L’argilla, Jago e i tristi materialisti

“Durante il Medioevo, un pellegrino aveva fatto voto di raggiungere un lontano santuario, come si usava a quei tempi. Dopo alcuni giorni di cammino, si trovò a passare per una stradina che si inerpicava per il fianco desolato di una collina brulla e bruciata dal sole. Sul sentiero spalancavano la bocca grigia tante cave di pietra. Qua e là degli uomini, seduti per terra, scalpellavano grossi frammenti di roccia per ricavare degli squadrati blocchi di pietra da costruzione.

Il pellegrino si avvicinò al primo degli uomini. Lo guardò con compassione. Polvere e sudore lo rendevano irriconoscibile, negli occhi feriti dalla polvere di pietra si leggeva una fatica terribile. Il suo braccio sembrava una cosa unica con il pesante martello che continuava a sollevare ed abbattere ritmicamente.
“Che cosa fai?”, chiese il pellegrino.
“Non lo vedi?” rispose l’uomo, sgarbato, senza neanche sollevare il capo. “Mi sto ammazzando di fatica”.
Il pellegrino non disse nulla e riprese il cammino.

S’imbatté presto in un secondo spaccapietre. Era altrettanto stanco, ferito, impolverato.
“Che cosa fai?”, chiese anche a lui, il pellegrino.
“Non lo vedi? Lavoro da mattino a sera per mantenere mia moglie e i miei bambini”, rispose l’uomo.
In silenzio, il pellegrino riprese a camminare.

Giunse quasi in cima alla collina. Là c’era un terzo spaccapietre. Era mortalmente affaticato, come gli altri. Aveva anche lui una crosta di polvere e sudore sul volto, ma gli occhi feriti dalle schegge di pietra avevano una strana serenità.
“Che cosa fai?”, chiese il pellegrino.
“Non lo vedi?”, rispose l’uomo, sorridendo con fierezza. “Sto costruendo una cattedrale”.
E con il braccio indicò la valle dove si stava innalzando una grande costruzione, ricca di colonne, di archi e di ardite guglie di pietra grigia, puntate verso il cielo.”

Cari lettori di Nea, in tutto questo trambusto mediatico, sommersi dalle confutazioni social,

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Facelock, marmo e acciaio, 2016

immersi nel flaming da gruppo facebook, intimiditi dalle elevate prestazioni automatizzate delle nuove tecnologie, vi siete mai chiesti perché sentiamo ancora l’esigenza di domandare a un artista, qualunque sia il suo campo d’azione, quesiti esistenziali, importanti, se vogliamo eterni, intorno alla bellezza, al valore dell’arte, alla materia?

Spenderò solo poche parole per cercare di risolvere questo affannoso enigma che sicuramente arrovellerà le vostre menti, seppur per il breve tempo della presentazione dello stesso da parte mia.

Lo farò chiedendo in prestito il giusto pensiero alla mia guida, punto fermo eppure fortemente dinamico, che non smetterò mai di ringraziare per il prezioso affiancamento spirituale.

È la seconda volta che intervisto Jago (per conoscere meglio il suo lavoro, leggete l’articolo cliccando qui). Se ieri avevo avuto sentore che si trattasse di una mente brillante, oltre che di una mano eccezionale, oggi ne ho la conferma definitiva.

Ho trovato che la semplicità con cui riesce ad esprimere concetti molto complicati, in realtà, deriva da una grande e rara chiarezza interiore.

Non sono molto brava con le impressioni. Al contrario, la mia intuizione riesce sempre a condurmi verso la giusta interpretazione dei fatti sensibili.

La pietra non è che un prezioso contenitore di polvere siderea, messa in circolo grazie al sapiente uso di una formula di movimenti in consapevole successione. Come in un prodigioso rito, il suono, parola immaginata, infonde respiro e  il composto si anima.

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Attraverso, marmo, 2015

Anche il nostro corpo umano, appartenente al mondo minerale (per approfondire cliccate qui)  può, per sua stessa disposizione, acquisire grazia, intima luminosità, sottile bellezza attraverso il lavoro minuzioso.

Il fine, ce lo dice la storia, è eliminare il soverchio, che è quella parte destinata a perire, e rendere raffinato il grezzo, eterno il mortale.

Il parallelismo tra pietra e corpo nell’arte è quanto mai affascinate e, personalmente, non trovo nulla di più esatto in questo momento.

La parola arte pare abbia radice ariana in ar- che in sanscrito significa andare verso.

L’interpretazione, invece, sembrerebbe essere stata tradotta dal termine greco τέχνη (téchne).

Esso indicava una prerogativa degli dèi di cui è stato fatto dono agli uomini per sopperire alla loro intrinseca debolezza.

Le tecniche divine, sia ben chiaro, non erano state apprese dagli dei, ma erano caratteristiche sostanziali con le quali le divinità stesse si identificavano.

Originariamente, quindi la parola arte aveva un’accezione pratica nel senso di abilità. Rappresentava un’attività produttiva che si avvaleva della capacità di fare armonicamente, in maniera adatta e non vi era in ciò possibilità di fraintendimenti di sorta.

Ne deduciamo che, scavando fino all’etimo linguistico, dove si rivela una silenziosa verità da tempo obnubilata, arte è un fare armonico andando verso il divino.

In principio, la corrispondenza tra fare e divino,  pare ovvio, era inequivocabile, univoca e indiscussa.

Tuttavia, con il tempo e le modificazioni sociali e le stratificazioni degli ambiti lavorativi, le tecniche, da attributo sacro, diventarono invenzione umana. Scesero dal piano superiore a un livello più basso.

E da qualità esistenziale divina, trasmessa agli uomini per sorreggerli nell’imperfezione, dato il loro limitato e carente grado terrestre, la tecnica si è trasformata in rappresentazione, la sostanza in parvenza, l’arte in artificio, la verità in menzogna.

A giungere fino a noi che, qui su Nea, consideriamo l’arte quel mezzo attraverso il quale l’uomo, comprendendo se stesso nel processo creativo, aiuta Dio nella riparazione del mondo.

L’arte non è una scelta, perciò. Non un lavoro, né una vocazione. È’ una condizione della natura umana la quale, volente o nolente, di buon grado o controvoglia, scopre in sé la necessità di partecipare col divino al perfezionamento della creazione.

È una riflessione sul ruolo individuale e collettivo nel miglioramento del nostro pianeta e della società.

Noi diventiamo capaci di percepire la bellezza che sta al di fuori di noi nella misura in cui la bellezza stessa è dentro di noi.

Ci sarebbero milioni di altre cose da dire per aiutarvi a meglio comprendere questo artista, ma credo che sia più giusto affidarci alla capacità creativa dell’osservazione attiva e della lettura percettiva.

Che sia l’attenzione, dunque, a guidarci verso il riconoscimento di quei dettagli simili alla verità.

“All’artista non interessa in un primo tempo la comunicazione. Quando vedo un fenomeno della natura o umano, ho un originario impulso a farmene in spirito un’immagine. La mia fantasia mi spinge a conformare tale immagine in modo che corrisponda in me a determinate inclinazioni. Per la formazione dell’immagine, mi servo dei mezzi che corrispondono alle mie capacità. Se quei mezzi sono i colori, dipingerò, se sono i pensieri, scriverò. Non lo faccio per comunicare, ma perché ho bisogno di farmi un’immagine del mondo quale risulta alla mia fantasia. Non sono soddisfatto della forma che la natura o la vita umana hanno per me, se la considero soltanto da osservatore passivo. Voglio proporre un’immagine che io stesso invento o che comunque ridò a modo mio, anche se la prendo dal mondo esterno. L’uomo non vuole essere soltanto osservatore, un semplice spettatore degli eventi del mondo. Vuole aggiungere qualcosa dalla propria interiorità a ciò che penetra in lui da fuori. Per questo diventa artista.” *

C.N. Un artista, quando incomincia un percorso serio, motivato, che abbia un valore, a un certo punto si trova a far i conti con l’idea di bellezza. Molti tuoi colleghi viventi sembra che l’abbiano completamente esclusa dal loro modo di operare. Non è un punto di partenza, né di arrivo, né tanto meno uno strumento. Che cosa è per te, invece, la bellezza? E qual è il suo ruolo nell’arte?

J. Eh! È una domanda difficile, perché chiaramente io non sono nelle condizioni di poter dare una risposta. O meglio, come ben sai, la mia risposta è facilmente fraintendibile. Tutto quello che io faccio in campo artistico lo faccio per me, attraverso i miei occhi e i mezzi che ho a disposizione. Questo significa che non è detto che sia per forza condivisibile. Uno fa dei tentativi. Tentare di spiegare l’arte è una cosa forse quasi impossibile. Posso sicuramente dire che, per quanto mi riguarda, ho un concetto di bello.

Ti faccio un esempio: se io esco fuori a fare una passeggiata e mi trovo davanti a un panorama, so essere in grado di riconoscere in quel panorama una bellezza.  Non è detto, però, che debba spiegarla per forza o cercare una motivazione in quel panorama per giustificare  il sentimento, per fissare nella mia  mente un senso di comprensione. Semplicemente, mi metto nelle condizioni di percepirlo.

 Ecco, ognuno di noi, in questo senso, ha gli strumenti per capire la bellezza, perché la bellezza è dentro di noi, è in tutte le cose.  Il bello che noi vediamo è immagine del bello che possediamo.  La bellezza è quel valore assoluto che ognuno di noi possiede e che non deve essere per forza condivisibile. È un metro di giudizio del tutto personale. Facciamo la guerra perché cerchiamo di spiegare cose come Dio, l’amore, la bellezza e non ci capiremo mai.

Allora, voglio tentare di evitare di spiegare una cosa che è inspiegabile. 

Io so che c’è e sicuramente ha una funzione nella contemporaneità. Ha una funzione in ogni epoca storica, ha una funzione perché semplicemente esiste in tutte le cose. Mi piace pensare che possa essere quel legame sottile che collega tutto. Ora noi la chiamiamo bellezza, perché si manifesta in un determinato modo, in un determinato momento, in un determinato contesto. In realtà, la potremmo chiamare in tanti modi: amicizia, amore. Per me è soltanto energia che a volte prende una forma, a volte è un suono, a volte è qualcos’altro.  

L’amore è bellezza. La bellezza è amore. L’amore è Dio, Dio è bellezza, Dio è amore. Tutto è collegato e io sto qui a ripetere le stesse cose con grandissime pause. – Ride –

Non è semplice. E alla fine, quello che conta è il nostro punto di vista. Penso che certe cose non siano condivisibili, lo penso veramente. Fatico moltissimo e mi esprimo in altri modi perché altrimenti mi complicherei la vita. Invece, quando creo un’immagine, riesco a vedere le cose in maniera  più chiara, come un panorama.  Mi consola poter andarci davanti, vederlo, sentirmi innamorato e godere della bellezza. Accade anche quando vedo una persona o quando sono qui in studio da solo, così senza doverlo per forza spiegare: viverla e basta.

C.N. Se ritorniamo all’etimologia della parola arte, spontaneamente chiedo qual è stato il punto storico in cui si è creduto di poter eliminare il fare nell’arte? Come si è potuti giungere alla deriva intellettuale dell’arte? Perché ci siamo persi? Come ci si può saziare  e godere solo dell’idea?

J. È assolutamente possibile eliminare il pensiero dal fare, distinguere le due cose. È possibile perché effettivamente viene fatto. Se ci guardiamo attorno, la maggior parte degli artisti contemporanei adotta questa modalità: il saper fare o realizzare un’opera non è minimamente un fatto rilevante. Ora, per esempio, pensiamo al David di Michelangelo. Se domani dovessimo scoprire che non è stato Michelangelo a scolpire quell’opera, ma un’altra persona, ci crollerebbe un mito. Se scoprissimo che è stato fatto da una macchina a controllo numerico, piuttosto. Sì, interessante! Forse Michelangelo oggi lo farebbe –io credo di no!- 

La sacralità dell’opera sta nell’unicità del soggetto che la realizza. Egli ha un dono naturale e attraverso quel dono, quella capacità speciale, che non è soltanto astrarre ma riuscire a dare forma a  quella stessa astrazione per condividerla, per imparare attraverso i gesti di quella persona, si possono lasciare al mondo delle cose che superino la prova del tempo.

Oggi invece l’arte è qualcosa di consumistico. Più consumistica è, più viene venduta. Quindi che succede? Prendi un artista che vuole vivere di arte, che lavora per una galleria. Arriva a una fiera, addirittura è anche tutto contento perché è un grande traguardo, e lì vende determinate cose. Quelle cose che vende, magari non lo rappresentano più di tanto, però la galleria le ha vendute. Morale della favola: se vuole campare, quelle dovrà fare e, alla fine, verrò ricordato per quelle.

Fai caso.  La maggior parte degli artisti  fa un percorso di crescita durane il quale accadono molte cose. A un certo punto, si blocca e fa una sola cosa per tutta la vita. A un certo punto, diventa riconoscibile e quindi lo rimane per tutta la vita. Perché? Perché quelli lì sono soldi. Perché in quell’immagine, in quel punto di arrivo c’è un  dato economico, c’è la certezza di poter vendere.

A me di tutto questo non me ne frega proprio niente. Per me l’arte  è un’opportunità di potermi scoprire. Io faccio  delle cose senza progettarle, seguendo un’emozione, perché so che dopo un anno mi racconteranno  delle cose che in questo momento ignoro.  Fare l’opera, non solo pensarla e idearla:  è un’opportunità per scoprire se stessi.

A me non importa nulla di progettare una cosa, realizzarla e dargli una forma per comunicare. È tutto il contrario quello di che faccio! Senza progetto, faccio affinché l’opera parli a me. È l’unico modo che ho per imparare, per stare al mondo.  L’arte non mi serve per spiegare ciò che ho capito, tutt’altro! L’arte mi serve a capire, a comprendere, a conoscermi. E’ una bussola che mi permette di orientarmi.

In conclusione, non so dirti  precisamente quando questa cosa sia avvenuta, però è molto recente.

Nelle accademie, pensa, hanno sostituito l’argilla con l’orinatoio, con la fontana di Duchamp: quella è la nuova argilla. Se prima utilizzavi l’argilla per fare i tuoi modelli, oggi tu parti dall’orinatoio per andare oltre (perché ti dicono di andare oltre). Hanno tolto tutto. Parti da lì, quella è l’argilla.

È chiaro che poi  fuori, al massimo, ti vengono delle cloache o delle fosse biologiche.  Se quella è l’argilla, tu che fai di più?  È pur vero che ci sono persone validissime, di grandissima cultura, che hanno ancora  per le loro mani una grande energia, una grande  forza e possono portare avanti  la tradizione. Tutto il resto è un tradimento: è il tradimento degli effetti speciali, è il tradimento delle emozioni veloci. Tutto dev’essere consumistico.

E io non ci sto a questo gioco, perché sì!, in fondo è un gioco.  Quando non realizzi l’opera, ti impedisci di fare un’esperienza, come se non facessi mai l’amore per la prima volta. Chi non realizza l’opera si convince di essere un grande amatore. Tuttavia, non ha mai avuto il coraggio di fare direttamente l’esperienza sessuale. È andato direttamente oltre, senza mai sporcarsi. Invece, per conoscere la bellezza, bisogna sporcarsi le mani, infilarle nella terra come radici per prendere nutrimento, per tornare ad aderire alla realtà. Altrimenti c’è lo smarrimento, altrimenti voliamo.

Qualcuno potrà pensare che se faccio un video in cui dico quello che penso volo alto. Ti assicuro che non è così. Uno si sporca in quel modo, si mette in gioco, si da la possibilità di essere annullato, il rischio è quello.  E in tutto questo cresce. Allora, fare le cose vuol dire pensarle, dare un senso alle proprie emozioni e veicolarle.

C.N. Che rapporto esiste tra lo stereotipo dell’artista e l’essere artista? Quanto è schiavo l’artista contemporaneo di questo stereotipo?

J. Fare una cosa significa anche poter smettere di farla. Io credo che quella dell’artista sia una condizione esistenziale. A un certo punto, ci si riconosce come tali. Questo sottintende di certo una predisposizione e la capacità di mettersi in gioco con completa abnegazione. Oggi, ci si inventa artisti perché, per qualche misterioso motivo, si è voluto convincere le masse che l’arte sia una cosa accessibile a tutti. E questo è un po’ il malcostume del social network e soprattutto di quei reality che fanno in televisione. Tipo X-factor dove  tu ti puoi iscrivere,  poi  se ti va bene, c’è qualche giudice, qualche tizio famoso  che ti consacra e tu verrai riconosciuto come artista, capito?

Il problema è che (i ragazzi) non si rendono conto che saranno per una vita (se gli va bene N.d.A.) interpreti  delle canzoni e dei testi di qualcun altro e che qualcun altro guadagnerà, purtroppo.  Il  vero artista è il cantautore, quello che scrive i testi, canta le proprie canzoni, prende la chitarra, è completo. In questo modo, tutti possiamo fare gli artisti. L’arte è diventato un mezzo per fare business: più –artisti-  ci  sono,  più si può inventare un nuovo personaggio destinato a tramontare dopo una stagione. Poi ne arriva un altro e un altro.  Gli artisti crescono come funghi e, di conseguenza, anche le cose che fanno, dato che si inventano in poco tempo, sono cose che durano tanto quanto loro. 

Qui è spiegato perché si abbandonano materiai nobili in favore di nuove tecnologie: è  esattamente in linea con l’idea stessa dell’artista. L’artista  è un oggetto di consumo che produce oggetti di consumo.

Personalmente, ti posso dire di sentirmi artista. Questa è una cosa che vale per me, magari comunque farò la fame, non mi interessa. Io so che ho un dovere nei confronti di me stesso, questa è la cosa rilevante. Mi serve perché fare arte è per me un’opportunità per stare al mondo. Serve in primis a me e, se divento una persona migliore, attraverso le cose che faccio, magari il beneficio sarà anche di chi riuscirà a goderne.  Mi accorgo del gran desiderio di fama e di notorietà saziata dall’invenzione insana di qualcosa di necessariamente nuovo, qualcosa che  catturi l’attenzione, che altri non hanno fatto. In questo gioco perverso, alla fine, ci perdiamo i contenuti. Lavoriamo  sempre di meno su noi stessi  e sempre di più proiettati all’esterno per stupire il prossimo. Così è facile disamorarsi. Se uno vive per  i riconoscimenti, e non è detto che questi arrivino,  allora se non arrivano l’arte perde di senso. Infatti tanti smettono, fanno altre cose.

Per quel che riguarda me, ti posso dire che sarò realizzato come artista quando non avrò più bisogno di fare arte, quando  sarò in grado di godere dell’arte che so già essere presente in tutte le cose. A quel punto, uscendo di casa,  bevendo un caffè o addirittura registrando un messaggio, come ora, riuscirò a vedere che l’arte è già presente in tutte queste cose. Beh, allora non avrò più bisogno di fare. Finché avrò il bisogno di  fare, bisogno naturale come respirare, invece, evidentemente devo risolverlo.

C.N.  Nonostante tu sia uno scultore e utilizzi la materia come oggetto di lavoro, riesci a suggerire che oltre la materia esista qualcosa d’altro. Al contrario, noto una triste tendenza contemporanea di chi, ad esempio, non usa il marmo, ma ha per le mani il colore, a glorificare la materia, rappresentata dal corpo  che, a seconda dell’occasione e della tecnica, è massacrato, violentato, abusato, dissanguato, plastinato. Si celebra, insomma, in maniera puramente dionisiaca, la grandezza di una parte di quella tua stessa materia, senza tuttavia riuscire nella sublimazione e anzi trascinando lo spettatore nel vortice oscuro e purulento di alcuni umori molto bassi. Questa scelta, la trovo stereotipata e dannosa poiché va ad alimentare l’idea stantìa dell’artista dannato e maledetto che si muove in un limbo oscuro e imprecisato.  L’ossimoro è interessante: lo scultore usa la materia per andare oltre la materia, il pittore, qualcuno, usa una tecnica sottile per esprimere il grezzo. Irrilevante dire  che trovo la tua direzione molto luminosa, solare per usare la parola giusta. Il corpo umano, che rappresenta la materia, che ruolo ha nella tua arte?

J. Ho a cuore parole come sottile, solare, perché per me l’arte è qualcosa di assolutamente elevato, imponderabile. È un’opportunità per andare oltre. Solare è una forma di desiderio simile a un fuoco che si proietta verso l’alto e mi permette, attraverso il gesto, di alzare la mia testa verso qualcosa di più alto e incomprensibile. Per questo mi serve la scultura, non per dire nulla di particolare.

Per quanto riguarda il corpo, trovo che sia fondamentale. Andando in un fiume a prendere il marmo, ho scoperto che cosa vuol dire fare un lavoro nel rispetto di quel materiale. Devi sapere che le prime volte, andavo nel fiume non perché mi piacesse il fiume. Semplicemente, lì potevo prendere il marmo, visto che non avevo i soldi per comprarlo e in Toscana, dove ero andato a fare un corso, c’era questo fiume pieno di sassi. Mi interessavano come oggetto, come materiale e ignoravo completamente il fatto che avessero una storia e una poetica propria. Frequentando quei luoghi, mi sono reso conto che erano già opere d’arte. In quel momento, ho avuto un problema: quando ti rendi conto che qualcosa è bello, completo,  perfetto, quanto vale il tuo intervento? Come potevo io elevarlo a soggetto? Su questo pensiero mi sono bloccato. Ho intuito che la mia azione doveva essere di altra natura. Avevo bisogno di afferrare dentro di me le motivazioni che mi spingevano, la radice di quel desiderio. Non potevo fare a meno del desiderio di imporre dei gesti su quel materiale, lo desideravo in maniera viscerale.

Potevo capirlo soltanto diventando  sasso, diventando oggetto a mia volta. Se volevo sottolineare la bellezza di quell’opera già completa, dovevo diventare quella cosa, per capire prima di tutto cosa vuol dire essere sasso. E allora ho fatto delle esperienze con il mio corpo e mi sono messo in gioco. Sempre in Toscana, ho addirittura  posato come modello di nudo. Quando posi come modello sei utilizzato, gli altri ti vedono, ti osservano e ti disegnano. Diventi un oggetto a tutti gli effetti. E ho capito una cosa: che volevo rispetto

È stato una esperienza utilissima per capire il modo in cui potevo imprimere la mia voglia di fare. E da allora così ho sempre fatto. Quando lavoro, lo faccio con profondo rispetto, sapendo che ogni colpo che darò è anche l’ultimo; sapendo che ogni colpo  dev’essere pieno di consapevolezza: non si torna indietro. È anche un ottimo esercizio spirituale! In questo senso, per me la scultura è meditazione a tutti gli effetti.  Mi dà l’opportunità di diventare  “uno con”.

E poi, diciamocelo chiaramente, noi siamo in un corpo materiale e questa è la nostra condizione. Dobbiamo integrare la nostra vera natura. Ecco, io lo faccio attraverso la scultura perché  mi dà l’opportunità di vedere me stesso in quel gesto, nella ritualità del gesto. Sa molto di battito del cuore, sai? E il corpo è il mezzo unico che ho per fare questa esperienza, l’esperienza dei sensi. Non potrei farla in altro modo.  .

 Qualcuno diceva che la scultura è già contenuta nella pietra.

Tutto è già contenuto nelle cose, ogni cosa è contenitore di qualcos’altro.

La capacità dell’artista è quella di riuscire a visualizzare all’interno di quel sasso, nel caso del marmo, quello che già è contenuto. Ma al suo interno c’è un numero infinito di possibilità ed è l’artista che decide. Ecco dov’è l’unicità dell’artista! Quella di riuscire  a visualizzare una determinata cosa e a dargli una forma, a permettere a quella forma di manifestarsi. Questa è la cosa incredibile.  Lo vedi che perdi una parte fondamentale del processo se deleghi a qualcun altro?

Per me l’artista è colui il quale punta il dito, sottolinea, mette in evidenza. Se io dico a qualcun altro di farlo, farà altre cose. Alla fine l’opera non sarà artistica. Ci deve essere un continuum tra mente e mano perché sono un tutt’uno.

L’artista ha un corpo e nel corpo c’è la mente, ci sono i suoi pensieri, le sue emozioni. Non dobbiamo pensare che sono cose astratte. Al contrario, sono cose molto materiali. Un’emozione genera uno stato fisiologico, una modificazione: le “farfalle allo stomaco” sono qualcosa di materiale. E noi  le viviamo tutte con il corpo queste emozioni. Un giorno lo abbandoneremo, ma nel frattempo, possiamo fare un’esperienza.

I complimenti più belli, mi arrivano di solito da manovali, carpentieri, persone comuni che fanno un lavoro manuale e che, in qualche modo, capiscono quanta difficoltà c’è dietro. Ti rendi conto perché è importante fare? Ti dà gli strumenti per apprezzare. Chi dice che di arte non ci capisce nulla perché invece opera, fa, si sporca le mani, è colui che sa di più: egli possiede i processi del fare. Altrimenti c’è solo  la speculazione intellettuale e quella è quasi impossibile da condividere.

Un artista che non fa è un artista che capisce a metà.

1

Da venerdì, 9 dicembre, Jago sarà presente alla mostra collettiva al Camusac Cassino Museo Arte Contemporanea a Cassino.

A Milano, nella primavera del 2017, con una personale.

A gennaio 2018, con un’altra personale al Museo Carlo Bilotti, presso l’Aranciera di Villa Borghese a Roma.

(*R. Steiner, Arte e conoscenza dell’arte, Fondamenti di una Nuova Estetica, Ed. Antroposofica, Milano)

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