Le domeniche d’agosto, quanta neve che cadrà

Ho letto che qualche frivolo sentimentalista dedito a spiritualismi new age che spopolano alla grandissima nella dilagante spiaggiata social, sta facendo circolare l’idea secondo la quale la parola amore sia formata da due paroline: a privativo e mors, e che quindi, a rigor di logica, amore significherebbe senza morte, eterno.

Ma che bello, che poesia! E tutti contenti.

Premetto che non ho condotto approfondite analisi, al momento l’argomento non mi smuove.
Ho semplicemente dato una rapida occhiata all’etimologia sul web ed effettivamente, stando a quanto riportato da alcuni dizionari on line, la sopracitata sembrerebbe una probabile origine.

Però, però… c’è un però. Ragionando sulle poche rimembranze delle lingue classiche studiate in adolescenza, mi vien da dire: è vero che col volgare, molte lettere di alcune parole son cadute o si son fuse o separate tra loro dando vita a vocaboli -apparentemente- nuovi, ma è pur vero che, in linea di massima, la grammatica rimane rispettata.

Se fosse vero che la a è un alfa privativo ad essa dovrebbe far seguito un caso ablativo.
Nella fattispecie, l’ablativo di mors, mortis è morte.
Oggi, dovremmo avere amorte e non amore.
Com’è caduta ‘sta T?

Ciò detto, sono più propensa a credere due cose: 1- che la derivazione sia da a (privativo) + ablativo di mos, moris (tradizione, regola, legge) che è more; 2- a (complemento di moto da luogo) + ablativo di mos, moris (idem come sopra), stabilendo nella parola amore non il concetto di eterno, ma fissando profondamente l’idea che si tratti di qualcosa mutuato dalla legge e dalla tradizione (divine?) e, contemporaneamente, alle stesse del tutto estraneo e superiore.

Ugualmente contenti, adesso?

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34 thoughts on “Le domeniche d’agosto, quanta neve che cadrà

  1. Risolvo io il mistero della “t” caduta: semplicemente il problema non si pone perché “amore” era “amor, -is” già per i Romani antichi e antichissimi. Mentre nel passaggio dal latino all’italiano si tendeva a prender come base le forme in accusativo, le più impiegate, da cui semplicemente cadeva la “m” (molto debole nella pronuncia forse già nel latino classico), non è da escludere che i Romani avessero composto la parola a partire dal caso nominativo, che è la soluzione più logica. In questo caso è possibile ritenere che il latino “amor” derivi da “a-mors” con caduta della desinenza; sul perché essa sia caduta, non ho particolari idee.

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      1. Solo se è la preposizione. Potrebbe avere un’altra origine, oppure il fenomeno è così antico che il processo è stato di tipo diverso: bisognerebbe verificare se l’ablativo arcaico avesse la stessa desinenza che ha nel latino classico: ci sono norme che variano nel corso del secoli, per esempio “Mars” (Marte) nella lingua arcaica era “Mavors” ed è caduta una sillaba.

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      2. Cade la sillaba ma la desinenza che va declinata è mantenuta. In ogni modo, poiché il latino non è la madre di tutte le lingue, è anche assai probabile che la parola abbia affrontato ulteriori viaggi da altri idiomi, in cui ha subito variazioni. Quello che contesto, come mia abitudine, è l’accettazione a-critica (alfa privativo) di definizioni che solletichino questa dilagante quanto pericolosa forma di “umorismo” (ovvero della tendenza ad assecondare gli umori comuni). Più le cose sono banali, scontate, pertinenti a ciò che accarezza le aspettative di tutti i buoni del mondo (che sono ovviamente quelli che condividono siffatte porcherie) versus i cattivi (tra cui mi metto io a smontare i loro castelli dorati di colla vinilica), più hanno diffusione.

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      3. Non so, io la prendo solo come una questione linguistica: considerando che la parola latina è quasi identica all’italiana, la sua formazione può davvero essere remotissima, il che apre la porta a svariate interpretazioni: gli stessi Antichi spesso credevano vere delle paretimologie, per esempio, o formulavano delle teorie oggi non più accolte su come le lingue fossero nate. Quando si ha a che fare con le loro opere il miglior approccio è crederci anche noi: solo così si può sperare di capire perché hanno usato una certa parola o formula per indicare il tal concetto. Sono il primo a sostenere la necessità di essere completamente obiettivi, quando si ha a che fare con opere, epoche o idee lontane: per capire il passato bisogna immergervisi, o si corre il rischio di fargli dire quello che ci aspettiamo e non quello che è stato. In effetti, ciò significa in sostanza che essere obiettivi vuol dire accettare una soggettività in quanto è una cosa che è stata.

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