O Captain! My Captain!

360 Gliene diedi tre volte, tre volte lo tracannò stoltamente. Ma quando il vino raggiunse il Ciclope ai precordi, allora gli parlai con dolci parole: «Ciclope, mi chiedi il nome famoso, ed io ti dirò: tu dammi, come hai promesso, il dono ospitale.

365 Nessuno è il mio nome. Nessuno mi chiamano mia madre e mio padre e tutti gli altri compagni»

Dissi così, lui subito mi rispose con cuore spietato: «Per ultimo io mangerò Nessuno, dopo i compagni, gli altri prima: per te sarà questo il dono ospitale».

370 Disse, e arrovesciatosi cadde supino, e poi giacque piegando il grosso collo; dalla strozza gli uscì fuori vino e pezzi di carne umana; ruttava ubriaco. E allora io spinsi sotto la gran cenere il palo finché si scaldò: a tutti i compagni feci

375 coraggio, perché nessuno si ritraesse atterrito. E appena il palo d’ulivo stava per avvampare nel fuoco, benché fosse verde – era terribilmente rovente –, allora lo trassi dal fuoco. I compagni stavano intorno: un dio ci ispirò gran coraggio.

380 Essi, afferrato il palo d’ulivo, aguzzo all’estremità, lo ficcarono dentro il suo occhio; io, sollevatomi, lo giravo di sopra […];

387 così giravamo nell’occhio il palo infuocato, reggendolo, e intorno alla punta calda il sangue scorreva. Tutte le palpebre e le sopracciglia gli riarse la vampa, quando il bulbo bruciò: le radici gli sfrigolavano al fuoco. […]

395 Lanciò un grande urlo pauroso: rimbombò intorno la roccia. Noi atterriti scappammo. Dall’occhio si svelse il palo, sporco di molto sangue. Lo scagliò con le mani lontano da sé, smaniando: poi chiamò a gran voce i Ciclopi, che lì intorno

400 in spelonche abitavano, per le cime ventose. Quelli, udendo il suo grido, arrivarono chi di qua chi di là e, fermatisi presso il suo antro, chiedevano cosa lo molestasse: «Perché, Polifemo, sei così afflitto e hai gridato così nella notte divina, e ci fai senza sonno?

405 Forse un mortale porta via le tue greggi, e non vuoi? forse qualcuno ti uccide con l’inganno o la forza? Ad essi il forte Polifemo rispose dall’antro: «Nessuno, amici, mi uccide con l’inganno, non con la forza». Ed essi rispondendo dissero alate parole:

410 «Se dunque nessuno ti fa violenza e sei solo, non puoi certo evitare il morbo del grande Zeus: allora tu prega tuo padre, Posidone signore». Dicevano così, e rise il mio cuore, perché il nome mio e l’astuzia perfetta l’aveva ingannato.

Hanno tutti così tanta voglia di farsi chiamare artisti che quasi quasi mi viene voglia anche a me.

Come se a essere artisti si potesse godere di un certo tipo di privilegio!

Artista di qua, artista di là, artista sopra, artista sotto. Io sono un artista, io mi sento un artista, io c’ho messo il cuore, il mio talento arriva, viene percepito. Viene qua, viene là, viene sopra, viene sotto. Tutti con ‘sta smania di venire. Un’orgia, in pratica.

Nulla di più falso e lontano dal vero.

Essere artisti è, al contrario, una dannazione, una croce spesso forzatamente portata, una condizione di totale svantaggio rispetto agli altri ruoli previsti dalle rigide regole sociali. L’ abbandono, costretto o volontario, di uno stato di vita di scambi umani regolari e regolamentati.

Il primo motivo sta nel fatto che l’artista, fondamentalmente, non produce dei beni di consumo (ignoriamo tutto ciò che di aberrante ha partorito Andy Warhol con le sue scempiaggini pseudo-filosofiche da Jet-market di Apu).

Ne dedurremo che egli non produce utile (che, di fatto, rappresenta la cosa meno utile di un bene, in quanto si tratterebbe di moneta e la moneta non ha alcun valore assoluto se non quello che di volta in volta le viene attribuito dagli andamenti dei mercati finanziari internazionali, quindi, a che cosa serve?).

Il secondo motivo è strettamente connesso al primo di cui sopra ed è quello per il quale l’artista sarebbe, conseguentemente a quanto detto, un parassita a tutti gli effetti.

E, per giunta, della peggior specie, peggio addirittura di quelli delle classi clericali, le quali quanto meno, assolvono il loro ruolo, socialmente e politicamente programmato, di alimentare una fumosa e vaga spiritualità basata sulla negazione in toto dell’essere umano e delle sua natura terrestre a vantaggio di un indiscutibile influsso luciferico, al fine di tenere sotto stretto controllo gli animi più curiosi, bollenti e anarchici e demotivare tutti gli altri.

L’artista no. Egli fomenta, nutre e accende la fiamma della disobbedienza al sistema delle nuove metropoli tecnologiche, dove le strisce d’asfalto si sono sostituite a reti telematiche, simili a tele di ragno, nelle quali non è richiesta alcuna conoscenza dei segnali stradali.

Zone mediatiche in cui si aggirano griffati zombie ipnotizzati dalle luci provenienti dalle immagini random su “io-foni” mondani: ridondante richiamo di un ego supremo a cui nessuno ha mai detto Nessuno è il mio nome. Nessuno mi chiamano mia madre e mio padre e tutti gli altri compagni.

A volte, essere nessuno è una gran bella fortuna e può salvarti la vita.

Contentatevi, perciò, della medietas che l’esistenza vi regala, senza anelare, con presunzione, a quel gradino troppo alto dove l’Arte sta. E lasciate fare a chi sa fare, sacrificando nientemeno che il bene più prezioso che l’incarnazione possa offrire, se stessi.

“Di conseguenza, la vera arte non può altro che essere cosciente del fatto che da un lato essa deve portare la vita divino-spirituale sulla terra e dall’altro strutturare la vita fisico-terrena in modo che nelle sue forme, nei suoi colori, nelle parole e nei suoni possa apparire come una manifestazione terrena della sfera exta-terrena.

[…] L’arte richiede una relazione con lo spirito, con lo spirito reale e non solo con lo spirito pensato. L’artista non riuscirebbe a creare con la sua materia se in lui non vivesse l’impulso dal mondo spirituale. Con ciò si indica in pari tempo la serietà del lavoro artistico, accanto alla serietà della Conoscenza e della vita religiosa.

Non si può negare che per molti aspetti il nostro mondo materialistico e l’umanità si siano allontanati dalla serietà nell’arte. Ogni aspetto della creazione artistica che nel vero senso della parola meriti questo nome, ci mostra nell’opera d’arte anche la lotta umana per un accordo, un’armonia fra la sfera spirituale-divina e quella fisico-terrena. Quando nell’artista non traspare quella lotta, non è presente un vero impulso spirituale.”

R. Steiner, La Missione Universale dell’Arte

(Immagine in evidenza: Sir Henry Morgan)

“Mille diavoli! Questa gente, in quanto a ospitalità è peggio dei caledoni! Gli ci manca solo d’essere antropofaghi! Non mi stupirebbe, ma vi assicuro che non mi lascerò mangiare senza dire nulla.”

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One thought on “O Captain! My Captain!

  1. Come promesso eccoci qua. Letto, ascolto. Approfonditamente. Alzo le mani, mi levo il cappello. Che dire… non ho nulla da dire. Se no ricado nel solito banale “approvo”. T’avessi scoperta prima, un bel paio di questi articoli te li avrei presi e condivisi nel mio facebook. Dici perché non ora? No dai, se no mi pare di fare la Stalking piuttosto ahahaha. Cmq questa canzone di Morgan ha fatto boom dentro di me! Grazie per avermi fatto RIscoprire questo, e anche Red Ronnie, che sia chiaro, io son del 1975, son cresciuta a suon di RoXy Bar, ma mò vado ad approfondire tutti i video “del caso”, insomma… mi vado “ad informare”. Piano piano eh, lentamente, con caaalma, che oggi si festeggia in famiglia, poi da ieri è ufficiale… ho la…. la….. Tosse cavallina Secca!!! GRRR!!!
    Già, per il discorso d’artista, mi vien in mente due cose : Che non si fanno soldi. (quindi non ha per nulla a che fare con il mondo del consumismo), e ANAM il Senzanome di Terzani 😉 😉

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