Redonàrt: il sogno e il simbolo

Pianta effimera noi, cos’è il vivente? | Cos’è l’estinto? – Un sogno d’ombra è l’uomo.

Odilon Redon affronta sapientemente tematiche simboliste, arrivando alla conclusione che la vera dimensione dell’arte è il sogno che permette l’esplorazione di un fantastico mondo interiore.

In contrapposizione al contemporaneo impressionismo, Redon rifiutò, nelle sue prime creazioni, l’uso del colore, privilegiando i disegni e le litografie al nero.

Nella sua produzione s’intrecciano miti classici e orientali a temi tipici del suo tempo, pieni di ambiguità basata sullo strano, sul bizzarro, sul chimerico e sul grottesco che non mancò di suscitare l’interesse dei surrealisti; ma fu soprattutto l’amicizia col poeta Stéphane Mallarmé che permise a Redon di ampliare ed approfondire in chiave decadente i temi dei suoi dipinti.

Redon filtra la realtà attraverso la memoria e l’immaginazione, dando alla sua composizione una valenza evocatrice che va al di là dell’aspetto esteriore.

Protagonisti delle sue tele sono strani ragni dal viso semiumano, occhi a mongolfiera e scheletri seduti a tavola, tanto da meritarsi l’epiteto di Principe del Sogno.

Redon era timido e solitario, ma un mondo interiore così sviluppato gli fornì ampio materiale per mettere a frutto il talento naturale per il disegno con un’estetica che può ricordare oggi il David Lynch di «Eraserhead ».

 Redon si dedicò a mostri, angeli caduti, soli neri, occhi, sfere, uova con naso e bocca.

«Tutto si crea tramite la sottomissione docile all’arrivo dell’inconscio », ha spiegato.

È nato un quarto di secolo prima dei protagonisti più significativi del simbolismo, al quale non aderirà mai formalmente, anche se a posteriori ne appare uno degli inventori, se non addirittura il creatore più originale e determinante.

Sembra miracoloso, ed è un mistero probabilmente insolubile, come questa ombra, così presente nel suo primo percorso, abbia poi potuto generare una tale luce, tipica del brillantissimo secondo periodo.

Una polarità ricomposta con l’opera del 1911 «La Nuit et le Jour»: due enormi pannelli, realizzati per decorare la biblioteca di Gustave Fayet all’Abbazia di Fontfroide.

«Da bambino, cercavo le ombre; mi ricordo una grande gioia a nascondermi sotto le tende, negli angoli bui della casa. E fuori, in campagna, che fascino il cielo esercitava su di me! Ho passato ore, o meglio giornate intere, disteso a terra, a guardare passare le nuvole, a seguire, con un piacere infinito, lo splendore fiabesco dei loro fugaci cambiamenti. Non vivevo che dentro di me, con una repulsione per qualsiasi sforzo fisico».

(Fonte: Corrieredellasera.it)

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