Ha da passà ‘a nuttata

Uno nessuno centomila” inizia con l’immagine del protagonista che, per la prima volta nella sua vita, s’ accorge di avere una naso molto importante.

Da questa nuova consapevolezza, prende avvio tutta una serie di stimolanti considerazioni intorno alla persona.

Nell’Antica Latinia (epoca e luogo del passato a metà tra storia, leggenda e invenzione culturale) si chiamava persona l’attore che saliva sul palco per recitare una parte.

Più largamente, questa parola poi poteva utilizzarsi anche per designare appunto la maschera o quella maschera che di volta in volta il personaggio interpretava.

Così continuò che andò a finire che maschera e persona cominciarono a coincidere, spostando di gran lunga l’asse interpretativo dal punto originario.

Oggi, se diciamo a qualcuno che indossa una maschera, sicuramente non stiamo facendogli un complimento.

Intendiamo dirgli, invero, che trattasi di individuo capace di frapporre tra sé e gli altri un filtro che non gli permette di essere autentico.

Ciononostante, se  dalla  Latinia Antica facciamo un salto in ambito filosofico,  potremmo scoprire, con non poca meraviglia, che la persona è un essere dotato, nella concezione moderna almeno potenzialmente, di coscienza di sé e in possesso di una propria definita identità.

“Persona est rationalis naturae individua substantia”.

A questo punto si potrebbe aprire un capitolo in trentatré riprese per ragionare su questa frase, ma sottopongo all’attenzione del lettore da martedì grasso che substantia è così composto: sub stantia, cioè le cose che stanno sotto. Ed effettivamente la parola persona, sempre restando tra gli amanti di Sofia, rappresenta l’individualità tutta razionale contrapposta alla natura divina dell’Io con gli altri.

Ma come si fa a essere contemporaneamente attori e coscienti di sé?Uno nessuno centomila?

Attraverso la maschera, appunto. Spesso rappresentata da un lungo e appuntito nasone che profonde ombra sul viso.

Ed ecco che in questo modo si stratificano le parti costitutive dell’uomo alla ricerca di un proprio equilibrio.

Perché il carnevale ci piace così tanto?

Dall’antico valore apotropaico (sul quale spenderò pochissime parole, queste), la festa delle maschere “serve” ad allontanare i fantasmi dell’inverno, a scacciare i satanassi con suoni tarantolati e danze dai ritmi tribali che come una formula magica spaventano le ombre di morte, fanno loro il verso e annunciano la stagione della rinascita.

Tra gli artisti, un solo nome mi rigira in testa: James Ensor.

Un depresso, paranoico e schizofrenico individuo capace di gettare un occhio impietoso sulla realtà a lui contemporanea, profetizzando perfettamente quella a venire.

Le maschere non sono solo più uno strumento di liberazione dai demoni dei cicli delle stagioni o di quelli umani. Col tempo, esse si trasformano in fantocci dietro ai quali si muovono i fili di esperti burattinai.

Non più espressione di individualità ma folle coesione. Da questa metamorfosi mostruosa si origina la folla.

“Queste maschere piacevano molto anche a me, perché offendevano quel pubblico che non mi aveva compreso per niente”.

Paradossalmente, è proprio indossando la maschera che ci sentiamo più liberi di burlarci di qualcuno e vendicarci, seppur goliardici, di qualche piccola prepotenza subita.

Per Carnevale mi travesto da piccola Pulcina. Mi travesto da Pulcinella.

La mia dichiarata volontà per oggi è muovermi silenziosa, astuta e leggera tra l’acuta intelligenza e la sfrontata e contraffatta ingenuità.

Buon martedì grasso.

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