David Lachapelle (1963)

A cura di Roberto Mazzeo

Definito il fotografo delle stars, da Michael Jackson a Naomi Campbell, e videomaker pop, David Lachapelle si è aggiudicato lʼetichetta de “il più geniale fotografo di tutti i tempi”.

Il suo libro “Hotel LaChapelle” è stato il libro fotografico più venduto al mondo. Le sue opere sono ormai valutate centinaia di migliaia di dollari. Comicnciò la sua carriera grazie ad Andy Warhol, il quale gli commissionò i primi lavori.

Gesti stereotipati, mimiche facciali apatiche, ma contestualizzazioni forti, come vere e proprie critiche di una parte della società che tende sempre più verso lʼesteriorità.
Contesti, quelli che crea, saturi di elementi che circondando lʼanimale-uomo, che sempre compra, che sempre si circonda di oggetti dalla dubbia importanza, che poco si rende conto dellʼambiente surreale che lo circonda, rendendolo schiavo dellʼhorror vacui.

Rappresentazioni dellʼessere umano tendenti alla plastica, come dei perfetti manichini inseriti in contesti importanti, passati, storici, biblici ma attualizzati e volutamente superficiali e kitsch, poiché superficiale è lʼambiente che lʼindividuo di quel ceto va a creare intorno a sé.

È questo ciò che LaChapelle, surrealistica-mente, mostra nelle sue opere fotografiche.

Il perfetto connubio tra fotografia glamour e fotografia artistica, tra critica sociale e psicologica, tra satira e humor.
David Lachapelle, un abile maestro nella “malvagia” critica dei giorni nostri.

Niente è sobrio, anzi, le ambientazioni risultano caotiche e disastrate. Eppure il messaggio è chiaro. Dentro quell’immagine ci siamo noi, il nostro mondo, la nostra cultura portata ai suoi estremi.
Il linguaggio di David LaChapelle è un’eterna contrapposizione di significati, messaggi critici sulla società a cui lui dà una chiave di lettura onirica, buffa, fantastica. Andy Warhol, che per primo diede un posto di lavoro come fotografo a LaChapelle diciottenne, forse se ne era reso conto. Da poco lasciata la casa materna in Connecticut per trasferirsi a New York, il ragazzo dimostra talento.
Interview, la rivista americana fondata dallo stesso Warhol, diviene il primo terreno di battaglia del giovane LaChapelle, che poi passa ad altre riviste come Vogue, Rolling Stone, GQ, Vanity Fair, i-D. Fotografa vari personaggi: Tupac Shakur, Madonna, Amanda Lepore, Hillary Clinton, Jeff Koons ed Elizabeth Taylor.

LaChapelle collabora strettamente col mondo dell’arte e della musica, partecipando alla creazione di video musicali.

La società, il mondo che lo circonda, rientra sempre nelle sue opere. David adora parlare del mondo, o criticarlo facendoci sorridere. Le stars conoscono bene questo suo approccio, e quando chiedono di farsi fotografare da lui sanno che lo sfondo delle immagini sarà un’atmosfera magica, onirica. Ma la loro persona sarà presentata in maniera reale, portando agli estremi ciò per cui sono famose. Per citare solo alcuni degli esempi più noti basta guardare i ritratti di Michael Jackson, Bruce Lee, Lady Gaga, Pink Room e il suo autoritratto. Le ambientazioni, i luoghi, sono ideate nel suo studio di Los Angeles, proprio come se si trattasse di un set hollywoodiano.

La scelta di utilizzare sempre e comunque colori sfavillanti, accesi, mai monotoni diviene uno dei suoi punti di forza. Una delle sue ultime serie, Earth Laughs in Flowers, presentata alla Michelman Fine Art Gallery nel maggio 2011, sotto l’involucro pastello svela un contenuto cinico e critico verso il mondo: corpi nudi, telefoni cellulari, la connettivitá umana nascosta tra fiori barocchi. Numerose sono, infine, le sue mostre, l’ultima delle quali è Daphne Guinness exhibition al Fashion Institute of Technology di New York.

Postilla di Camelia Nina

Che vi devo dire?

A me LaChapelle mi è sempre piaciuto un sacco.

Sarà perché è figo?

Naaaa, non credo.

Dietro la patinata dose di botulino, oltre l’incipriata base di trucco, affianco al laccato parrucco  cotonato, si muovono alcuni demoni moderni, raminghi abitatori del tempo eterno: vanità, sesso, indolenza, per citarne un po’.

LaChapelle muove indubbiamente i suoi passi dall’insegnamento di Warhol.

Dunque, domanderanno i miei piccoli attenti lettori, avendo precedentemente sparlato abbastanza di Warhol, come mai non dissento sull’artista in questione?

Presto detto.

Leggo, negli scatti di questo fotografo, qualcosa di più del semplice sottrarre l’oggetto alla vista con astruse e seriose strategie di serialità.

Vi è, sicuramente, un intento dissacratorio affianco a quello celebrativo. Anzi, dirò che l’aspetto più affascinante di tutto il suo lavoro è proprio la  folle celebrazione diventata saggia dissacrazione.

LaChapelle è il re della dissimulazione.

Non a caso, le più famose celebrità, i più importanti artisti hanno fatto a gara per farsi ritrarre dal suo occhio eccentrico e manipolatore.

Tra riprese cinemascope, pose plastiche rivendicate dai templi classici, colori acidi e saturati rubati alle più grandi scuole di surrealisti, atmosfere glam e mondane come le copertine di riviste popolari, i protagonisti sono ritratti gloriosi e impietosi e, per questo, pure miseri e imperfetti.

Che non passi inosservato agli sguardi assenti dei distratti auditori,  il costante riferimento ai maestri del passato dai quali, con occhio furbo sottrae composizioni volumetriche, costruzioni  geometriche della scena, inquadrature e, fondamentale, l’essenziale edificio cromatico.

Infine, dieci e lode.

E, se ci scappa anche un bel bacio accademico, mica male!

Ah no.

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