Sulla proprietà privata del corpo umano troppo umano

Eh ehm… volevo dire, a quanti credono di esserne i creatori e barra o proprietari, che per il corpo umano non vale l’usucapione.

Ciò sta a significare che, anche se lo occupate abusivamente e qualcuno non ne rivendica il possesso per vent’anni e più, arrivati a un certo punto, lo dovrete necessariamente restituire.

Abbiatene cura, proteggetelo, rispettatelo, fatene esperienza e soprattutto amatelo. Fino all’ultimo respiro.

Ossequi.

(Immagine in evidenza by Gianluca Gambino)

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18 thoughts on “Sulla proprietà privata del corpo umano troppo umano

  1. Certo che Disney non si risparmiava… credo che se oggi mandassero in televisione un corto così, davanti alla sede dell’emittente ci sarebbe una folla inferocita di genitori pronti a far causa se non ad usare violenza; perché l’importante è che i bambini non vedano nulla di sconveniente, a parte i loro genitori.

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      1. Senz’altro. Ai tempi in cui lavorava lui, senza le moderne tecnologie, anche un corto relativamente semplice come questo, in cui molti movimenti vengono ripetuti per raggiungere la lunghezza desiderata, ha un valore che difficilmente potrebbero raggiungere certi cartoni animati per la televisione in cui le cose difficili sono fatte al computer.

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      2. E non è solo una questione puramente tecnica, c’è anche estetica, conoscenza a dimostrazione del fatto che mezzi tecnologici avanzati non corrispondono a qualità dell’opera. I film Disney di oggi, per quanto tendano sempre a seguire velatamente una linea esoterica, sono distanti milioni di km dall’autenticità dell’arte di Walt.

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      3. Rimane il problema del commercio: per raggiungere il mondo intero è necessario semplificare la trama, toglierle rimandi eccessivi a una specifica cultura, che renderebbero più ardua la comprensione a chi non la conosce, e infine rimpinzare il film di effetti speciali o scene mozzafiato in modo da supplire all’impoverimento (cfr. G. Alonge, G. Carluccio, ‘Il cinema americano contemporaneo’, Laterza, Roma-Bari 2015, pp. 163 ss.

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      4. Ne sono lusingato.
        A parte questo, preciso che quanto ho scritto in precedenza non vuol essere una condanna a priori dell’esistenza di un mercato: ritengo che chi fa arte possa anche viverne, sperando non si lasci prendere la mano. Il risultato sarebbero proprio quelle opere la cui principale ragion d’essere è il prezzo di listino, ma quella non è più arte. Immagino sia una questione di equilibrio tra le necessità dell’artista in quanto umano e quelle dell’artista in quanto artista.

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      5. Il problema del mercato è che non lo gestisce l’artista. E’ totalmente al di fuori del suo controllo. E per lui diventa molto alienante in quanto è il mercato a dettare legge all’arte e non il contrario. Nel mio mondo immaginato, l’arte fa parte di un progetto umanistico-culturale-storico- sociale e umano inserito all’interno della gestione politica del Paese. Per cui l’artista dovrebbe, per così dire, “servire la patria” e il mondo. In questo è contemplato il vivere d’arte. Così come paghiamo il trasporto pubblico o la sanità, ad esempio.

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      6. Immaginiamo un mondo di Saggi che parlano una sola lingua non suscettibile di mistificazioni di sorta, dove tutti viaggiano verso una sola verità.
        Ma fintanto che sarà l’uomo a credere di gestire altri uomini, restando nella sfera prettamente umana, mi sa che il rischio di lottizzazione è sempre dietro l’angolo.
        E allora più che arte, appunto, diverrebbe propaganda.

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