Vito Stramaglia, la dolce resa

Avete mai percorso il sentiero dei ricordi? Quel cammino tempestato di tante piccole cose non dette, mai fatte che –forse– avrebbero potuto cambiare la direzione della vostra esistenza?

Avete mai tirato le somme, fatto un resoconto della strada calpestata fino al punto esatto in cui vi siete voltati a guardare indietro?

Chiedendovi cosa sarebbe successo se piuttosto che svoltare a sinistra o a destra, vi foste arrampicati prima sull’albero per vedere lo sbocco del bivio?

Ecco, durante uno di questi miei viaggi interiori, ho recuperato una manciata di memorie che si susseguivano frenetiche tra le mie mani.

Non sono più ormai una che si sofferma troppo sul passato, né tanto meno indugia sul futuro. Ho da un po’ tagliato i ponti con l’ansia da prestazione da domani.

Piuttosto, proietto tutto la mia attenzione sul momento presente.

Provo a eliminare ogni aspettativa.

Disattivo la modalità –immaginazione– (bene, questa funziona a singhiozzo).

L’artista di cui vi parlo oggi è uno tra quelli che conosco personalmente. Sebbene, io non sappia affatto dirvi quanto lo abbia compreso, se bene o male. Una cosa è certa: l’ho seguito, nel bene e nel male. Al di là del bene e del male. Oltre ogni possibilità di definizione.

E sono molto affezionata a lui.

Cari, vi confesso che userò questo articolo per dirgli finalmente tutto ciò che non gli ho detto. Non chiedetemi perché. Se volete una risposta, rileggetevi l’incipit dell’articolo.

Ricordo il primo giorno che ci siamo incontrati. Immaginatevi, se potete, una Camelia Nina di quattordici anni fa tutta intenta in una discussione con qualcuno dei suoi nuovi colleghi. Lei sosteneva veemente che: “Oh, ma io a un concerto dei Led Zeppelin mi diverto da paura, a uno dei Pink magari meno”.

Pur amando molto i Pink (Floyd), Camelia Nina di quattordici anni fa sbandierava, senza ritegno alcuno, la sua viscerale passione per il rock’n’roll (perdonatela, sapete?, era una bimbetta assai permalosa).

Quand’ecco giungere all’orecchio sempre attento della signorina di cui sopra una voce cavernosa che, beffandosi impunemente di lei, disse: “Ma che cosa vai dicendo?”

Al che, come spesso tutt’oggi accade quando una contraddizione mi si pone bellissima d’innanzi agli occhi, scoppiai in una fragorosa risata e fu lì che i nostri sguardi si incontrarono, per la prima volta.

La risata, lentamente, divenne un sorriso che giaceva sulle labbra socchiuse.  E il sorriso si trasformò in una delicata amicizia piena di esclusivi dialoghi invernali intorno alla filosofia e all’arte.

Conservo quell’inizio in una preziosa fragile sfera trasparente. Girandola fra le memorie, cerco di ritrovarne l’odore, provo a riafferrarne il colore.

E’ così la pittura di Vito Stramaglia (visita il sito qui).

Circolare, fragile, preziosa e trasparente. Una materia piena di ricordi, di odori, di sapori. Viva, vibrante sotto l’occhio affamato.

Materia graffiata con l’obiettivo di lacerare l’ego, di sfregiare qualunque residuo gretto della personalità. Materia ancora percossa, ferita e, al contempo, sublimata attraverso la ritualità del gesto, la sapienza della mano.

E credetemi, neppure immaginate cosa sappia fare quella mano! Ah, siete curiosi? Eccovi accontentati.

Dopo aver maniacalmente sezionato la forma attraverso il segno, i contrasti, i volumi, Stramaglia la distrugge.

Distruggendo la forma, ha trovato la sostanza. Trovando la sostanza, ha ricreato la forma. Una forma che sottende il Mestiere: lo richiama, lo bisbiglia, mai l’ostenta, confondendo, così, lo sguardo ingenuo dell’osservatore sbadato.

Vito è il secondo, nel giro di pochi giorni, che ci spiega che l’arte è una visione, una forma di chiaroveggenza che offre la possibilità di capire chi siamo, di conoscerci. Sia come parte attiva della creazione che come fruitori. Anche perché, diciamolo, la fase creativa dell’opera non si conclude con la scelta dell’artista di considerare il lavoro finito, ma si arricchisce di nuove forme e significati quando esce all’aria aperta, a contatto con tutti gli altri occhi che, pur distrattamente vi si appoggiano sopra.

Quanto mi è sembrato vicino questo mio magnifico Amico alla verità, non so nemmeno dirlo.

Mi rendo conto che parlare di Socrate o Michelangelo o Piranesi o Raffaello o di chiunque abbia scritto una pagina della storia dell’evoluzione dell’anima umana davanti a certe facce imbalsamate è come parlare di pesca a strascico a un convegno di ambientalisti.

Per cui non farò citazioni colte di sorta, mi limiterò a riportare una delle frasi con cui apre la mostra collettiva “Spiritualità del gesto”  di cui Vito è parte insieme a Enrico Ferrarini e Francesco Spatara, dal 16 dicembre a Firenze.

Concedetemi almeno questo: si tratta del pensiero di uno qualunque. Kandinsky, uno di noi.

Ah, Vito, dimenticavo. Dopo quattordici anni, trovo che sia arrivato il momento di dirtelo, finalmente.

Rock’n’roll still rulez!

“Se l’artista è il sacerdote della bellezza, la bellezza deve ispirarsi al principio del valore interiore. L’unica misura della bellezza è la grandezza e la necessità interiore.”

                                                                                                                      Wassily Kandinsky
                                                                                                                 Lo spirituale nell’arte, 1910

C.N. Che cosa accomuna la boxe alla vita? e cosa la vita all’arte? e cosa l’arte alla boxe?

V.S. E’ la paura. Ho scelto la boxe in passato perché credevo che l’avversario fosse all’esterno, nel mondo, nella società. Col tempo, ho imparato, a piccoli passi, a capire che l’avversario è dentro di noi quindi siamo noi e la pittura, come ogni linguaggio creativo, è un buon ring per affrontarsi, per capire chi siamo.

C.N. In passato, grazie alla tua formazione classica hai realizzato opere molto fedeli alla figura. Ora, la figura si è dissolta in un grumo di materia. Cosa le è successo?

V.S. Piano piano, ma inesorabilmente, ho curiosato in vari ambiti scientifici e filosofici, e soprattutto ho curiosato all’interno di me: ho avuto una specie di visione. O meglio, una percezione di quella che dovrebbe essere la realtà. Ho iniziato a vedere il mondo e tutto ciò che sta dentro e fuori in maniera completamente diversa. Ho iniziato ad avvertire l’assenza della forma e l’illusione di questa. Amo molto la figura, la mia pittura è nata e cresciuta  con lei, quindi questa non può mancare nei miei lavori. Chiaramente ha subìto la metamorfosi del mio pensiero, della mia idea della mia vita.

C.N. Domanda a bruciapelo. Qual è, secondo te, la missione storica dell’arte (contemporanea)?

V.S. Eh, una domanda che mi sono posto per anni e a cui non ho saputo dare risposte. Oggi, posso appena percepire quella che dovrebbe essere definita arte. Non credo che una persona o un gruppo di persone possa, nel proprio presente, scegliere e decidere quale sia l’arte. Io credo che l’arte sia veggenza, qualcosa che ci viene suggerito da un’altra dimensione. L’artista, facendosi strumento, materializza queste visioni. Quindi, potrei suggerire che la missione storica dell’arte non è altro che predire di qualche secolo ciò che l’umanità e il mondo intero dovrà attraversare.

C.N. Di che cosa parla la tua pittura? Che cosa vorresti dire allo spettatore che si ritrova davanti a una tua tela?

V.S. La mia pittura parla della vita di tutti i giorni: dei casi eccezionali, della morte, della gioia, della felicità, della malattia, dell’infanzia, della vecchiaia. Di tutto insomma! Voglio comunicare allo spettatore che in ogni cosa vi è l’immenso. In ogni cosa puoi percepire l’infinito e l’immanenza. Ci puoi vedere sempre la doppia interpretazione, dell’amore e della paura.

C.N. In passato hai affrontato temi sacri come, ricordo, la Crocifissione di Cristo ai tempi dell’accademia. Come mai non tratti più il tema esplicitamente?

V.S. Questa è una domanda che posso ricollegare alla precedente. Per me il sacro esiste in tutto ciò che è intorno a noi, dentro di noi, intorno agli altri e dentro gli altri. Basta semplicemente saperlo mettere a fuoco. E’ per questo che nei miei miei dipinti trovi le scene di ogni giorno, estratti di quella quotidianità che si trasforma adagio in abitudine, perdendo così il sacro che si nasconde in lei, perdendo il sacro che ognuno di noi riflette nella vita circostante.

C.N. In passato, hai realizzato anche diversi paesaggi, molto luminosi, aperti, caldi. Spesso, mi hanno fatto pensare alla tavolozza dei paesaggisti napoletani. Nei paesaggi che realizzi adesso, la natura, sempre molto materica, sembra restituita con una grande senso di imponenza, quasi spaventosa. Ho letto bene o c’è altro?

V.S. Il paesaggio è un tema a me molto caro anche perché viene dal mio passato generazionale, ma è proprio per questo che sono riuscito a trascenderlo, facendolo diventare una semplice espressione dello stato d’animo umano. I miei paesaggi sono le emozioni che l’uomo prova, volta per volta, davanti a situazioni sempre nuove.

C.N. Mi sono sembrati molto interessati i titoli delle tele che paiono intessere storie parallele a quelle dei protagonisti delle opere stesse. Me ne vuoi parlare?

V.S. Non parlo mai dei miei titoli. Credo sia una cosa molto intima e soprattutto mi piace l’idea che lo spettatore viaggi con la sua mente attraverso quei mondi interiori che l’opera suggerisce.

C.N. Perché il dettaglio anatomico ha perso il ruolo centrale nella tua ricerca?

V.S. Oggi, nella mia ricerca, ho posto in prima linea solo l’anatomia dell’anima.

C.N.  Perché graffi la tela?

V.S. Ogni dipinto è un viaggio che io faccio all’interno di me e, molto spesso, questo viaggio comincia con la quiete per finire nelle tempeste emotive, dove la passione preponderante cerca di imprimersi sulla tela con energia e con amore in cui tutto è contemplato. L’utilizzo di attrezzi metallici graffia, ma mai taglia, la pelle del dipinto.

“Così avvenne che la storia del Paese

Meraviglioso, un poco per volta

arricchita di strane vicende, fu estorta…

Ed ora è finito il racconto

e andiamo verso Casa, allegra ciurma,

mentre il Sole è al tramonto.”

C. L. Dogson

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