Louise Bourgeois ( 1911)

A cura di Camelia Nina

La Bourgeois  è stata una importante artista francese. Si formò come scultrice presso la École des Beaux-Arts di Parigi, per poi approdare a New York City nel 1938.

Partecipò a diverse correnti artistiche, dapprima sotto l’influenza del surrealismo, per dedicarsi poi, a partire dagli anni sessanta, alla lavorazione del metallo, realizzando tra l’altro delle installazioni.

Negli anni più maturi, l’artista si occupò in maniera approfondita di temi come la sessualità, la famiglia e la solitudine, rappresentando immagini trasfigurate del membro maschile e celebrando il concetto di maternità con enormi sculture filigrane a forma di ragno; si tratta di opere di carattere onirico spesso ripetute per essere poi installate in diverse città, dell’altezza di una decina di metri.

La Bourgeois è stata in analisi per più di 30 anni. Nel 1951, cominciò a soffrire di depressione, a seguito della morte del padre, ed entrò in terapia con il dottor Leonard Cammer. L’anno seguente passò al Dr. Henry Lowenfeld, un freudiano di seconda generazione che era emigrato a New York, anche lui nel 1938.

Nel 2007 sono state ritrovate, nella casa di Chelsea  della Bourgeois, morta nel 2010 a 98 anni, due scatole di appunti che si riferiscono all’analisi cui si era sottoposta per tanti anni, quattro volte alla settimana.  Questi appunti, scritti su fogli casuali, carta intestata, biglietti della lotteria ecc., offrono uno scorcio degli stati psicologici della scultrice. Secondo queste note, Lowenfeld considerava l’incapacità dell’artista di accettare la sua aggressività come il problema centrale che doveva essere elaborato in analisi. “L’aggressività viene utilizzata dal senso di colpa e si rivolge contro di me, invece di essere sublimata in canali utili”, ha scritto.

Per gli storici dell’arte le sue libere associazioni e gli scarabocchi non solo suggeriscono indizi per quanto riguarda le relazioni personali dell’artista e i conflitti che sono alla base di tutto il suo lavoro, ma sembrano offrire collegamenti diretti al suo processo creativo. In una lettera non finita, scritta al “Mon cher Papa”, la Bourgeois scrisse: “Nel 20° secolo il miglior lavoro è stato prodotto da coloro il cui unico problema era un problema con se stessi”.

Suo padre era un tirannico donnaiolo ed aveva una storia con la sua governante inglese: la scoperta della tresca fu un trauma, al quale la Bourgeois fa infinito ritorno nelle sue opere. Nel 1958, all’età di 47 anni, la Bourgeois scrisse una lista dei suoi fallimenti: “Ho fallito come moglie / come donna / come  madre / come padrona di casa/ come artista / come donna d’affari”, e così via.

Compilò anche una lista di “sette semplici modi per farla finita” così come la lista delle sue paure: “Ho paura del silenzio / del buio / di cadere /dell’ insonnia / del vuoto …”

E parla anche dei suoi sentimenti circa l’analisi: “L’analisi è un lavoro / è una trappola / è un privilegio / è un lusso / è un dovere … è uno scherzo / mi rende impotente / mi fa sentire come un poliziotto / è un brutto sogno… ”

“Non rischiare troppo / Non nascondere troppo / Non trascurare troppo …”

La Bourgeois si chiedeva: “Che cosa vuoi / sai che cosa è / sai se è possibile averlo? Se non lo sai, perché non lo sai/ stai cercando un oggetto sostitutivo? Perché? /quale?” Su un altro foglio invece ha scritto: “Essere ferita. Paura di essere ferita, ferire prima di essere ferita, cosa ferisce?” (Le risposte: “essere abbandonata / criticata / attaccata / subire richieste eccessive / essere usata/  essere rifiutata …”)

(psicolinea.it)

Postilla di Camelia Nina

Cari maliziosi viaggiatori su Nea, vi propongo di continuare ad accompagnarmi in questo fantasmagorico viaggio fra i danni irreversibili provocati dall’entrata in scena della psicoanalisi (a partire dal barbuto Freud) nella nostra cultura, attraverso le trasfigurazioni che questa ha apportato all’immaginario artistico e alla capacità individuale di creare e partecipare del mondo da questa parte di globo.

Lo faccio, prendendo in esame proprio il lavoro di un’altra Signora che assieme alla Carol ci rappresenta nell’arte occidentale, appunto la Louise.

Perché un’altra donna?

Chi dice donna dice danno. Se è vero, sarete voi a deciderlo alla fine della lettura di questo articolo.

Ciò che mi incuriosisce di più di tutta questa storia è che la donna, nel campo delle cose “estetiche”, a mio modesto parere, eccezion fatta per alcuni rari splendidi casi, non ha praticamente introdotto nulla di femminile.

Quel che più mi stupisce è ancora che la donna, anche quando (anzi forse a maggior ragione quando) emancipata, femminista, politicamente impegnata, priva di prole a carico, a favore dell’aborto, sessualmente disinibita, in realtà abbia solo continuato a scimmiottare il tipico intellettuale maschio, trasportando tutto il bagaglio dei suoi esemplari atteggiamenti nell’emisfero femminile, offrendo l’idea di una donna mascolina, fredda, priva di empatia e di materna accoglienza.

Indipendentemente dal fatto che si sia scelto di avere una famiglia, di essere madre o moglie trovo innegabile che i sopracitati siano gli elementi che contraddistinguono una donna.

Invece, assistiamo al ripetersi del modello della devianza patologica, della pazzia (comunemente associata alla genialità e all’estro, in questo caso forse più al mestruo), dell’ingrassamento di un ego infantile, alla volta di quel morboso rapporto padre padrone/figlia principessa.

Questa ricerca di attenzioni continua a manifestarsi con l’inserimento nelle opere di quei simboli della fertilità paterna, fonte di un duplice (bipolare, per i freudiani ) sentimento nella bambina di attrazione/repulsione: falli possenti appesi, impiccati e arresi, svettano allegramente nella loro impotenza, poiché astratti, feticci d’ossessa, dal proprio contesto di esistenza.

Scusatemi se a tratti io vi possa  sembrare un’educanda, un’ingenua ragazzotta di campagna che si scandalizza di fronte a un cazzo gigante, una cattolica paralitica immobilizzata dai pudici dogmi religiosi.

Ammetto che la linea che separa il fanatico oscurantismo dalle dichiarazioni di cui sopra possa sembrare davvero sottile. Ammetto pure che un occhio disabituato ad allungarsi verso lidi più remoti e un pensiero non allenato a ragionamenti spregiudicati, allineato, piuttosto, alla stessa piatta linea di orizzonte dei nuovi popolari modelli  antigalileiani, non saprebbe non solo riconoscerla, ma neppure accettarne l’esistenza.

E quindi, vi domando ancora perdono.

Lo so che lo sforzo che vi chiedo è massiccio, forse insostenibile.

Sarebbe molto più facile per me tessere le lodi di quel ragno abnorme, nero, brutto, fastidioso, spaventoso e credetemi, se volessi, potrei convincervi  in poche mosse che si tratta dell’opera d’arte più maestosa e profonda che abbiate mai visto, senza neppure farvela vedere dal vero.

Oh sì, fidatevi, eccome se ci riuscirei! Soprattutto perché, vi assicuro, ne siete già interiormente e inconsapevolmente persuasi.

Il fulcro su cui si snoda tutta l’arte contemporanea è la soggezione che un lavoro incomprensibile crea. Incomprensibile non perché voi, noi non siamo in grado di capire (data la inestimabile genialità del medesimo), ma perché del tutto privo e spoglio di qualunque significato e sostanza.

E datemi ancora credito, vi prego fatelo, quando vi dico che è questa la strategia di tutte le forme di potere e di controllo.

A me, tutto ciò che voi chiamate arte continua a farmi ridere comprese le titaniche dimensioni di organi genitali o degli elementi sessuali che questi pseudo arlecchini del mondo artistico contemporaneo vi costringono ad ammirare e, infine, a chiamare arte chiudendo perfettamente un cerchio vizioso e malato.

Se voglio guardare due seni fatti bene e riflettere sul significato cosmico dell’allattamento, della funzione vitale del capezzolo mi basta guardarmi allo specchio (o ammirare i dipinti di quelle Madonne che dalla notte dei tempi sono giunte fino a noi nutrendo il proprio frutto). Se voglio riflettere sul valore fecondo di un pene eretto e del suo prezioso seme, da non confondere con quello inutilmente disperso per riempire un sottoscala di imbarazzanti orgasmi a perdere, mi basta vivere l’intimità col mio partner (o cercare di compenetrare il valore educativo di certi bassorilievi erotici dei Templi di Khajuraho).

Non abbisogno di pagare un biglietto di un museo o di un qualche spazio espositivo contemporaneo per assistere, impotente, alle patologie mentali di soggetti deviati, condannati a essere innalzati a pensatori di grande spessore e levatura, che altrimenti sarebbero poveri derelitti ma con una possibilità di guarigione in più.

Ebbene sì, continuo a gridare, a pieni polmoni, gli orrori derivanti dalla psicoanalisi e dall’archivio di invisibili mostri che ha tirato fuori dal mitologico vaso di cui ha impunemente sollevato il coperchio.

“Ma la donna, sollevato con le mani il grande coperchio dell’orcio,
lasciò che si disperdessero, e preparò agli uomini tristi sciagure.

Sola lì restò Elpìs, nell’indistruttibile dimora,
dentro, sotto gli orli dell’orcio, e non volò via,
fuori; prima infatti rimise il coperchio sull’orcio,
per volere di Zeus egioco adunatore di nembi.

Ma infiniti mali vagano tra gli uomini:
infatti, piena è la terra di mali, pieno ne è il mare;
tra gli uomini, di giorno e di notte le malattie
si aggirano spontaneamente, recando mali ai mortali,
silenziose, poiché il prudente Zeus le privò della voce.

Non si può dunque in alcun modo evitare il volere di Zeus.”

(Esiodo, Le Opere e i giorni)

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22 thoughts on “Louise Bourgeois ( 1911)

      1. Più che altro la seconda parte, sulla non facile ammissione che molte donne, anziché “correggere” la dissolutezza maschile, si siano camaleonticamente adattate, invece, a un mondo che ripugnavano a oltranza, prima dell’avvento del femminismo (quello deviato, non quello “serio”).

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  1. GRANDE! 😍
    alla Narrenturm di Vienna dove lavorò anche Freud, s’è conservata una cella completamente ricoperta dall’occupante del tempo di disegni di organi sessuali. Sembra un viaggio nella psiche patologicamente ossessionata e paranoica dell’uomo medio odierno. Uno dei posti più inquietanti in cui mi sia mai trovato… o forse non capisco l’arte

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  2. In un mondo che tende alla massificazione diffusa, dove si vuole che tutti siano adeguati al senso comune, ai mercanti d’arte (o chi per loro) non resta che celebrare la diversità, a prescindere; senza alcuna valutazione della sua creatività ed espressione.
    In ultima analisi i venditori non possono far altro che cercare o creare nicchie di mercato in cui poter collocare merci spesso avariate ed estranee a qualsiasi vissuto.
    È in questa logica che rientra la concezione evolutiva dei definitori dell’arte contemporanea che si trovano a considerare geniali tutte le espressioni diverse dal comune.

    Non mi piace.
    ciao, buon pomeriggio 🙂

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      1. Vero, tocca anche questa forma, e, ritengo che spesso i “professori dietro la cattedra” abbiano posizioni radicali, di totale apprezzamento o negazione, e non sia facile riuscire a rapportarsi loro 😉
        Ciao, buona serata 🙂

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      2. 😊 Già abbondantemente dato in tempi oramai passati.
        Confronti superati brillamtemente nonostante le divertite impertinenze e numerosi attacchi trasversali di cui erano frequenti e ignari vittime.
        😈😈😈

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