.”

Il tipo leggero saltò su nei suoi soliti guizzi e trilli e, contrariato da quel sinistro tiro mancino, aprì bocca per annunciare il suo pensiero, inosservante delle procedure.

Il giullare, accorto, fece in tempo a sostituirlo: “Sovversione delle regole? No! Abolizione delle regole. Tocca senza palpare, osserva senza guardare. D’altronde il suo stesso lavoro è così. Realizza sculture senza realizzarle. Fa arte senza farla. Vede cose che gli altri non vedono, sente voci e suoni che gli altri non percepiscono, cattura pensieri impensabili e poi? Poi tutto diventa miseramente affascinante, quando inciampa nella piattezza quotidiana. È allora che vive le vere rivelazioni. La folla parla, ma non risponde. E lui si limita a prendere nota, scrupolosamente, fedelmente. Essere qualcuno può funzionare, ma diventare difficile ed impegnativo, per questo non gli interessa più di tanto. Dovete credergli!”

Così dicendo si risedette per elargire nuovi consigli all’accusato: “Mai perdere le staffe!”

“Se io perdo le staffe, tu perdi la testa (32)!”


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(20) M. Gioni, “Rebel with a pose”, in A.A.VV. Maurizio Cattelan, op.cit.
(21) F. Bonami, “Static on the line. The impossible work of Maurizio Cattelan”, in A.A.V.V. Maurizio Cattelan, op. cit.
(22) Maurizio Cattelan, “I want to be Famous, Strategies for successful living”, Interview with Barabara Casavecchia, in A.A.V.V. Maurizio Cattelan, op. cit.
(23) F. Bonami ( a cura di), F. Manacorda, Maurizio Cattelan, Electa, Milano, 2006.
(24) M. Cattelan, “Interview with Nancy Spector”, in A.A.V.V Maurizio Cattelan, op.cit.
(25) M. Cattelan, “Interview with Nancy Spector”, in A.A.V.V. Maurizio Cattelan, op. cit.
 (26) M. Gioni, “Rebel with a pose”, in A.A:V.V. Maurizio Cattelan, op. cit.
(27) M. Cattelan, “Interview with Nancy Spector”, in A.A.V.V. Maurizio Cattelan, op. cit.
(28) Giovanni Paolo II, “Lettera agli artisti”, 4 Aprile 1999.
(29) M. Gioni, “Rebel with a pose”, in A.A.V.V. Maurizio Cattelan,op. cit.
(30). F. Bonami ( a cura di), F. Manacorda, Maurizio Cattelan, op. cit.
(31) Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto Terzo.
(32) La Regina di Cuori , nel film d’animazione Disney Alice nel Paese delle Meraviglie, 1956.
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4 thoughts on “Bidibibodibiboo: l’arte della provocazione. Parte Due: Il Trionfo Del Fallimento

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