Bidibibodibiboo: l’arte della provocazione. Parte Tre: Maurizio & Cattelan

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Come un lampo in piena estate, ripudiando l’immagine della sua testa che rotola e rotola dalle cime più scoscese del Paese, la difesa decise di dare una sterzata energica e decisiva al contesto in cui si stava svolgendo quello strano processo. Sicuro di possedere integre le facoltà di intendere e volere, volò verso lo specchio gigante contro cui era stato lanciato Iano.

Aveva capito che l’unico modo per giungere al proscioglimento del suo assistito e alla caduta di tutte le accuse imputategli era far conoscere quel piccolo uomo che si nascondeva dentro il tipo leggero a tutti i presenti e convincerli che si trattava di un essere certo malinconico, molto compiaciuto del drammatico gioco dell’esistenza, ma assolutamente innocuo.

Così spostò l’antica specchiera al centro della sala, appoggiandola al bancone del giudice.

Quest’ultimo, allegro, ma non troppo, cortesemente cercò di avere una spiegazione: “Perché questo enorme impaccio davanti alle mie marmoree membra, giullare? Non ne evinco l’arcano motivo, davvero! Saresti tanto garbato da espormi la questione, in questo preciso istante?”

“Lo specchio, mio intenditore, è il luogo dove la dissimulazione, l’ambiguità, l’ambivalenza della personalità dell’ imputato raggiunge il suo apice. La vena derisoria è rivolta alla propria immagine per muovere una sotterranea autocritica o semplicemente per buttare le mani avanti prima di cadere. A questa maniera, come lei, senza fallo avrà già colto, egli presuppone un dialogo aperto con se stesso riguardo alla relazione con il mondo. È in questa sede mia intenzione scindere le parti in causa e mostrare al mondo intero l’estrema vulnerabilità celata dietro quella languida crudeltà che lo caratterizza.”

Così, avendo compiaciuto l’ estroso arbitro, suggerì al suo assistito di guardarsi dentro. Quello, dall’ingegno acuto e dal palato fino, subito obbedì, senza troppe polemiche. Al troll, appena liberate le sproporzionate natiche dallo specchio in cui erano rimaste piantate, venne chiesto di raccontare quello che vedeva in uno dei frammenti che si era lasciato alle spalle.

“Io vedo un bambino seduto ad un banco di scuola. La sua aria è attonita e smarrita. Le mani, fissate al banco con delle matite appuntite, evocano spaventose visioni di castigo.”

Il giullare decise, allora, che era giunto il momento di mettere in pratica qualcosa di importante: “L’ imputato, singolari ascoltatori, si ritrae, non v’è ombra di dubbio alcuna, nel volto di quel bambino, attuando una mordace ironia. Perciò, è evidente, vi si identifica. Attenti, però, perché non per questa ragione, lo sconvolgente sadomasochismo ne viene addolcito.

Sappiate, a tal proposito, che questa scena cruda e violenta porta indietro nel tempo, quando, durante la sua infanzia, l’imputato ha letteralmente assalito un suo compagno di scuola con una penna a biro. Conoscendo questi fatti, mi dovete dare ragione se sostengo che la scultura tende a punire quel narcisismo, comunque fortemente sentito, per farne una grossolana crocifissione. E se Charlie non fa surf, vuol dire che arriva un giorno in cui, guardando indietro, capisci che qualcuno ha forzatamente ristretto lo spazio del tuo gioco per permetterti una supposta integrazione culturale nella società adulta.

Dietro ad una scena terribile e atroce, percepiamo lo sguardo di tenerezza che torna indietro nel tempo a cercare di comprendere dove è stato commesso l’errore (Charlie don’t surf, 1997). Il conflitto tra il mondo adulto e quello infantile si trascina dietro devastazione e solitudine, espressi sempre con spietata ironia (Senza titolo, 2000, Installazione West Flat Residence apartment at Art Pace, San Antonio).”

Il giullare chiese a Iano di leggere un altro frammento dell’ormai distrutta superficie riflettente: “Ci sono delle mensole, piene zeppe di libri di ogni dimensione e colore. In mezzo a questi, come se stesse per buttarsi di sotto o si domandasse come sia finito su quegli scaffali, c’ è un omino dall’aria confusa”.

“Ora ditemi, per favore, – la parola fu della difesa – se questa figura non esprime un fortissimo senso di inadeguatezza rispetto al mondo in cui è inserita. Accanto al pupazzo ci sono grandi nomi del panorama contemporaneo. L’ incriminato, piuttosto che inserire insieme a quelli pagine e pagine scritte da nomi autorevoli, che parlino del suo lavoro, della sua personalità, della sua poetica e del resto, decide di metterci quanto di più biografico potesse trovare: se stesso.

Ma è un se stesso caricaturato, miniaturizzato ed anche ridicolizzato. Le sue fattezze, certo già non troppo armoniche, sono state aggravate, i suoi difetti accentuati, lo sguardo svuotato di qualsiasi tentativo di autocelebrazione.

Cosa c’è di così spaventosamente dissacrante e ardito nella mente creativa di un uomo capace di puntare la provocazione prima di tutto su se stesso? Considerate, però, che in questa incantata commedia, gli angoli della sua bocca sono sempre rivolti verso l’alto. Ciò vi dimostra che anche il più crudele dei ricordi, la più brutale delle immagini, la più sofferta malinconia non sono necessariamente condizione di infelicità, previa consapevolezza.

La riflessione, inoltre, è interessante poiché si muove con sorprendente facilità tra una penetrante inquietudine e una allegra freddezza (Mini-me, 1999).

Senza che il nostro fido, quanto balordo amico, ci legga un nuovo pezzo, vorrei ribadire che la percezione di limitatezza, di spontaneità, di semplicità e di incompletezza ritorna quasi ossessivamente nei lavori di questo giovane. Nel 2001, con l’espressione inebetita esce dal pavimento della sala dedicata alla pittura dell’ 800, in un museo di Rotterdam.

Tutto il carico che un artista europeo oggi si porta sulle spalle, non più bagaglio di conoscenza, ma zavorra scomoda, viene scoperto come se fosse la prima volta, con occhi affascinati e allo stesso tempo intontiti, perché poco avvezzi ad una osservazione genuina dell’arte. La sua posizione nei confronti dei grandi maestri e dei veri capolavori è come quella di un adulto che riscopre, in una soffitta dimenticata ed impolverata, una scatola di vecchie fotografie, ancora con un sentimento insieme di malinconia ed indifferenza”.

“L’atteggiamento è ambivalente, giudice, mi consenta!” Si introdusse il nano. “Infiltrandosi da un buco sul pavimento, metodo per anni adottato da una famosa banda di ladri, l’accusato evidenzia la sua dichiarata propensione al furto, insinuando quasi il dubbio che qualcosa stia per essere trafugata. E forse il suo sguardo è svanito perché incapace di riconoscere la vera bellezza!”

“L’ambiguità, signore, il nostro accusatore ha finalmente colto il segno! – ironizzò la difesa – Meglio tardi che mai, signore!Vorrei permettermi di dire, signore, – il giullare al giudice – che la bellezza, in questa sede, non centra un bel fico secco, signore! La vera bellezza, non esiste, come, d’altronde, non esiste la vera bruttezza. Esistono le cose vere e le loro inesauribili interpretazioni, signore!”

Il tipo leggero alzò la mano e, senza attendere che gli fosse data la parola, parlò: “Nel mio lavoro, signore, uso le cose che mi circondano, quelle della società in cui vivo. Questi sono i miei oggetti. Lavoro con le cose che sono intorno a me (33), signore… Signore? Ehilà, signore! (Senza titolo, 2001)”.

Così dicendo, il tipo si era spostato verso la grande finestra che illuminava la sala e, catturato da un vivace chiacchiericcio proveniente da una delle balconate sottostanti, salutava, agitando la manina, un gruppetto di esuberanti signore che strizzava gli occhioni e sorrideva malizioso.

“Torna a sedere, figliuolo! Stiamo facendo una cosa seria qui, capisci?” Fu la demotivazione del giudice che si infilò delle cuffie collegate a un giradischi, mentre dimenava la testa a ritmo di musica.

Iano descrisse il terzo coccio: “Una parete bianca, tempestata ossessivamente da maschere colorate ritraggono il viso del tipo leggero. Alcune sono fedeli, altre si allontanano dall’originale, perdendosi nelle possibili infinite variazioni somatiche!”

Il giullare andava avanti a raffica, senza concedere al suo avversario nemmeno un sottile spazio per potersi infilare e rovinare tutto: “Tra i molti lavori che il mio assistito sostiene di aver fatto c’è anche quello del donatore di sperma. – La giuria si rivolse espressioni di incredulità – È inutile che facciate quelle facce inorridite, non c’era la sua foto sul contenitore! – La giuria riprese colore e tirò un sospiro di sollievo. – E per la serie i mali non vengono mai da soli, ecco a voi la sorprendente moltiplicazione del suo volto sotto forma di piccole maschere in lattice, attaccate al muro come se lì ci fossero schizzate, spermatozoi pronti a diffondere il proprio seme. L’ identità si moltiplica, si scissa nelle tante soggettività che il reale ci impone. Il rapporto con gli altri e con la pluralità determina la costruzione dell’io, non frammentato, ma sfaccettato.

Questa sfaccettatura conduce ad un’accettazione non obbligatoriamente disperata della complessità, quale condizione invariabile del nostro essere nel mondo. Dunque essere uno, nessuno e centomila nello stesso tempo non solo si può fare, è, addirittura, l’unica cosa da fare. Il pensiero indugia sull’idea che probabilmente non si supera mai la fase dell’adolescenza e che, nonostante le rigide imposizioni che noi stessi ci siamo creati su misura, non si diventa mai adulti, persi nella sempre nuova pluralità dell’identità (Spermini, 1997).”

Il giullare esitò attendendo una reazione qualunque dalla giuria.

Ma, nel frattempo, l’accusa aveva già messo in circolazione altre immagini: “Abbiamo rinvenuto questi disegni fatti su acetato che ritraggono l’imputato in una serie di isterici identikit polizieschi. Un pazzo in preda ad un esacerbato autocompiacimento, si concede il lusso di prendersi gioco di uno dei concetti più importanti della psicoanalisi, il Super-io! Una cosa assolutamente inaccettabile.” Se ne uscì il nano, mostrando anche sul tavolone del giudice le carte in questione. Era riuscito, seppur a rilento, a reinserirsi nel dibattito, a riappropriarsi del suo ruolo, a stare nuovamente sotto le luci della ribalta, i mastodontici candelieri dell’aula.

E l’avvocato difensore, come ovvia consuetudine, controbatté: “Appunto quel concetto, quello che impone al soggetto di interiorizzare le regole morali e i freni sociali, rendendolo, così, prigioniero. Proprio quello l’imputato vuole mettere in risalto!

Facendosi raccontare e descrivere da diversi amici, ci fa arrivare alla conclusione che l’esistenza di un io unitario è impossibile, poiché quello che gli altri vedono è solo una delle innumerevoli sfaccettature che determinate circostanze, certe persone o particolari stati d’animo pretendono dal nostro essere. L’assurdità della coerenza e dell’armonia, dunque dell’equilibrio, è abilmente magnificata, partendo dall’idea che la consapevolezza è già un primo passo verso l’accettazione del caos, l’unica e costante possibilità per una vita anche leggera.

Il ricorso alle procedure delle inchieste di polizia, seguenti all’atto criminale, inoltre, permette al farsesco egotismo (Cattelan, 1994) di confrontarsi con la necessità di evasione e di fuga, quella che ognuno di noi e ognuno di voi, vorrebbe poter un giorno mettere in atto, di nascosto da tutto e da tutti, per provare a resettare e a ricominciare con una nuova partita. In tale modo, si contempla una possibilità di uscire dalla complessità tipica dell’adolescenza per entrare nel così detto mondo adulto. Questo passaggio non consiste nell’accettazione delle imposizioni che ci costringono ad ignorare la molteplicità, ma in una consapevole ammissione della sua esistenza (Super Noi, 1992).”

“Leggo il quarto pezzo, vero? Posso?” Domandò il troll irrequieto.

Il tipo leggero scosse la testa affermativamente.

“C’è un cane ai piedi di un grande camino bianco. Dorme placidamente.”

La difesa, dalla parola svelta, riuscì ad interrompere sul nascere una frase del nano, per intervenire: “L’ utilizzo degli animali, come vi ho mostrato precedentemente, ritorna nei ritratti dei cani che appaiono come una poco gradita ma possibile presenza nelle sale in cui il mio assistito ha avuto la possibilità di operare. Se poteste entrare in questo piccolo specifico frammento di specchio, miei prodi, avvicinandovi casualmente, vi accorgereste, con orrore, che quel cane non sta dormendo placidamente, è morto, con lentezza, senza che se ne sia nemmeno accorto. Morto, stecchito.

L’idea è quella secondo la quale l’approvazione della paralisi della esistenza di tutti i giorni, rappresentata con meticolosa autenticità, conduce ad un graduale abbandono del processo della vita, trasformata irreversibilmente dal corso del mondo. Il suo obiettivo, infatti, è quello di far sembrare i suoi animali veri non vivi, memento di tempi migliori. La consapevolezza è che tutto muore, lasciando tracce non attraverso la creatività, ma attraverso la volubilità di una società asfissiata che muta le icone in cariatidi, più preparata com’è a mantenere e conservare la storia, piuttosto che a cambiarla. L’ idea di aggressione passiva e di paura minacciano incessantemente la nostra capacità di reazione, lasciandoci immobili, apparentemente addormentati, ma, alla fine, moribondi (Stone dead, 1997). Per poi un giorno, poiché tutto è in continuo divenire, seppellire, una volta per tutte, il perenne conflitto tra vita e morte (Piumino, 19781998).”

Il nano riuscì ad approfittare dell’ attimo in cui il giullare stava riprendendo fiato per dire: “Io non sono troppo convinto…”

Ma fu subito interrotto: “Se non sei troppo convinto, allora sta zitto e ascolta. Puoi leggere, caro, continua a leggere!” Disse la difesa al troll. “Uno struzzo con la testa infossata nel pavimento.”

“Tutto qui?” Domandò sprezzante l’accusa.

“E che cos’altro ti aspettavi da uno struzzo? La morte del cigno?” Si intromise l’avvocato del diavolo. “Lavoro assolutamente autoreferenziale. Il successo è visto come una cosa inseguita, sognata, fortemente voluta nel conclamato intento di farsi accettare. Ma spesso, essere accettati è peggio che essere rifiutati.

Nel momento in cui qualcuno ti riconosce dei meriti devi dare sempre conto di quello che hai fatto. Questa cosa crea fortissime pressioni e un’ insostenibile ansia da prestazione. La paura di fallire e di non essere all’altezza della situazione, quindi, induce a fuggire. Giovani eroi, qui si celebra, per le ragioni sopra dette, l’ incapacità di prendere parte attivamente ad un evento e di viverlo solo passivamente, a metà, col corpo e senza testa, mantenendone sempre le indispensabili distanze (Senza titolo, 1997).

E che dire dei pezzi esposti nel 1995 e nel 1997 in Germania, raffiguranti rispettivamente un asino, un cane, un gatto ed un gallo tassidermizzati ed un asino, un cane, un gatto ed un gallo scheletriti? Sottolineando l’ importanza dei rapporti sociali, questi animali ci ricordano che solo la creatività e l’amicizia ci aiutano veramente a superare ogni ostacolo, perché da soli, ad un certo punto, ci si deve fermare. Per continuare il cammino c’è bisogno degli altri. Le quattro bestie rivivono indubbiamente dalla popolare storia dei Musicanti di Brema dei fratelli Grimm.

Abbandonate dai loro padroni, perché ormai vecchie, inutili ed inadatte a svolgere qualunque tipo di lavoro, decidono di unirsi per percorrere insieme le strade dell’avventura, improvvisandosi scaltri ladruncoli, pur di mettere ogni giorno il pane sotto ai denti. È chiaro che il secondo lavoro è una rielaborazione del primo ed esprimendo la volontà di non esibire lo stesso pezzo, l’imputato ha ben pensato che quegli animali, dopo tre anni, avrebbero potuto essere nient’altro che ossa.

La colonna di scheletri, perciò, congiunge i compagni in un collettivo destino di morte. Ancora una volta, alla fine di tutto, si raggiunge un duplice obbiettivo. Il risvolto è sempre quello tragico, poiché rimuove ogni speranza al lieto fine della storia originale e, grazie a questa autentica tattica, non ha esposto l’ideatore lo stesso pezzo (Love saves life, 1995; Love lasts forever, 1997).”

Il giudice annuiva attento, mentre, adagio scivolava nel più dolce dei suoi sonni.

Il tipo leggero, quasi stufo della messinscena, decise di creare un po’ di scompiglio, come se quello che già c’era non fosse abbastanza, e si levò, di scatto, in piedi. Si precipitò, spedito, contro una parete e in men che non si dica, con una punta metallica simile ad un ago da materassaia, tracciò la celebre Zeta di Zorro sulla carta da parati color ocra che decorava l’aula alle spalle del giudice. Questo, il giudice, balzò su spaurito, chiedendo chiarimenti più puntuali.

Il giullare, spiazzato da questo insensato gesto del suo cliente, improvvisò una interpretazione alla meglio: “Sua divinità… credo che ci troviamo forniti di tutti i mezzi per giustificare una tale mossa apparentemente sovversiva e sacrilega, maestà. – si contorceva le dita, cercando di non sembrare troppo turbato – Il concetto, sire, il concetto è da non sottovalutare!”

“Obiezione, mi oppongo! Ma cosa vuoi spiegare, menestrello, cosa? – domandò insinuante il nanerottolo – Questo comportamento anarchico dimostra, amici lontani e vicini, che l’accusato è stato giustamente accusato e, perciò, è, senza dubbio, colpevole. Si beffa di uno dei maestri più rilevanti nella formulazione di un linguaggio pittorico innovativo che, lacerando la tela, spalanca nuovi spazi nella bidimensionalità, vestendo i panni del ladro gentiluomo. A morte!”

“Non mi sembra il caso di tirare le somme del dibattito né di tirare i piedi all’imputato. – corresse la difesa – Credo che si possa tentare un compromesso, santità!”

Alla pronuncia di quest’ultima parola, il viso del giudice, che fino a quel momento aveva asserito ad ogni frase uscita dalla bocca dell’accusa, si illuminò di una luce accecante. Perciò disse accomodante: “Sentiamo, caro, dimmi pure, quale compromesso?”

“Il mio imprevedibile assistito – iniziò il giullare – sta svelando a tutti il suo essere più intimo e privato, un essere in costante lotta tra bene e male, tra profondità e banalità, tra indifferenza e passione ed, infine, tra genialità e imbecillaggine. – gli rivolse, premendo sull’ultima parola, uno sguardo di rimprovero – Contraddizione incantevole, perché assolutamente conforme alla natura umana (Senza titolo, 1996).”

“Obiezione respinta! Proseguiamo.” Il giudice batté il martelletto e Iano lesse ancora un frammento di specchio: “Vedo un tipo smilzo col dorso sul pavimento di un ambiente bianco e impersonale, la lingua fuori dalla bocca, i gomiti tesi verso il petto, i pugni chiusi e stretti e le ginocchia piegate in posizione fetale. La risata forzatamente isterica.”

“Un idiota!” Deliberò il nano.

“Un cane che fa le feste al suo padrone e si gira a gambe all’aria per ricevere le coccole sulla pancia! Un forte segno di sottomissione (Senza titolo, 1995)!” Fu il ragionamento di soccorso.

“Un cretino, allora!” Stabilì, di nuovo, l’accusa. “Come quello inquadrato in un portafotografie, mezzo nudo, con le mani unite a formare una specie di cuore sul petto!”

“Ma cosa centra quella storia, adesso?” Dichiarò il giullare in una vecchia domanda retorica. “Ho già spiegato la risoluzione dell’incriminato nel divellere le sue radici appartenenti alla classe operaia. La voglia di raggiungere la stabilità tipica della borghesia lo incastra, però, in una posizione ambivalente: da una parte, la cornice in argento riporta alle convenzioni di cui questa classe sociale è pregna, dall’altra, quelle mani congiunte in un metaforico cuore emergono come uno schiaffo in piena faccia, più simile al dito medio alzato che al desiderio di esprimere gli affetti. È sempre la solita storia, una battaglia per l’amore e la gloria, una questione di dare o morire (Lessico familiare, 1989) (34)!”

“C’è anche un giovane con uno smisurato tappo di sughero in bocca qui, sapete (Senza titolo, 2000)?” Aggiunse il troll, incuriosito dalla scena.

“Esempio che il nostro basso accusatore dovrebbe seguire!” S’infervorò il giullare.

“Ah si? – tuonò il piccolo con la sua stridula voce sottile – Io ti suggerirei di trovare una nuova collocazione per quell’oggetto, potresti ricavarne preziosi giovamenti!”

“Io non ammetto un’insolenza di tale specie e bassezza! Io non ti permetto di sproloquiare sulla mia persona e sui miei gusti personali! Io non ti starò a sentire un minuto di più!”

Il giullare incrociò le braccia e girò la testa dall’altra parte.

“Se non vuoi ascoltarmi, cantastorie senza più storie, alza i tacchi ed esci fuori da questa stanza!” Attaccò, per sua natura, il nano.

“Tu sei l’essere più spregevole, insulso, miserabile, indegno, volgare e misero che abbia mai messo il suo minuscolo piede in quest’aula santa!” Si difese la difesa.

I giurati giuravano di non aver mai assistito ad una scena così spettacolare, qualcuno già passava pop-corn e bibite, qualcun altro filmava con la fotocamera a tre pixel del suo cellulare di ultima generazione la memorabile sfuriata dei due avvocati, altri ancora aggiungevano caos al caos, inscenando nuove risse fra loro.

Il tipo leggero intrecciò le mani dietro la testa e tese le gambe, attorcigliando i piedi, per ammirare quel meraviglioso soffitto stellato, mentre un buffo e triste elefante, preservato da un lenzuolo bianco, solo con gli occhi e la proboscide scoperti, lo attraversava, lento (Not afraid of love, 2000).

Il giudice, dopo essersi portato le mani alle orecchie, dilatando spaventosamente la bocca in una funerea e pallida smorfia allungata, schiamazzò: “Che entri il primo testimone!”

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(33) M. Cattelan,“Face to face”, Interview with G. di Pietrantonio , in A.A.V.V. Maurizio Cattelan, op. cit.
(34) B. Larbey, As time goes by, colonna Sonora del film Casablanca, 1942.

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