Di più non chiedo

Poche, pochissime cose della vita ordinaria sono ancora capaci di farmi trasalire, lasciandomi sospesa tra incantesimo e risveglio.

Una di queste è la potenza dei ricordi, di quei ricordi intensi, fiammanti, vivi, vibranti, vividi, tornati alla luce da un profumo o da un suono.

Il turbamento è tale che il battito si arresta d’un colpo in un tonfo ben piazzato e mi trovo obbligata a interrompere qualunque attività.

Come in un volontario e prezioso esercizio, prendo coscienza di quanto vissuto e il bagaglio delle mie emozioni intorno a quel vissuto mi si rovescia addosso.

Dopo aver con pazienza risistemato il contenuto, aggiusto la fragile soma in groppa al mio presente, alla ricerca di un lido dove scaricarla.

La schiena duole, ma è un supplizio tanto dolce, impregnato com’è di quell’ebbra malinconia, che non pesa.

E così, continuo a camminare, dimentica del morbido fardello.

A ogni riva segue la successiva, ogni oasi è solo miraggio, ogni sogno un ricordo attuale, ogni goccia di sudore una lacrima imbevuta.

(Immagine in evidenza: J.W. Waterhouse, Listen to my sweet pipings, 1911)

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