Agha Reza Reza-e Abbasi ( 1565 – 1635)

A cura di Roberto Mazzeo & Camelia Nina

Prima di presentare le “opere” di questo “artista” (virgoletto le parole opere e artista perché nel mondo orientale sono intese in maniera del tutto diversa che da noi) reputiamo necessario un breve passaggio attraverso quella che è stata la storia dell’arte persiana, la nascita della miniatura, la calligrafia e il significato della rappresentazione in ambito islamico.

La Storia dell’Arte della Pittura in Iran, risale al Paleolitico superiore (40.000-10.000 anni fa).
Nelle grotte Doushe della provincia di Lorstan, sono state scoperte delle immagini di animali e scene di caccia risalenti a 8.000 anni prima di Cristo. Si tratta di disegni principalmente geometrici identificati come motivi a scala, bande e spade. Come colori sono stati impiegati ematite, limonite e carbonio per rosso, giallo, nero e grigio su intonaco bianco, rivestito da un più spesso intonaco più scuro.

Nel III secolo d.C. registriamo i dipinti di Mani (216-277 d.C.) guida spirituale, miniaturista e pittore che è considerato il padre della Miniatura Iraniana. La Miniatura Persiana si è sviluppata quindi anche grazie all’azione dei Manichei .

Con la conquista dell’Islam dobbiamo più propriamente parlare di Tazhib (parola che deriva da zahab, che in arabo significa doratura e quindi più in generale decorazione, che aggiunta alla calligrafia componevano la miniatura) ossia Arte islamica che doveva servire per decorare moschee, monumenti e i libri sacri. La Persia cadde sotto la dominazione Araba nel settimo secolo d.C. Per l’Arte e la Cultura, però, la Persia aveva solo da insegnare a tutto il mondo, quindi il successivo sviluppo dell’Arte islamica è evoluzione dell’Arte Iraniana e non viceversa.

A questo punto dobbiamo quindi iniziare a separare il Naghashi o Pittura e Negargarè o Miniatura in Lingua persiana.

Nel mondo islamico occorre capire bene la questione relativa all’Irrappresentabilità.

Nel mondo arabo, la rappresentazione figurativa era praticata fin dall’inizio dell’Islam, in forma monumentale, vedi i mosaici della Moschea della Roccia a Gerusalemme, la Moschea degli Omayyadi a Damasco. La rappresentazione figurativa fu dunque praticata fino al 7° secolo d.C., finchè non ebbero effetto le interpretazioni del Profeta Maometto. Con la proibizione che facevano alcuni ḥadīth (racconti della vita di Maometto contenuti nella Sunna) e posteriori dunque al Corano, della rappresentazione delle immagini del Profeta e dunque la formalizzazione del pregiudizio iconoclasta, la Pittura islamica ha subito un notevole colpo.

L’arte visuale islamica è potuta circolare soprattutto grazie alla Miniatura. La Miniatura è parte integrante di un manoscritto, costituendone l’illustrazione grafica del contenuto, e con una circolazione limitata e ristretta rispetto ad un dipinto.

La proibizione Islamica della rappresentazione umana e figurativa si applica solamente all’immagine della Divinità e nei luoghi di preghiera, e non alle immagini eseguite a scopo decorativo.

L’Islam non voleva dunque scoraggiare la creatività degli artisti; con la calligrafia, la stilizzazione e l’astrazione, l’artista poteva descrivere i valori spirituali dell’uomo.
Piatti ornati e vasi raccontano che la Miniatura in Persia esisteva già 2500 anni fa. Le illustrazioni dei manoscritti venivano eseguite da un pittore o miniaturista che collaborava con il calligrafo che copiava il testo. Come strumenti per illustrare un manoscritto venivano usati il calamo, o la penna d’oca, per la realizzazione del disegno e il pennello per la pittura eseguita di norma con la tecnica a tempera. I colori erano di tipo minerale mescolati con collante organico: l’ossido di zolfo e mercurio per il colore rosso, il lapislazzuli per il blu, l’oro applicato in foglia.

Alcune tecniche di pittura dell’Islam altomedievale è contenuto nel Trattato di ottica di Ibn al-Haytham (995 d.C.).

La miniatura persiana classica contempla una metodologia precisa per tracciare il disegno e l’impiego del colore molto intenso e vivace; non prevede la prospettiva e non considera una sorgente luminosa.

Le miniature vengono classificate negargari per le figure, tazhib per le decorazioni, tashir per le figure dipinte in monocromatico, tarsi impiegato su pietra, gaomorg impiegate sulle decorazioni dei tappeti con fiori, uccelli e disegni.
L’estetica islamica influenza molto la pittura perchè è difficile che le scene non gradite vengano raffigurate.

La Teoria estetica perso-islamico fonda la sua essenza nella complementarità tra surat (forma-esteriorità) e ma‘ni (significato-interiorità). Dunque esiste un notevole impegno e studio del miniaturista e del pittore sotto questo profilo.

Nel passato l’artista che illustrava il manoscritto aveva la funzione di far innamorare il lettore dei personaggi del poema e l’immagine costituiva un semplice strumento. Con il Masnawi è il pittore ad innamorarsi della sua realizzazione.

L’illustratore del poeta Nasir ‘Ali crea addirittura un’opera la cui essenza è vita, jansirishta ossia dotata di essenza vivente. D’altronde, è teorizzata anche la relazione prismatica tra Dio come bellezza e Dio come artefice della bellezza e il ritratto-specchio ne è il suo chiaro esempio.

Quando si parla di testo manoscritto non può non venir trattata la fondamentale pratica ossia la Calligrafia che è una vera e propria Arte nell’Islam.

La scrittura assume dunque una valenza artistica perchè le occasioni per dipingere sono limitate dall’irrappresantabilità della figura di Dio e dei Profeti. Quindi nell’Islam si dà una spiccata esaltazione alla Calligrafia.

La calligrafia araba, persiana e turco-ottomana ha un legame stretto con l’arte geometrica islamica dell’arabesco. La scrittura, per l’Islam non rappresenta la realtà della parola, ma è vera e propria Arte del mondo spirituale anche perchè crea una sorta di collegamento fra tutte le Lingue dei paesi islamici.
Ci sono due gruppi fondamentali di stili calligrafici arabi che sono le scritture cufiche (con caratteri spigolosi) e le scritture corsive (con caratteri più arrotondati).
L’ḥijazi la più antica, risale alla fine del VII. La più diffusa per tre secoli che parte dal IX secolo è la calligrafia cufica. La più usata, per la scrittura corrente la c. naskh, con tratti rotondi e sottili. La scrittura riq’a è molto usata perchè davvero semplice ed essenziale.
Nel XIII secolo, si diffuse la scrittura thulth, un terzo, in quanto le consonanti che non possiedono sviluppo verticale sono alte un terzo di quelle che lo hanno.

Con la dominazione araba a partire dal (643-650), i Persiani adottarono la calligrafia araba per il persiano creando le scritture ta’liq e nasta’liq che sono calligrafie molto scorrevoli e indispensabili per riempire le tre fasce scrittorie centrale consonantica, superiore e inferiore e adatta a inserire le harakat (vocali) e segni accessori
La calligrafia persiana introdusse anche lo stile rotto detto shekasteh. La scrittura diwani è un corsivo ideata da Housam Roumi.

La calligrafia opportunamente realizzata ha aspetti figurativi ottenuti con intreccio delle parole o con l’uso della micrografia. Si possono realizzare dei calligrammi ottenendo figure antropomorfe, zoomorfe, oggetti inanimati.

E ora, arriviamo finalmente all’artista di oggi: Agha Reza Reza-e Abbasi (Kashan o Mashad 1565 – 1635) il più importante miniaturista, pittore e calligrafo persiano, della Scuola di Isfahan del Periodo Safavide (16° secolo) sotto lo Shah Abbas I

.E’ considerato il più grande maestro della miniatura, conosciuto specialmente per i suoi album e murraqqa ritraenti figure singole di giovani bellezze femminili.
Ricevette l’educazione dal padre Ali Asghar, miniaturista del principe Ibrahim Mirza e dello Shah Ismail II a Qasvin.

Era solito firmare e datare i propri lavori a differenza di molti artisti persiani precedenti.
Ci sono alcuni lavori su una Shahnameh incompleta della Chester Beatty Library di Dublino e una copia successiva del lavoro datata 1628 (fine del regno di Abbas) alla British Library che sono attribuite a lui senza peraltro sicura certezza. Al Palazzo Topkapi è conservato il suo primo disegno datato 1601. Gli si attribuisce anche un libro miniato 1601-2 conservato nella Biblioteca Nazionale di Russia

.La specialità di Reza sono i fogli singoli in miniatura per album o le muraqqas per collezionisti privati in cui illustra una o due figure con un giardino di sfondo leggermente abbozzato, spesso in oro. I personaggi variano tra disegni a penna o completamente verniciati. Le prime opere hanno più colore mentre le successive molto meno. I soggetti preferiti sono figure di giovani uomini o donne elegantemente vestiti.

Le linee dei suoi disegni ad inchiostro hanno personalità, forma, movimento, decisione, carattere. Le figure colorate sono invece più sobrie.

Il suo stile mostra un notevole cambiamento. Riza lascerà per un periodo l’impiego presso lo Shah, andando alla ricerca di una maggiore indipendenza e libertà di dipingere situazioni più infime quali atleti, lottatori. Nel 1610 tornò a corte continuando la collaborazione con lo Shah fino alla morte.

Lo stile in questo periodo si modifica usando colori più scuri con tavolozze contenenti più terre e linee più marcate; anche i soggetti cambiano in uomini anziani, studiosi, Sufi, pastori, uccelli.

Sono attribuite con buona sicurezza 128 miniature e disegni e “incerte attribuzioni” per un totale di 109. I suoi lavori si possono visionare nel suo Museo di Teheran Reza Abbasi, nella biblioteca presso il Palazzo Topkapi a Istanbul, in alcuni musei occidentali, lo Smithsonian, alla Freer Gallery of Art, il British Museum, il Louvre e il Metropolitan Museum of Art.

(http://www.notitiae.info/)

Postilla di Nina Camelia

A questo punto del blog, mi aspetto che i più assidui appassionati di Nea sappiano già cosa aspettarsi da questa mia postilla.

Due cose fondamentali, citate a inizio presentazione: l’idea di opera e di artista nelle due culture, occidentale e orientale, in questo caso islamica.

Nel contesto di cui sopra, non esiste nulla che faccia pensare all’opera come oggetto di proprietà del suo creatore, come feticcio di un genio individuale, come protesi di un’anima incompleta.

Nella miniatura, specificatamente, l’intreccio di scrittura e immagine è fondamentale, rappresenta la trama sulla quale si sviluppa il lavoro dell’artista.

E anche il concetto di artista è del tutto nuovo rispetto al nostro. Ci suona quasi alieno, quasi che non si tratti assolutamente di artisti, ma di semplici manovali della decorazione.

L’artista, nella cultura perso-islamica, non è il solo autoreferente di tutto il meccanismo idea-creazione-prodotto. Egli si pone come un individuo concatenato ad altri individui, artisti, al fine di creare un unicuum indivisibile e unico.

Altro fattore rilevante, a mio avviso, è il modello di bellezza, anzi di bruttezza, che non è minimamente contemplato nella cultura figurativa islamica.

Bisogna, perciò porre l’accento sulla forte iconoclastia riferita principalmente alla divinità. Tuttavia, le figure quando rappresentate, sono sempre un dialettico specchio tra interno/esterno e dissipano, in tal modo, qualunque dualismo relativo al binomio corpo/anima, considerando che l’uno è il riflesso dell’altro, accennando vagamente al nostro più familiare καλὸς κἀγαθός e, in questo, riuscendo perfettamente a esprimere quell’equilibrio identificato col bello.

E’ nell’eufonico scambio  di dentro/fuori che, sebbene non sia direttamente raffigurata, la divinità è dinamicamente celebrata.

Impariamo, infine, una nuova lezione, assumendoci la responsabilità di vederci additati dagli integralisti che non hanno compreso nulla di questo articolo, come figli del panteismo new age americano: Dio non è ciò di cui dobbiamo parlare, ma ciò che possiamo riconoscere.

 

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6 thoughts on “Agha Reza Reza-e Abbasi ( 1565 – 1635)

  1. in verità l’irrappresentabilità divina è precetto esplicitato nettamente e chiaramente nell’Antico Testamento… diciamo che siamo stati fortunati abbia prevalso il pesante bagaglio della classicità all’affermarsi del cristianesimo(o forse i preti son stati semplicemente furbi, creando una religione dell’immagine). L’Iran è l’Iran, una cultura a se d’un millenarismo che non ha mai rinnegato se stesso, neppure nei momenti più bui della “rivoluzione” che, bisogna dirlo, li ha comunque salvati dal colonialismo “culturale” globalista
    ps: quasi off-topic 😉

    “At one glance…”

    At one glance
    I loved you
    With a thousand hearts

    They can hold against me
    No sin except my love for you
    Come to me
    Don’t go away

    Let the zealots think
    Loving is sinful
    Never mind
    Let me burn in the hellfire
    Of that sin

    Mihri Hatun(vai a curiosare chi fosse, dove e quando)

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