Ground Zero: mattoni come parole

Anche oggi, prima di affrontare un nuovo rocambolesco viaggio dentro la storia dell’arte e delle sue immagini, indietro nel Tempo, fino al punto esatto in cui l’uomo ha cominciato a confondersi e a confondere con l’utilizzo improprio dei suoni, delle articolazioni vocali legate alle parole che a loro volta si riferiscono arbitrariamente a una serie di segni convenzionali  che per qualche bizzarra umana ragione si associano a un specificato oggetto, voglio fare una doverosa e necessaria premessa.

Decidere di parlare di alcuni argomenti, i quali si palesano (solo a chi riesce a intenderli) attraverso le opere dell’intelletto e dell’estro umano, è una sfida quanto mai coraggiosa.

Per diversi motivi: si può rischiare di essere presi per folli da quanti non comprendono, e nemmeno contemplano, una via di ragionamento che non si sostituisce, piuttosto si affianca al “tradizionale” approccio conoscitivo empirico intellettuale tipico della nostra cultura occidentale di matrice razional-materialistica; si può rischiare di dire e scrivere, il che è peggio, un mare di castronerie che restano indelebili sul server di wordpress. E, forse, nelle vostre memorie remote.

Ci tengo particolarmente a delineare la mia posizione.

Gli spiritualisti del web, ma anche del mondo intellegibile, si dividono in due grandi categorie: i fancazzisti newage e gli pseudo esoteristi fanatici del pentacolo rovesciato.

I veri occultisti camminano sulle Strade Alt(r)e.

Ciò detto, vado a incominciare.


Genesi 11,1-9

1 Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. 2 Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. 3 Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. 4 Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra».5 Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. 6 Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro Opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. 7 Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». 8 Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. 9 Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

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Di solito non ha molto senso parafrasare brani provenienti da testi ritenuti sacri, perché fondamentalmente, la comprensione intuitiva, per chi ha il cuore scevro da pregiudizi e pieno di intenzioni pure, è immediata e arriva dritto dove deve arrivare.

Per l’appunto, l’episodio della Torre di Babele è tanto affascinante quante sono le sue molteplici chiavi interpretative e i multiformi piani di letture. La sua bellezza eterna sta nella possibilità di applicarlo a qualunque epoca storica riuscendo sempre a renderlo contemporaneo e attuale.

Nondimeno, sussistendo interpretazioni su cui sono state fondate intere correnti di pensiero, mi piace, attraverso l’arte, analizzarlo, questo particolare evento, a metà tra storia e mito.

Da esso avvenimento è scaturita la molteplicità dei linguaggi che ricoprono la nostra Terra.

O almeno, così dicono.

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole.

Qualcuno ha lasciato chiaramente intendere che questo significasse  “armonia di intenti, di sentimenti, di governo e di religione”.

In realtà, noi sappiamo che in principio era il Verbo, quindi nessuno ci impedisce di pensare che la sola lingua e le stesse parole si riferissero a un sistema di comunicazione basato sull’univocità tra suono e significato. Vale a dire che un determinato suono, una particolare articolazione fonetica corrispondeva solo e soltanto a quel determinato oggetto. Univocamente, appunto, e senza possibilità di personale definizione.

Considerato che il linguaggio era così profondamente com-preso nell’anima umana, non vi era evenienza di errore nella ricezione del messaggio.

Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono.

Lo spostamento da Oriente a Occidente la dice lunga sul passaggio culturale che è in atto in quel dato momento storico. L’uomo si sposta e cambiando area geografica modifica la sua evoluzione.

Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra».

Questo particolare passaggio mi fa immancabilmente pensare, parallelamente a interpretazioni più intime, ai nostri giorni contemporanei e ai grandi poteri (occulti?), nascosti tra un ammiccante cartellone pubblicitario e un orecchiabile tormentone estivo, i quali cercano, in modo pedante, di edificare una nuova Babele.  Un impero universale in cui tutti parlano la stessa lingua, sono concordi e unanimi su tutto, pensano e agiscono nella stessa maniera, sono unidirezionati, totalmente avvinti dal consumo reso automatico e istintivo e addentrati nel vortice dei piaceri prettamente materiali, immersi nella dipendenza da denaro e sesso e del tutto addormentati sotto la grande coperta della globalizzazione.

Chiaramente, gli intenti delle due “costruzioni” paiono partire dalle medesime premesse.

Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo.

A questo punto il Costruttore scende sulla terra per venire a vedere che cosa è questo edificio che gli uomini hanno innalzato verso il Cielo.

Pare doveroso precisare che Babele non è soltanto una Torre ma un’intera città, grandissima, di cui la Torre rappresenta il punto più alto di guardia.

In realtà, però, la fabbricazione è talmente piccola che la divinità deve mettere i piedi sul pianeta per analizzarla attentamente, ché dalle regioni alte non è nemmeno possibile vederla.

Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro Opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro»

“Questo è l’inizio della loro Opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile.”

È una frase che io leggo di una meraviglia indicibile.

Dio scende dal Cielo e si rende conto che l’uomo, la sua creatura (qualcuno direbbe il suo miglior esperimento), ha cominciato, insieme ai suoi simili, la sua Opera. Hanno, in pratica, dato il via all’evoluzione spirituale dell’intera umanità. Non solo ne prende atto, Dio insieme alle altre entità spirituali che sono con lui e che si evincono dalla Scrittura, ma comprende che questa realizzazione non sarà loro impossibile.

Che ci riusciranno.

Adesso, per quanto possiamo non essere avvezzi alle letture dei testi sacri, parrà anche ai più profani che non vi è scritto in alcun dove che Dio reputi questa Opera architettonica un insulto alla sua supremazia. Né tantomeno che la dispersione dei popoli, così come delle loro lingue, sia una qualche punizione inflitta per colpire la superbia umana nel volersi avvicinare al cielo.

Bene. E allora perché decide di porvi fine così?

Non è ancora il momento. I tempi sono ancora acerbi.

Perché prima di risalire al mondo delle ragioni spirituali, bisogna maturare nell’esperienza umana della personalità.

La Torre crolla perché é ancora impossibile, al tempo dei babilonesi, accedere al Cielo attraverso l’individualità umana.

Essa rappresenta il passaggio dalla spiritualità umana all’umana personalità. La sua caduta rappresenta la missione della civiltà babilonese nella storia dell’evoluzione dell’umanità sulla terra, il punto di svolta dal quale portare sul piano fisico le conoscenze spirituali acquisite negli antecedenti periodi  post-atlantici, attraverso le singolarità delle popolazioni che, in questo modo, si distinguono e spargono per il globo.

Qualcuno ha interpretato dicendo così: Se capiamo bene il testo, significa che Dio impedisce che gli uomini possano distruggere una parte essenziale dell’umanità, che è la diversità. La diversità non è un fenomeno secondario, è un fenomeno essenziale e non si può toccarla. Se gli uomini provano a cancellare la diversità culturale, delle nazioni e così via, toccano un elemento assolutamente essenziale che, nel linguaggio biblico, è sacro.”

Ecco, io non confuto questa ipotesi, perché appunto, come dicevo sopra il fascino di questo mito sta proprio nelle sue letture diversificate e poiché a tutt’oggi è possibile riscontrare nell’appiattimento indotto una strategia di potere e di controllo.

Questa tanto ambita diversità, però, è al contempo un grosso pericolo perché un errore di qualunque natura nell’esegesi della storiella comporta una serie di fraintendimenti colossali su cui poi viene montata tutta una cultura mendace e distruttiva del vero Sapere.

La questione della diversità è a doppio taglio: se da una parte essa arricchisce, dove vissuta con intelligenza, il patrimonio antropologico, dall’altro porta a un’esasperazione del relativismo e conduce lentamente alla deriva della ragione, per cui ognuno si crede detentore di una qualche personale superiore verità.

Massifica mentre convince tutti a mostrarsi diversi, spingendoli a essere violentemente determinanti nella loro singolarità.

E questo è, in effetti, ciò che storicamente accade fra i popoli, le nazioni a causa, per esempio,  delle religioni o della politica. È ciò che si consuma quotidianamente come cronaca nera davanti ai nostri occhi chiusi.

Con intrepidezza e compassione, invece, andremo incontro alla non necessità delle diverse religioni.

Si giungerà, mi auguro al più presto, a un punto in cui ogni uomo dovrà riconoscere nel suo simile l’impronta di gerarchie superiori le quali operano attraverso la carne e su di essa imprimono il loro Lavoro di fratellanza e rispetto.

In quest’ottica, le religioni non avranno alcuna ragion d’essere, giacché ogni incontro fra gli uomini sarà religioso, sarà un sacramento. Ognuno scorgerà nel suo fratello l’impronta spirituale attraverso la materia che allo spirituale riascende.

E allora sarà di nuovo il Verbo, alla fine come al principio. A ogni articolazione fonetica corrisponderà solo e soltanto un determinato oggetto,  con consapevole univocità.

Concludo, riassumendo che non è possibile per i babilonesi innalzarsi al cielo perché l’esperienza cristica ha ancora da venire e con essa il nuovo indissolubile rapporto corpo/spirito oltre la morte.

Cristo sperimenta col suo corpo l’impotenza umana morendo crocefisso sotto gli occhi increduli di quanti si beffano di lui. Dal riconoscimento di questo limite, in realtà Egli riceve un’affrancazione dall’impotenza stessa fino alla Resurrezione dell’anima nello spirito.

In questo modo la morte libera dai vincoli della piccolezza umana e apre le porte verso un’esistenza superiore.

Solo oggi si può intraprendere la risalita, mentre, all’epoca della Torre, allo stato evolutivo in cui l’umanità si trova, non è affatto possibile.

“In questo genere di cose effettivamente viene provveduto affinché all’uomo non crescano troppo le ali e non diventi troppo orgoglioso, quando aspira a una vera conoscenza.”

Quindi scopriamo che c’è molto altro dietro al fattuncolo enarrato dai pulpiti domenicali, ché non è una questione di peccato. Una bazzecola in confronto al progetto evolutivo cui l’umanità e il suo pianeta sono destinati.

Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

Oggi, il nostro linguaggio non esiste più in quanto suono univoco inconfutabilmente riconducibile a un precisato oggetto, ma come mutato rapporto prettamente convenzionale e arbitrario a riempire lo spazio tra il pensiero e la parola.

Credo sia giunto il momento di chiarire alcuni punti riguardo alla lettura della storia e della sua evoluzione dal punto di vista di una Scienza che si rende indispensabile per lo sviluppo mistico dell’umanità e che porterà luce su alcuni passaggi della mia personale interpretazione del fatto in oggetto.

Riconosciamo un periodo antico fino alla catastrofe atlantidea. Da questo momento in poi, si susseguono epoche post-atlantiche così sistemate: epoca paleo-indiana e paleo-persiana, epoca egizio-caldaica, epoca greco-latina, epoca dell’anima cosciente (quella dei nostri giorni), sesta e settima epoca ancora da venire.

Associo lo stato intrauterino all’epoca paleo-indiana e paleo-persiana, un’epoca in cui il “bambino” è in uno stato di grande (chiaro) veggenza, essendo a stretto contatto con l’essenza umana-divina, individuale, indivisibile, ancora non immerso nella dualità.

E’ dunque, partecipativo totalmente del mondo dello spirito, seppur inconsapevolmente.

Il periodo babilonese (egizio-cadaico) rappresenta il passaggio alla vita, la nascita attraverso il canale vaginale, attraverso la costruzione e il crollo della Torre di Babele, l’entrata nella personalità umana, nell’esperienza materiale di quanto appreso a livello spirituale inconsapevolmente in utero.

Di seguito, la venuta al mondo con l’infanzia e l’adolescenza ci rimandano al periodo greco-latino. Il periodo in cui l’Io lavora nell’Io, uno stato meramente materiale di conoscenza.

Mentre nei primi due stadi abbiamo una crescita che viene dall’interiorità, in questo momento lo sviluppo avviene grazie a stimoli esteriori, esterni. E’ la natura che parla all’uomo.

L’età evoluta e la morte sono riconducibili all’epoca moderna dell’anima cosciente, il momento in cui è possibile e necessario per l’evoluzione dell’umanità risalire a forme di vita veggenti, spirituali, questa volta, però consapevoli delle conoscenze spirituali e materiali acquisite nel corso dell’evoluzione storica, grazie all’immortalità appresa col mistero del Golgota.

Il sesto e il settimo periodo, sulla traccia delle ruote energetiche, si riferiscono a stati dell’esistenza che ancora non mi è dato di approfondire.

La storia dell’evoluzione umana si dipana, perciò, con andamento ciclico espansivo a fasi alterne di ascesa e decadenza.

Parimenti all’attività contrattiva del canale cervicale femminile: compressione, rilassamento e fase espulsiva. Ogni epoca storica rappresenta una nuova rinascita. Ogni ciclo che si conclude anticipa l’inizio del successivo. E così tutta la vita è inserita all’interno di questa ritmica danza di andirivieni, metamorfosi simbolo che in natura nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.

Proprio come nel parto, verso la fine di un ciclo storico  “le compressioni si susseguono con un ritmo serrato e si fa fatica a recuperare le forze nell’intervallo fra l’una e l’altra.”

La missione storica dell’arte

Nei tempi che viviamo, il panorama artistico è variamente popolato da diverse creature che si alternano e, a volte, si azzuffano sul filo che separa la forma dall’astrazione.

C’è chi è a favore di un’arte indefinita, deliberatamente disarmonica, che non rispetta gli equilibri, che spinge sull’acceleratore, che distrugge la forma, che ricostruisce la sostanza. Un’arte impavida, ma fuggevole.

E chi, al contrario, propone un’arte definita, rispettosa delle geometrie, delle forme, che soppesa i contrappassi, che centra la composizione e bilancia il colore. Un’arte lenta, ma inesorabile.

Non sta a me giudicare quale sia la via d’approccio migliore, nell’arte come nella vita.

Posso solo osservare attentamente le cose del mondo. E osservando, penso che se le mie arterie e le mie vene non fossero così accuratamente e dettagliatamente e maniacalmente disegnate, se le sinapsi neuronali all’interno della mia scatola cranica non seguissero una modulata successione, se i bulbi piliferi sulla mia testa si aprissero spropositatamente uno sull’altro senza scandire l’intero cuoio capelluto, beh, la mia preziosa macchina biologica andrebbe in panne. Sarebbe un disastro.

La geometria, il rigore, l’equilibrio, la progressione e l’armonia sono la poetica con cui l’Universo si esprime.

Ma l’arte è umana, quindi ci sta anche che si occupi di materia, di grezzo, di non finito a patto che si dimostri in grado di portare il tutto al livello successivo della scala di perfezionamento spirituale.

Dopo averne fatto esperienza, essa deve un’altra volta riascendere verso le regioni del  cielo alle ragioni dello Spirito.

Da Babele e la sua Torre, l’arte può trarre un importante insegnamento: non si può e non si deve tendere alla spiritualità forzatamente senza prima aver fatto esperienza della materialità.

Detto in semplici parole, non si può fare dell’idea l’unica componente dell’opera.

Per questo motivo, qualunque torre progettata e costruita su queste premesse è destinata a crollare, inesorabilmente, prima o poi.

Inoltre, le misurazioni con le quali venivano costruiti gli edifici principalmente sacri del periodo arcaico erano direttamente mutuate dalle proporzioni celesti in base alle conoscenze astronomiche acquisite dall’osservazione e dalla veggenza.

Infine, ogni misurazione veniva rapportata all’anatomia umana.

Per cui, diversamente da quanto accaduto in tempi più recenti, la matematica e il calcolo erano una parte assolutamente concreta nella vita quotidiana, sociale ed economica. Non si basavano su ragionamenti astratti.

Nell’eterna e simmetrica ballata tra macrocosmo e microcosmo, anche il moto degli astri e dei pianeti venivano misurati secondo le proporzioni umane.

 “Guarda l’uomo che cammina senza essere né vecchio né bambino, che cammina da sano e non da malato, che non corra troppo né troppo adagio e vedrai la misura del corso del sole.”

E’ normale, perciò, che l’arte o le produzioni così dette artistiche dei periodi ancestrali e primitivi risuonino, in maniera più diretta, col nostro inconscio. Esse provengono da un uomo immerso nella natura, a stretto contatto col Tutto, dotato, come dicevo sopra, di una veggenza non più esistente.

L’arte parla per simboli in grado di relazionarsi, senza  mediazione intellettuale, con l’anima universale dell’uomo e del mondo.

Oggi non accade più perché siamo estranei alla natura. Il nostro linguaggio, non solo quello artistico, risulta più artefatto e meno simbolico.

Non c’è proprio nulla di cui stupirsi.

L’arte contemporanea ha il dovere di rimpossessarsi della sua missione storica universale che è quella di cooperare affinché l’umanità tutta proceda verso il gradino successivo e superiore dell’esistenza, sempre avendo per oggetto la materia,  osservando il Fare della natura e aspirando al mondo soprasensibile.

Non importa cosa rappresenta, importa come rappresenta.

Il contenuto dell’opera è solo il pretesto che si avvale della forma scelta dall’artista per manifestarsi.

“Il linguaggio in realtà è un euritmia: un gesto della laringe al pari di mani e piedi. Cercare come le parole sorgano da dove sono state pronunciate: non importa quali siano le parole, ma da quale spirito derivano.

Il parlare è come ciò che sale dai fiori, dandoci informazioni sull’uomo e dove noi stessi iniziamo a parlare con quanto giunge dai fiori. Noi stessi diveniamo fiori. Noi stessi fioriamo come fiori.”

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