Yayoi Kusama

 A cura di Roberto Mazzeo

A 87 anni Yayoi Kusama è la regina incontrastata dell’arte.

A nominarla tra le cento persone più influenti del mondo, il Time, nella sua celebre lista in cui compaiono tantissimi personaggi del mondo dello spettacolo, della politica e della cultura.
È una donna il cui nome gira da tantissimo tempo, una donna che ha fatto cose che hanno cambiato radicalmente il mondo dell’arte.

Nata a Matsumoto, in Giappone, Kusama nella sua carriera artistica ha abbracciato diverse correnti, dal Surrealismo all’Espressionismoastratto, dal Minimalismo all’Art Brut, dalla Pop alla LandArt fino allo Psichedelismo.

Il suo marchio di fabbrica sono diventati negli anni i pois, ossessione che porta con sé i disturbi allucinatori vissuti dall’artista durante l’infanzia.
Ma è scavando nel suo vissuto più remoto che troviamo la chiave interpretativa del suo percorso artistico. Fin da piccola Yayoi soffre di disturbi ossessivo-compulsivi e allucinazioni plurime dovute a perpetrate violenze domestiche.

Durante una crisi, all’età di dodoci anni, il motivo a fiori rossi di una tovaglia da tavola comincerà a riprodursi all’infinito nella stanza, popolando da allora in poi il suo universo in modo ossessivo.
Pois e fiori giganti, reti, protuberanze molli e forme falliche. Sarà la riproduzione, la moltiplicazione e l’aggregazione ossessiva di questo ristretto vocabolario di forme la firma stilistica delle sue opere.
Come Louise Bourgeois, unaltra Signora dell’arte contemporanea, Yayoi Kusama ricrea, attraverso il fare artistico, le sue visioni come mezzo per dominarle, convertendo questa proliferazione minacciosa in una via di salvezza e fuga verso un’entropia liberatoria.

L’intento della sua arte è quello di condurre un’indagine sul concetto di percezione del cosmo e di infinito, oltre che un inno alla bellezza della vita. I suoi giganteschi fiori dai colori vivi e brillanti intendono esprimere il senso di rigenerazione, di crescita e transizione propri del ciclo naturale.
I pois, invece, una forma di smaterializzazione paragonabile ai palpiti del cosmo, ai movimenti dei corpi celesti.

Kusama continua ad esplorare il concetto di infinito con le Infinity Mirror Room, passando dalla superficie bidimensionale delle tele ad un ambiente di riflessione speculare, dovuto all’effetto caleidoscopico delle superfici specchianti che genera uno spazio inesauribile; il corpo viene frammentato dalle pareti a specchio e riprodotto all’infinito.

Altro delirio visuale è l’installazione “Gleaming lights of the Souls”. Reinterpretando la tecnica pollockiana dell all-over painting, l’artista sfrutta una stanza interamente tappezzata di specchi, trasformandola in una scatola ottica dal cui soffitto decine di led sospesi emanano luce intermittente. Un pullulare di immagini che si moltiplicano e si confondono ad libitum.

Postilla di Camelia Nina

E’ da diverso tempo che provo a farmi un’idea ben precisa sul lavoro di Yayoi Kusama, non riuscendo a venirne a capo in maniera del tutto chiara.

Non posso negare che la vivacità dei colori, il ritmo e la geometria delle composizioni (in effetti, nella lunga lista dei riferimenti artistici sopracitata mi pare proprio che manchi l’Optical art e l’arte cinetica), l’inconsapevole, forse, riferimento alle forme di vita batteriche e virali, al cosmo dei microrganismi, ai frattali naturali mi avvince fortemente.

Questo è un fatto vero.

Trovo che ci sia, soprattutto nella prima produzione su tela, una bella e sincera ricerca, un lato estetico potente.

La fortissima influenza della cultura nipponica letteraria dei manga riesce a trasfigurare la tragica storia personale, esibita attraverso la ripetizione ossessiva del pois, non a caso del punto, in un caleidoscopico viaggio artefatto, artificiale, chimico: un vero e proprio trip auto indotto.

L’alto rischio poteva essere quello di cadere inesorabilmente in un horror vacui spaventoso. Il risultato è, invece, quello di guidare lo spettatore in una dimensione altra, parallela, alternativa, alla maniera del meraviglioso mondo di Alice Liddell.

Un’arte escapologica, sia per l’artista che per il pubblico.

La forza del lavoro di Kusama sta nell’intuizione di fare della sua ricerca una cura.

E questo è un altro fatto vero.

Guardando attentamente, però, andando più a fondo nell’analisi, proprio questa forza risulta essere la sua condanna.

Ciò accade quando il vissuto personale comincia a pesare un po’ di più, disequilibrando il lavoro.

La tragica esperienza di vita diviene preponderante rispetto all’opera, acquisisce una gravità sproporzionata e la leggerezza, che prima mi trasportava sulle sue ali variopinte, adesso mi stende irrimediabilmente orizzontale, come se i pois fossero enormi dita che mi schiacciano a terra.

Nel tempo, la ripetitività è slittata da motivo a ragione dell’opera.

Esattamente come uno schema calcistico, “squadra che vince non si cambia“, la malattia è oramai nient’altro che un modello pubblicitario che punta alle milionarie vendite elitarie e alla popolare fama di massa.

La patologia, il disturbo ossessivo-compulsivo, la devianza psicologica, l’instabilità emotiva sono oggi l’indelebile marchio dell’intera opera, un marchio a fuoco che non è più possibile scrollarsi di dosso e che determina, a suo svantaggio, le possibili evoluzioni della ricerca.

I colori si sono ridotti,  approdando e limitandosi al bicromatismo, a strumento di marketing e set hollywoodiani.

Ogni tanto, qua e là, tra fiori e giravolte, compare qualche occhio indiscreto, sicuro suggerimento di poteri facoltosi che si muovono silenziosi dietro le quinte dell’artista giapponese.

Tra le altre cose, l’arte così trasfigurata convince insistentemente gli ignari che debba necessariamente esistere una qualche inespugnabile relazione tra infermità mentale e opera. Niente di più inverecondo e dannoso.

E così, Yayoi Kusama si diminuisce in puro solipsismo, in solitaria auto-referenzialità, senza più alcuna possibilità di guarigione e traccia di apertura al pubblico.

E’ questo l’esempio di come un percorso iniziato in maniera brillante interessante possa giungere alla deriva, accartocciandosi tristemente su se stesso.

Quando non è più l’artista che offre allo spettatore la materia in veste divina, ma lo spettatore a essere fagocitato per intero da installazioni gigantesche, sculture svettanti e opere soggettivanti, si diviene tutti vittime dell’inguaribile disabilità dell’anima contemporanea: l’elevazione dell’ego.

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