Cave! Cave! Deus videt.

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Gli occhi fuoriusciti dalle orbite in un’esplosione nucleare si fanno liquidi, succo di bulbi oculari, vapore denso di materia in fase di trasmutazione.

In un’apocalittica tripartizione dello spazio compositivo, si muovono ingarbugliate creature archetipiche, interconnessi calamari, inframezzati insetti, ineffabili Podmork.

Eyeball Juice è appunto il frutto di una percezione originale e autentica.

Uscire fuori di sé per andare fuori da sé.

La rabbia e il fuoco, che da essa scaturisce, servono a spostare l’osservazione dall’interno all’esterno e ad attivare una visione non più meramente fisico-sensibile, ma addirittura soprasensibile: Hackatao colpisce ancora e picchia duro.

Immersi nel Feticismo Oftalmico Contemporaneo, aka F.O.C., i nostri occhi sono di continuo sovraeccitati, sia di giorno che di notte, da quelle lucine a led provenienti da solipsisti io-foni palamati, per primati dal pollice opponibile, che scandiscono impietose il ritmo dei nostri umori. Senza contare i frequenti episodi di scialorrea provocati dalla scarica di dopamina contenuta nel trillo di una notifica social o nell’orgasmica vibrazione del dispositivo mobile, sintomi entrambi di contatto avvenuto.

La nostra gioia virtuale traballa ebbra, in tal maniera, attraverso vette inaspettate e precipitose cadute entro un buio abisso senza fondo.

Hackatao, Nadia e Sergio, soffocati da quest’horror vacui tutt’attorno, avvertono l’urgenza di uno svuotamento interiore, per imparare a dimenticare, per buttare via, con un colpo secco di catena, l’affollato ingorgo che si crea nelle teste, per smaltire il traffico delle reti neuronali lasciate al caos del panorama specifico presente.

In questo lavoro, tutto si genera dal tutto: ognuno nascente dal corpo estraneo, ogni arto sorgente dall’occhio straniero. Un continuo e sinuoso svuotarsi e riempirsi. Un’arrampicata elicoidale verso la determinazione di ciò che è indefinibile. Propulsione spaziale di meccaniche umane.

L’intero immaginario di due mondi individuali che si intrecciano in quest’opera emerge con una dirompente forza dal turchese di fondo della tela, cielo terso di un interiore femminino.

I due singoli piani, Sergio e Nadia, si sovrappongono, formando palco e quinta teatrale, e giocano con lo spettatore: avvicinano lo sguardo grazie alla figura dai colori matti e piatti, allontanano il pensiero verso le sconfinate lande visionarie e surreali delle volute nel cirro atomico.

Come in una nuvola di sogno, ancora perfetta sulle nostre teste poco prima del risveglio, tutto ciò che s’aggroviglia e si mesce, in un unicum fluido, appartiene al “visto” del veggente.

E solo dopo la dissoluzione può avvenire la condensazione.

Nel mondo, artistico e non solo, in cui facciamo distratta esperienza di vita terrestre, siamo ultra stimolati da sembianze, apparenti custodi di vuote sostanze, strategicamente isolate dal loro originario contesto e inserite random in altri, totalmente stranianti.

Nell’arena di questo grande circo, agli artisti genuini non restano che le bucce delle noccioline, già masticate dai pachidermi più grassi.

E così, in taluni individui particolarmente fini di palato, questo soverchio visivo provoca un’ indigestione, con forti mal di testa e insostenibili sensi di nausea.

Spesso, straripare risulta essere la strategia più efficace per ridurre il malessere.

Perciò, prestate attenzione che l’insonne Argo dai cent’occhi vede. E non sempre provvede.

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